Essere gay con normalità?

Conchita Wurst, drag “fuori norma”

Mi sono imbattuto, proprio oggi, in un articolosull’Huffington Post in merito al recente spot della Findus, intitolato: “Essere gay con normalità: e se Capitan Findus aprisse il prossimo Pride?”. Già il titolo fa sorridere (anche se i sentimenti reali che suscita vanno in direzione opposta alla gioia) per tutta una serie di ragioni: chiederei, infatti, all’egregio autore com’è o come dovrebbe essere un gay normale. E di contro: chissà se un etero, proprio in quanto tale, può essere anche anormale… Insomma, si fa passare per l’ennesima volta il messaggio che dentro la fenomenologia dell’omosessualità alberghi naturalmente una componente di anormalità. Componente che invece non si considera nemmeno per chi LGBT non è. Basti fare un rapido esempio: si parla di omicidi in “ambiente gay”, ma nessuno si sognerebbe mai di indicare l’assassinio di Meredith Kercher come “vicenda etero”.

Ma, mi dicevo mentre facevo queste considerazioni, magari il problema è del titolista e non dell’autore. Poi però leggo l’articolo e mi cadono le braccia. Affermazioni come “Il rito un po’ stanco dei Pride, non riesce neanche più a fare notizia se si esclude qualche foto delle più bizzarre, che poco hanno a che fare con la stragrande maggioranza di coloro che vanno ad una manifestazione senza né piume né paillettes” non solo non tengono conto del fatto che il Roma Pride quest’anno ha avuto una buona copertura mediatica proprio grazie al lavoro di comunicazione dei/lle militanti, che si sono spesi/e in prima persona e a titolo assolutamente gratuito per una battaglia di libertà, ma ricalcano i soliti stereotipi moralisti: per essere rispettabili, noi “froci” dobbiamo apparire come il pensiero uniformante (e molto spesso omofobo) ci vuole. Un po’ come dire a un nero di cambiar pelle e a un ebreo di cambiar religione per farsi accettare dai bianchi cattolici. A livello di dinamica culturale, sia chiaro.

Ritornano poi deja vu verbali come “Il colpo d’ala richiesto a gran voce alla politica non viene certamente favorito dall’esposizione da Carnevale di Rio di tette e culi al vento”, quando basterebbe ricordare all’autore che la politica italiana si è caratterizzata per anni proprio per la sovraesposizione, con conseguente sottomissione, della figura femminile a fenomeni di mercificazione – un nome su tutti: bunga bunga – che poi non hanno impedito al nuovo corso renziano di fare accordi con il responsabile di tutto questo.

Ancora una volta, si chiede alla popolazione LGBT un grado di moralità che la massa normale (?) e normata (!) non riesce a garantire, né ha intenzione di farlo. Il bue che da del cornuto all’asino. Anzi, all’arcobaleno, nel caso specifico.

Passino poi frasi quali: “È una questione di straordinaria, borghesissima, normalità”, perché sì, la normalità ci piace, ma dipende appunto cosa si intende per norma e quella “borghese” – ed uso una categoria politica – ha dimostrato di esser tale solo se esclude ciò che viene percepito come diverso da sé. La storia degli ultimi due secoli nella lettura dei gender studies avrebbero molto da insegnare a Gasparotti, l’autore dell’articolo, in tal senso.

Concludo questo momento di tristezza e scoramento ricordando che vedo nel paese una pericolosa involuzione culturale, per cui si è assunto un modello come punto di arrivo e non come start per una riconsiderazione della struttura sociale, dei rapporti tra i generi (e di potere tra i generi), del ribaltamento del rigido binarismo eterosessista.

Credo che il fine ultimo a cui tutti dovremmo mirare dovrebbe essere un modello di una società dove sia chi vuole sentirsi borghese, sia chi vuole sentirsi “fuori norma” trovi la sua collocazione. Invece si è adottato il sistema attuale, per cui c’è una realtà data per assodata, l’eterosessualità, e una minoranza che oltre a giustificarsi chiede di poter avere un recinto di accettabilità. Non piena liberazione, ma emancipazione da riserva indiana. Dimmi chi vuoi che tu sia per essere accettato, ed io lo sarò: questo articolo suggerisce questo. Ma delegare a terzi la nostra identità non ci rende davvero liberi/e…

La storia ci insegna che fine fanno certi ghetti, soprattutto mentali. Fa ancora più tristezza che a riprodurli siano persone che avrebbero dovuto imparare, dalla loro omosessualità, il valore “rivoluzionario” dell’essere e non la remissione rispetto a un modello ritenuto naturalmente o “normalmente” superiore.

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24 thoughts on “Essere gay con normalità?

  1. mi spiace ma io questa contrapposizione “rivoluzionario” versus “borghese” con la stigmatizzazione di quest’ultimo come “conformista” non la comprendo e on mi piace. Un uomo gay (stesso discorso per le lesbiche) che vuole sposare il suo compagno e magari adottare ed è contento così esprime un desiderio legittimo, non è “normato” come non lo è un etero che vuole le stesse cose, allo stesso modo non sono “normati” nè i gay nè gli etero, nè i bisex che non vogliono queste cose.
    In breve:non credo che le pailettes siano più rivoluzionari della giacca e cravatta nè che quest’ultima rappresenti un cedimento alla “borghesia”..(anche il ripescaggiodi questa terminologia anni 70 forse non proprio adatta al 2014 mi lascia perplesso)

  2. Dario, sono fenomeni ben conosciuti dalla psicopatologia: si chiamano “Sindrome di Stoccolma” e “omofobia interiorizzata”.
    @Paolo: mi sembra che Dario non contrapponga “borghesia” e rivoluzionari (alla loro nascita i borghesi hanno condotto una immensa rivoluzione socioculturale contro le aristocrazie!!), ma stigmatizzi la cultura della “borghesia-modello-unico-di-normalità-possibile” rispetto a una (auspicabile) cultura di vera valorizzazione-inclusione di TUTTE le diversità. Il problema non è chi vuol sposarsi o chiedere diritti in giacca-e-cravatta, ma chi ritiene inaccettabile a priori che esistano altre modalità di essere e di pretenderli.

  3. ok, ci tengo solo a far notare che in un Paese come l’Italia uno spot che mostra la realtà (per quanto sia una realtà edulcorata e insopportabilmente sdolcinata da spot pubblicitario) e cioè che i gay non sono necessariamente “quelli col boa di piume di struzzo” potrebbe essere un buon passo avanti (dico potrebbe perchè in realtà credo che chi è omofobo continuerà ad esserlo quindi non vedo altra utilità di questi spot se non quella legittima di attirare la clientela gay o etero progressista contrapponendosi magari a Barilla) senza nulla togliere a coloro a cui piacciono “le piume di struzzo” e giustamente le rivendicano per sè.

  4. Concordo con Paolo sull’idea che è una tattica utile. Non deve essere la sola (non ripeto il tuo post), ma è utile sia per far fare il salto dalla nostra parte agli etero “sulla soglia” (l’omofobia è uno spettro) che per includere nella lotta i gay “borghesi” per loro natura.

    Inoltre: vuoi mettere il piacere di togliere all’omofobo la certezza di poter identificare il gay?

  5. Il fatto è che per alcuni essere gay vuole dire proprio essere in “piume di struzzo e paillettes”; e non dite che sono solo stereotipi, perché sono stereotipi tremendamente reali: in carne ed ossa! Il problema è che è proprio tale “trasgressività” ad essere di quanto più borghese non ci sia, perché si tratta di uno modello creato da e per uso e consumo dell’eterosessismo borghese: il gau è il “diverso” e come tale deve esserlo fin dall’aspetto, deve essere riconoscibile, e possibilmente per il pubblico ludibrio dell’uomo etero.

  6. Paolo, io credo che la pubblicità di un prodotto alimentare, abbia molto poco a che fare con la nostra lotta per i diritti.
    Poi, l’articolo non demonizza il gay borghese, che probabilmente costituisce una buona fetta dell’intero gruppo. Elfobruno si è espresso contro chi esalta una strategia che mette in luce il nostro lato “normale”, ed è stufo dello stereotipo.
    Il problema è proprio questo. I diritti che richiediamo non hanno come fondamento la nostra omologazione allo stereotipo comportamentale eterosessuale, ma l’uguale considerazione dei cittadini “nonostante” le differenze.
    Se un uomo vestito di piume e paillettes non è degno dei diritti che un omosessuale “normale” potrebbe ottenere, beh allora non solo non abbiamo capito niente, ma dovremmo porre ancora di più l’accento sulla questione.
    Le “esagerazioni” danno fastidio perché evidentemente c’è un problema di fondo non risolto nei confronti dell’aspetto che viene esagerato.

  7. Lo spot Findus è comunque un passo avanti, nella nostra medievale realtà italica. Tuttavia ha dei limiti pesantissimi, a cominciare dall’assenza di volti.
    Il gay trasgressivo è un’icona che viene molto promossa dai media perché rassicura l’omofobo: se i gay hanno tutti il boa e le piume di struzzo, non potrà mai essere mio fratello, mio padre, il mio vicino di casa, il collega, ecc. Ma, notate, se quel gay lì (che comunque è pur sempre un essere umano e un cittadino a pieno titolo!) sfila e rivendica diritti, no, non va affatto bene. D’altronde, le “borghesissime” Famiglie Arcobaleno non vengono accusate dagli omofobi di ogni genere di nefandezza sui “poveri figli innocenti strumentalizzati”?!
    Il punto di fondo è uno e uno solo: se si comincia a fare una classifica di dignità della visibilità e della rivendicazione, siamo razzisti tanto quanto un omofobo medio. Come nel noto aforisma attribuito a Brecht, ci sarà sempre una categoria in più “degna di essere discriminata”; e di categoria in categoria, finiremo per essere ingoiati pure noi. La Storia del secolo scorso non ci ha insegnato nulla?

  8. GOOD AS YOU se non lo capisci non è colpa nostra!
    Non nascondiamoci dietro lo spot della Findus…

    Cosa impedisce alla borghesia e ai professionisti di venire GOOD AS YOU, “così come sono” al PRIDE?

    Il PRIDE è una FESTA ed ognuno ci viene come vuole, ma i professionisti non ci vengono per altri motivi e non perché qualcuno ci viene vestito giustamente da Drag Queen.
    Diciamoci qualche verità in faccia, i borghesi non ci vengono di solilto perché:

    1) NON VOGLIONO DIRLO ALLA MAMMA… altro che spot della Findus…
    2) NON VOGLIONO DIRLO SUL LAVORO… perché questo pensano che comprometta la dignità professionale (quando mai, io sono uno psichiatra e sono omologato)
    3) UFFICIALMENTE SIAMO ANCORA MALATI…altro che normali e non normali (OmCeo e SSN non hanno mai detto che siamo sani di mente)
    4) IL CARNEVALE è NORMALE… e se tu il borghese non si diverte alla NOSTRA festa…sinceramente sono contento… perché si chiama OMOFOBIA INTERIORIZZATA e io sono contro ogni forma di omofobia!

  9. Certo Paolo che esistono “gay borghesi” e non. Come esistono etero borghesi e non! Ma le vere motivazioni di tante riserve sul Gay Pride le ha date Manlio. Ed erano le stesse dietro le quali mi paravo anch’io quando non mi ero pienamente accettato (pur essendomi dichiarato! Eh sì, accade anche questo…). Poi mi sono deciso a partecipare alle sfilate, a vedere di persona. La prima volta mi sentii a disagio, allora ho cercato di capire il perché. La risposta? Il vero intollerante e razzista ero io, ed è stata durissima ammetterlo. Ho lavorato molto su me stesso cercando di capire il perché della mia avversione verso i miei simili e la risposta (nel mio caso) è stata: il rifiuto di tutto ciò che mi rimandasse al femminile, a cominciare da quel che di femminile c’è in me. Ho chiesto aiuto a un professionista (un bravo psicologo comportamentale) e ho fatto chiarezza con me stesso. Da allora non provo più alcun disagio con nessun*, anzi, ho scoperto l’esistenza di tante belle persone e di tante storie arricchenti. Naturalmente, tranne 2 volte, non ho più mancato un Pride. E mi ci diverto pure un mondo!!

  10. ok, credo che un uomo (di qualunque orientamento sessuale sia) possa partecipare a un pride indipendentemente dall’ avere o meno un lato femminile (qualunque cosa si intenda) ma se il tuo percorso è stato questo hai fatto bene a compierlo, l’importante è che tu sia sereno

  11. Incredibile Dario, per la prima volta non sono completamente d’accordo con te. Pazienza! Però permettimi di dirti quello che penso: quanta pesantezza, quanta inutile polemica. Basta battere i piedi per terra e fare i capricci per tutto. Facciamolo, e so che tu lo fai a voce alta, per lottare per la parità di diritti e libertà, per ricordare che il nostro è uno Stato laico e che noi non siamo cittadini di serie zeta. L’ho letto l’articolo incriminato ed ho visto lo spot e sai cosa ho esclamato? Finemente! Ma ben venga la pubblicità della Findus che entra nelle case degli italiani con una storia che CI racconta in modo semplice e delicato, così come deve essere fatto: normalmente. Normale. Nella normalità. Cosa è che ti disturba così tanto della normalità? Perché questa parola non deve essere associata alla parola gay? Omosessuale DEVE essere associato alla normalità. Deve esserlo. Ed in questa normalità deve essere accettata tutta la variegata comunità omosessuale. Così come normalmente sono accettate tutte le svariate varianti degli eterosessuali. O per te omosessuale è sinonimo solo di piume di struzzo o di donne che si comportano come dei maschi mancati dimenticandosi di essere donne prima di lesbiche? Anche queste caratteristiche devono rientrare nella normalità. Questo non farà più discutere, sorprendere o scandalizzare se rientrerà nella normalità. Se rientrerà nella normalità significherà che sarà compreso ed accettato come normale. Capisci cosa intendo? Ritengo, inoltre, che vestirsi in giacca e cravatta per un uomo o con un bel vestitino per una donna non significhi assolutamente conformarsi alla normalità che dici venga imposta dal mondo etero. Significa semplicemente essere liberi/e di di essere gay o lesbiche come si vuole e senza stereotipi. Bene che il gay pride non faccia chiasso, male che la comunità LGBT e chi ci rappresenta non faccia chiasso quando nel Pd o in altri partiti tuonano bestemmie su di noi o suoi nostri diritti, come ben sai.
    Concordo con te quando affermi che sia assurdo leggere titoli di giornali che esclamano “omicidio in ambiente gay”ma mai lo stesso con l’aggettivo etero.
    Però cerchiamo di non essere i primi a ghettizzare e a ghettizzarsi. Per il bunga bunga della destra ti ricordo il caso Marrazzo…di sinistra… per la par condicio!
    E quando parli di pensiero uniformante (etero) a me pare che qui il pensiero uniformante sia quello gay e non mi va bene.

  12. “Le “esagerazioni” danno fastidio perché evidentemente c’è un problema di fondo non risolto nei confronti dell’aspetto che viene esagerato”
    o
    “il rifiuto di tutto ciò che mi rimandasse al femminile, a cominciare da quel che di femminile c’è in me”
    certo che siamo veramente indietro noi gay, ma non sul razzismo interno, ma sulla logica. Non esiste un lato femminile (sensibile ed emotivo) e uno maschili (freddo e razionale), anzi è già fatto stesso di teorizzarli ad essere sessista a e discriminante: perché equivale a dire che un maschio in quanto tale non avrebbe sentimenti ed emozioni (insomma un sociopatico), e una donna non avrebbe razionalità (insomma una folle). TUTTI e TUTTE dentro noi abbiamo tali lati in quanto esseri umani, e non perché esistono fantomatici lati femminili o maschili, che alcuni di noi non vorrebbero accettare.
    A parte il fatto che il gay che si veste in boa di struzza e trucco pesante non ha alcunché di femminile (e né tanto meno accentua il suo lato femminile come sopra descritto), ma scimmiotta soltanto lo stereotipo sessista (per altro tremendamente offensivo per la donna) che la vorrebbe in quanto la donna stupida e svampita.
    Ma poi la tristezza è che siamo ancora fermi al fatto che sarebbe il gay che non schecca ad avere, secondo la vulgata checcarola, problemi con la sua “femminilità” e non semmai la checca ad avere problemi con la sua mascolinità: prendere un dizionario alla voce omosessuale e leggetene la definizione — anzi lo faccio io per voi — Treccani: “Chi rivolge la propria attenzione sessuale verso il suo stesso sesso” leggete forse qualche riferimento al sentirsi o a riconoscersi nell’altro sesso? No, io direi di no, perché quella è la transessualità. Ecco ancora il problema, viviamo in una società, ma forse ancora di più in una comunità, quella LGTB*, che, chissà per quali motivi, ci tiene molto non far chiarezza su questo punto.

  13. è ovvio che tali lati ce li abbiamo tutti dentro, alcune persone hanno certi lati che sembrano o sono più spiccati di altri ma è questione di carattere, indole a prescindere dall’essere uomini o donne

  14. Il problema è che però si parla ancora di lati femminili e di lati maschili e che si attribuisca ai cosiddetti “gay borghesi” di non accettare il proprio lato femminile perché si lamentano dello stereotipo “boa e palliettes” sbandierato sempre al pride.

  15. No Berto, nel mio caso non era quello il problema ma, molto più semplicemente, un rifiuto netto di tutto ciò che rimandasse al femminile. Che è il tratto sul quale veniamo educati tutte e tutti: ti ricordo che nella Bibbia la donna è sempre espressione del Demonio, a meno che non sia la madonna o una santa vergine. Che ci piaccia o no i nostri archetipi culturali sono quelli e “lavorano” dentro di noi potentemente: hai mai fatto caso che novanta volte su cento se vogliamo offendere qualcun* usiamo un aspetto femminile per denigrarl*? Pensaci.

  16. all’autore dell’articolo su Huffington (giustamente criticato da Dario) ho scritto:

    UNA VALANGA DI SCIOCCHEZZE, una ridicola autocastrazione, una assurda interiorizzazione delle demenziali scuse clericali per negare (invano!) al Gay Pride quell’importanza assoluta che ha, usando a pretesto la ridicola motivazione di un peraltro inesistente scandalo che sarebbe costituito da qualche partecipante senza maglietta. All’estero, dove i Pride mostrano BEN PIU’ ragazzi a torso nudo, ben più transessuali (ooohhh scandalo!!) e anche ben più caricature del clero, nessuno si sogna di inventarsi su questo pretestuosi motivi di presunto scandalo e tutto viene vissuto invece come una bella e gioiosa festa nella quale alle evidenti e innegabili rivendicazioni politiche si abbina un sacrosanto diritto alla festa, al ballo, alla gioia e alla musica aperto a tutti e da tutti benvenuto. Solo un gay italiano, traviato e deviato dal contatto insano col clericalismo malato trasmesso dai media e dai politici italioti, poteva autofustigarsi in questo modo. Dai l’impressione di non aver mai visto nè tantomeno vissuto un Pride di Madrid, Barcellona, Amsterdam o dove tu vuoi.

  17. credo che debba essere chiara una cosa e lo dico a tutti e tutte voi, che avete commentato: io non auspico la sostituzione di un modello con un altro in senso assoluto. Critico semmai una visione eterocentrica che, va da sé, non va sostituita con una visione omocentrica.

    Viviamo in un contesto in cui l’eterosessismo miete vittime. Occorre superare questa impostazione per cui la “norma” è solo quella uomo-donna-figli. La “norma” dovrebbe essere ciò che ci rende felici senza far del male al resto del mondo sul piano delle libertà personali e della legalità. Invece, oggi, è solo ciò che fa la maggioranza e solo in un certo modo.

    Tempo fa questa norma prevedeva l’indissolubilità del matrimonio. Poi le cose sono cambiate. Quindi, per tranquillizzare gli animi, il problema non è quello di sostituire i modelli assoluti, ma di attuare un relativismo culturale basato su criteri di umanesimo.

    Spero di essere stato chiaro.

  18. ok, ma maggioranze e minoranze (intese in senso unicamente numerico e statistico senza giudizi morali) ci saranno sempre (e vi sono anche all’interno del mondo lgbt,presumo)..questo non è di per sè oppressivo dal momento che nessuna legge oggi impone di sposarsi e fare figli (quanto alle eventuali “pressioni” di parenti e amici, si possono dare fastidio ma oggi se uno non vuole sposarsi non si sposa) semmai in Italia c’è il problema di coppie che vorrebbero sposarsi e per legge ciò è loro precluso e per questo è giusto battersi

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