Feudalesimo universitario

Il dramma delle baronie universitarie non sta solo nel fatto che esse bloccano il libero accesso ai piani alti del sapere e della produzione della cultura. E già questo è irricevibile, perché mi si dovrebbe spiegare in virtù di quale ragione questa gente pensa di avere avuto legittimità ad aver trasformato un posto pubblico, al quale si dovrebbe accedere per libero concorso e su basi meritocratiche, in un feudo ereditario.

Il vero problema è che quelle baronie riproducono un circuito culturale sempre uguale a se stesso. Non si riesce ad andare oltre i soliti studi sui soliti autori. Mi è arrivata una proposta di acquisto di una rivista di Italianistica. Studi su Aretino, Dante, Petrarca, Alfieri. Gli ennesimi. Che si aggiungono alle migliaia di articoli e volumi già pubblicati.

Ricordo una lezione di dottorato. Eravamo con un docente che ci somministrò il suo laboratorio sulla ricerca filologica, tirando fuori dal cappello un suo studio su un poema in francese antico. E fin qui va benissimo. Lavoro di altissimo profilo intellettuale, nulla da obiettare. Poi uno di noi gli fece notare che la ricerca andrebbe orientata verso una contemporaneità più militante. Creare un legame tra sapere, cultura e presente. Per evitare, magari, che si rimanga troppo ancorati all’analisi del sonetto di questo o quello, senza capire i processi che la contemporaneità produce e che vanno dominati, se non vogliamo che essi dominino noi.

La risposta fu: “ma cosa c’entra!”. O qualcosa di simile.

La ricerca, a parer mio, dovrebbe essere scoperta, prospettiva, utilità sociale. Non masturbazione per l’ennesimo studio sul pessimismo cosmico di Leopardi o la sua negazione. Poi per carità, ben vengano anche quelli. Ma se sono solo quelli, il problema c’è ed alberga, tutto, nelle nostre sedi universitarie.

Lo svecchiamento della nostra società, la rottamazione, i “tagli utili” dovrebbero cominciare proprio da lì.