Unioni civili: facciamo chiarezza…

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Il mio articolo di apertura alle civil partnership ha destato sgomento e curiosità tra chi, da anni, legge le mie pagine e chi, più recentemente, prova a farlo senza capire il reale peso delle mie parole.

Altri, amici e amiche di percorso, mi chiedono il perché di questa inversione. Proverò a spiegarmi meglio.

Pensavo e continuo a pensare che il matrimonio sia l’unica richiesta che il movimento deve fare alla politica per una questione di uguaglianza sostanziale e formale. Le unioni civili come ipotizzate in passato erano fumose (anche il più recente “civil partnership alla tedesca” non faceva ben sperare). In passato, infine, si è mediato per istituti minori a diritti minori.

Il ddl presentato contiene a mio modesto giudizio due sostanziali novità:

1. parte dal presupposto che la materia trattata è in evoluzione per cui non chiude la questione, bensì la apre;

2. il testo non media per diritti minori, ma sancisce diritti uguali. L’esatto opposto dei DiCo e delle soluzioni alla Bersani, per intendersi.

Siamo anche lontani, per adesso, dallo svilimento operato sulla legge contro l’omofobia, di “renziana” architettura.

Avevo scritto nella lettera a Cristiana Alicata, infine, che se si fosse partiti da diritti uguali, anche con nome diverso, e con la tutela dell’omogenitorialità, purché inteso come primo passo, sarebbe stato il minimo sindacale su cui poter fare cadere alcuni veti iniziali.

Tempo fa sempre sulle civil partnership (si era ai tempi delle primarie del 2012 e se fossi stato un iscritto in quel contesto avrei votato Renzi, in chiave antiapparato e prima della vicenda sul ddl Scalfarotto) avevo detto le stesse identiche cose: se uguali davvero al matrimonio, se con tutela della genitorialità, se con apertura alla piena uguaglianza, si sarebbe trattato di un primo passo accettabile. Insufficiente ma accettabile.

La mia posizione è questa a livello di politica istituzionale. Se in parlamento questo si discute su questo dobbiamo confrontarci.

Vero è l’esempio di Rosa Parks, per cui si batteva per gli stessi sedili dei bianchi. Ma con i diritti previsti (a meno che a livello giuridico non ci siano cavilli nascosti, ma io non ho queste competenze per dimostrare l’esistenza di eventuali trappole), non si tratta di qualcosa di diverso bensì delle stesse identiche prerogative.

Adesso io non ho proposto entusiastiche adesioni o iscrizioni in massa al Partito democratico. Ho usato le parole “sostegno vigile”. E ho pure spiegato i passi che secondo me vanno a favore della credibilità del progetto.

Va da sé che se il testo dovesse essere peggiorato la situazione muterebbe radicalmente. Perché cambierebbe il piano dell’uguaglianza sostanziale.

Per altro vi faccio notare altri due aspetti fondamentali della vicenda.

In primo luogo: si accusa il movimento di disfattismo e incapacità di politiche costruttive. Avviare caute aperture in merito significherebbe inchiodare i partiti a prendersi le loro responsabilità oggettive. Se questo progetto fallisse, sarebbe la riprova che è la politica l’ostacolo maggiore alla nostra felicità e non certo il movimento a fare da ostacolo (anche perché il movimento non vota in parlamento).

Secondo aspetto: essere possibilisti su queste civil partnership non significa credere che Pd e Scelta Civica le approveranno. Su questo continuo ad avere forti dubbi. Non significa di conseguenza rivalutare a priori la qualità politica di questi soggetti né consegnar loro le nostre intenzioni di voto.

Abbiamo in pratica la possibilità di obbligare questa gente con i loro strumenti e la loro strategia a fare parte dei nostri interessi. Se falliscono, ci perdono la faccia loro. Se ci riescono, vinciamo noi. Anzi, cominciamo a farlo.

Siamo sicuri/e, e lo chiedo anche qui, che sia strategicamente lungimirante non perseguire questa strada? Io sono dell’idea che essa vada tentata. Per ottenere i diritti del matrimonio o per dimostrare una volta per tutte che questi partiti sono i nostri veri nemici politici.

A Catania l’orgoglio LGBT non va in letargo

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Oggi pomeriggio, a Catania, si terrà il primo pride invernale italiano. Un iniziativa che mi fa essere molto fiero dei miei amici e delle mie amiche giù in Sicilia e di Arcigay Queerevolution.

Il percorso è il solito, da piazza Borgo a piazza Teatro. I contenuti gli stessi. D’altronde viviamo ancora in un contesto politico che nella migliore delle ipotesi ci ignora. E quando non ci ignora, ci insulta. A dire no a questa insipienza democratica, la comunità LGBT e gay-friendly etnea scenderà in piazza regalando alla città una magia fatta dai colori dell’arcobaleno miscelati all’atmosfera natalizia.

Vogliamo ricordare, a Catania, che la marcia per la piena uguaglianza e per una società dei diritti non si arresta mai. Anche quando certi diritti sembrano acquisiti. Basti pensare all’interruzione di gravidanza, di fatto abolita in Spagna dal governo sempre più fascista di Rajoy.

Per questa e altre ragioni, oggi fatevi un regalo, amici siciliani e amiche siciliane: alle 18:30 andate al pride d’inverno, colorate la città e gridate il vostro diritto alla gioia. Perché è un diritto di tutti e tutte.