Parità di genere: il Pd tradisce le donne

La vignetta di Gianfalco

Le donne del Pd non hanno proprio digerito la bocciatura degli emendamenti che avrebbero introdotto, per legge, la parità di genere nelle liste elettorali. Renzi fa spallucce e rassicura: con noi la presenza femminile sarà comunque garantita. Le ex-voci critiche del Pd si accontentano di questa rassicurazione, senza batter ciglio – vero Alicata? – quando il punto è semmai un altro.

Che un partito si doti del principio della parità di rappresentanza – ovvero, tanti uomini quante donne nelle liste – è meritorio per chi opera questa scelta, ma diviene, appunto, scelta privata. Un provvedimento che ha carattere pubblico, quindi una legge dello Stato, non solo sancisce e ufficializza quel principio condividendolo con la collettività (e dovremmo sempre cercare di esportare il lato migliore di noi, soprattuto in politica), ma crea cultura. Se vogliamo, in altri termini, che le donne siano davvero uguali, dobbiamo fare in modo che lo siano di fronte a tutta la cittadinanza e non solo dentro casa nostra. È, per capirci, una questione di democrazia e non di concessioni interne.

La parità di genere è trattata da Renzi – e dal suo partito che però, si badi, l’ha affossata alla Camera – come riserva indiana, come imbellettamento, come atto non di giustizia sociale, ma di dar bella prova di sé: loro la fanno, ma dentro il loro recinto dorato, perché è così che funziona a casa loro. Ma quando si tratta di esportare quel modello, si devono fare i conti coi bisogni di Berlusconi e Alfano. Non più democrazia, ma paternalismo: che per questioni quanto meno etimologiche, va proprio in direzione contraria a quel principio di rappresentanza che si ostenta, ma che non si applica realmente.

Faccio notare, infine, che la cosa ha indignato le deputate del nostro Parlamento, ma non dovrebbe stupirle più di tanto. Per anni, con la questione LGBT, il Pd si è comportato nello stesso identico modo: ha promesso (anzi, ha per lo più ha vagheggiato), per poi fare l’esatto opposto (e quindi, per non fare nulla) di quanto aveva garantito.

Non è un caso, a ben vedere, che il maschilismo sia l’ingrediente primario dell’omofobia. Adesso, che il Pd fosse un partito omofobo, non c’era molto da dire. Che fosse anche una realtà maschilista era una precondizione evidente. Lo stupore, quindi, non lo capisco proprio. Semmai mi stupisce come persone LGBT e donne lavorino per portare avanti un progetto basato, con ogni evidenza, solo sull’ipocrisia.

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