L’utilità dell’inutile troll

trolls o criceti?

Ne parlavo oggi con Caterina Coppola, la direttrice di Gay.it. «Come fai» mi chiedeva «a sopportare tutti quei commenti livorosi ai tuoi articoli sul Fatto e sul blog?»

Diciamo – e così le ho risposto – che la vedo così: i miei trolls sono una decina di persone al massimo, non una di più. Scrivono sempre le stesse cose, dall’ideologia/dittatura del gender, all’insulto omofobo come libertà di espressione e boiate simili. 

Adesso se io ho una gabbia di criceti che fanno a gara per contendersi la ruota non posso prendermela perché non hanno scelto di andare ad Harvard in alternativa. Sempre di topi stiamo parlando, con la differenza che topi e criceti sono animali carini, è DNA non sprecato, fanno parte della riserva biologica di Madre Natura.
 
Poi c’è un’altra evidenza. Questa gente, con commenti e clic, non fa altro che indicizzare gli articoli. Mi aiuta, in buona sostanza, a rendere più visibile un certo tipo di pensiero. 
 
Certo, capisco che di fronte a commenti come questo caschino le braccia, per chi è appassionato di questioni quali la logica, l’intelligenza, la razionalità e il pensiero critico:
 
momento di massima tensione intellettuale di un fake

momento di massima tensione intellettuale di un troll

ma credo anche che certi commenti siano, di per sé, monumenti importanti per l’idiozia di chi li scrive e utili per capire il disagio – psichico innanzi tutto – di soggetti cresciuti in contesti evidentemente svantaggiati.
 
Io ancora sto aspettando la risposta sugli accorgimenti tecnici che portano un individuo a riconoscere un gay da una fotografia. A meno che non si tratti di “gay-radar”, il che spiegherebbe molte cose. Converrete.
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