Amari risvegli

20130912-201826.jpgLa cosa non mi sorprende. Sapevo che Bergoglio non sarebbe stato diverso rispetto ai suoi predecessori su famiglia e matrimonio. È un papa, appunto. Titolare di un’agenzia che ha fatto del sentimento omofobo e transfobico un lato caratterizzante della sua identità. Che oggi egli dica di essere a favore dell’unico tipo di famiglia possibile, nell’ottica cattolica, rientra in una coerenza ineccepibile, da questo punto di vista.

Non capisco perciò stupore e sgomento da parte di chi, gay e lesbiche credenti in primis, si sente deluso o tradito da queste dichiarazioni.

Lo aveva detto già in estate, il pontefice argentino: non serve giudicare un gay, è già tutto scritto nel catechismo della chiesa. E quel documento parla in modo chiaro e ferreo: se si è credenti, buoni credenti, non si può essere anche omosessuali se non a prezzo della castrazione emotiva.

Alcune considerazioni invece vanno fatte sul momento storico in cui l’anatema pro-etero (e quindi antigay nella logica escludente del pensiero vaticano) arriva.

Innanzi tutto, è ancora fresco lo scambio di affettuosità epistolari tra Bergoglio e l’ex direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di fronte a un insieme di problematiche riassumibili con “può esistere un’etica senza Dio?”, il pontefice ha risposto che a prescindere da questo tipo di questioni Dio c’è e perdona ogni cosa, purché ci si comporti bene. Un tentativo ben riuscito di assoggettare l’etica laica, che è l’unica possibile, a una visione confessionale che permette ai laici di esistere. Quell’abbraccio non richiesto di Dio ai non credenti si trasforma in un atto di arroganza per cui non importa se hai fede o meno. Tanto Dio c’è e prima o poi te la vedrai con lui. Anche ai non cattolici (atei, agnostici e via dicendo) è dato scegliere tra la luce (il bene) della propria coscienza e le tenebre (il male) del tradimento della stessa. Peccato che si parta dal presupposto che luce, fede, bontà e Dio siano legati a quadruplice mandata. Ergo… E ringraziamo anche Scalfari per aver contribuito a rendere il dibattito sulla laicità una dependance ideologica del pensiero religioso.

Forte dell’assist della stampa “progressista”, Bergoglio si scaglia dunque contro le coppie omosessuali, ma in modo implicito. Non saremo un pericolo per la pace, come sosteneva Ratzinger, ma rimaniamo in quanto tali fuori dal concetto di famiglia. La famiglia però, si badi, è per i cristiani la cellula fondamentale della società. Quindi siamo anche fuori da essa in quanto persone LGBT. E, aggiungo io e vi faccio notare, come richiedere diritti e tutela giuridica a un qualcosa dal quale si è “naturalmente” esclusi?

E veniamo al punto cruciale delle tutele giuridiche: in questi giorni è ripartito l’iter della legge contro l’omofobia e la transfobia. Una legge che per la solerte opera di mediazione dei deputati del Pd in commissione giustizia, darà legittimità a questo tipo di dichiarazioni (la cosiddetta clausola salvavescovi).

Facciamo chiarezza: se fosse già stata approvata la legge Mancino le dichiarazioni di Bergoglio di oggi non sarebbero rientrate nella casistica prevista per far scattare l’accusa di omofobia. Avrebbe quindi potuto dirlo, come e uguale ad ora. Nonostante gli strepiti dell’Avvenire che paventa la fine dell’umanità se quel provvedimento dovesse essere approvato.

Cosa cambia allora? Che quelle dichiarazioni, con la clausola di salvaguardia per questioni inerenti al credo religioso, avranno tutela legale. Si potrà dire e protetti dallo Stato, se passa il ddl Scalfarotto-Leone così come è stato architettato ed emendato, che le persone LGBT non devono avere diritti o che stanno al di fuori della società.

Le dichiarazioni a favore della famiglia eterosessuale e, di conseguenza, contro la legittimità delle relazioni tra gay e tra lesbiche sono solo le prove generali di un progetto politico specifico, che non concede nulla ai soggetti da tutelare (visto che non esistono nemmeno i reati puniti dal ddl in questione) e che rischia di aprire all’omofobia di stato.

Ritornando a Bergoglio, credo sia evidente che non basta un nome evocativo e un accento accattivante per far diventare un papa ciò che non è e che non sarà mai: un sostenitore dell’uguaglianza per gay, bisessuali, trans e lesbiche.

Prima se ne renderanno conto dentro il movimento e la gay community, prima ci libereremo dalla sudditanza culturale che contraddistingue certe sue frange. E non si avranno ulteriori amari risvegli. Posso garantirvelo.

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One thought on “Amari risvegli

  1. Per limitarmi al discorso che tu fai sul rapporto tra gay e credo religioso, nella mia lunga militanza nel cosiddetto “movimento”, mi sono accorto che una consistente parte delle persone LGBT italiane ha un disperato bisogno di sentirsi parte di una comunità di tipo ecclesiale. Anch’io ero così. Del resto, insieme alla famiglia d’origine e al suo modello trito e stereotipato, è l’unica realtà sociale funzionale che ci viene consegnata dalla cultura cattolica dominante. Sappiamo bene quali contraddizioni porta con sé questo “cattolicesimo pastasciuttaro”, ma sappiamo anche che esso si fonda proprio sull’ipocrisia, sulla doppiezza dei comportamenti: tanto religiosi e devoti esteriormente quanto laicissimi, menefreghisti e individualisti nel privato.
    L’altra cosa di cui mi sono accorto è che la stragrande maggioranza delle persone LGBT non si ritiene cittadin* di serie A, al pari dei suoi omologhi eterosessuali. Considerando dunque questa realtà come la migliore possibile e non mutabile.
    Men che meno c’è una cultura, una visione condivisa che ci porti ad accettare un modello familiare adattato o, viceversa, un modello “anarchico” più libero dagli schemi nell’immaginare la nostra vita futura. Il risultato è che ci si pensa soli o destinati al massimo a fare da badanti ai propri anziani genitori (per chi li ha in vita).
    Con questi presupposti, e calcolando che sono sempre meno quell* che vogliono approfondire le tematiche legate all’identità (sono lontanissimi i tempi di Mieli!…), non c’è poi da stupirsi così tanto se un Papa Bergoglio qualsiasi faccia gridare alla rivoluzione solo perché saluta a inizio e fine Angelus o perché vìola qualche protocollo o ancora perché telefona a destra e a manca qualificandosi come “Sono Francesco, diamoci del tu”. La modalità comunicativa è da 10 e lode, il contenuto veicolato però resta quello di un Ratzinger o di un Wojtyla.
    Certo, molta colpa è anche delle Associazioni nelle quali militiamo: è evidente che non sappiamo “fare comunità” e dare una prospettiva più “escatologica” (mi si passi il parolone!) al nostro movimento. Esaurito lo scopo ludico-socializzante, le nostre Associazioni appaiono inutili alla maggioranza delle persone LGBT italiane. Anzi, talora persino dannose!! Come poter parlare di “liberazione dalla sudditanza culturale che contraddistingue certe frange del movimento e della gay community” senza un’opera di “ri-consapevolizzazione” di molte persone mature? Se non lo sapremo fare noi, ci penserà chi ha già elaborato tutto e il suo contrario da quasi due millenni…

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