Due, tre pensieri sulla crisi di governo

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Ora non so se ve ne siete accorti, ma il sole è sorto anche senza i ministri del PdL al governo. Vorrà dire qualcosa? Buongiorno…

Ancora: secondo me Giorgio Napolitano è una delle vergogne di questo paese. E pazienza se qualcuno si offende.

Dulcis in fundo, adesso il Pd ha due strade: o ritrovare la dignità mai avuta, oppure supplicare Berlusconi per un ripensamento. Ma pare che siano già pronti i ceci. Rigorosamente crudi.

P.S.: ricordiamoci tutti e tutte che Scalfarotto, in nome delle larghe intese, ha sacrificato i diritti delle persone LGBT per tenersi buona questa gente.

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Il fuoco sotto la cenere. O della sfiga dell’omofobo italiano

Tempi duri per gli omofobi italiani.

Guido Barilla ha fatto un colossale errore e la rete è esplosa. Il boato susseguitosi alle sue dichiarazioni rimbomba ancora su Twitter e Facebook e ha diviso l’opinione pubblica tra chi lo sostiene, anche in maniera politica, e chi lo ha decretato come morto dal punto di vista commerciale. Ovviamente Barilla non è morto, e continuerà a fare i suoi affari. E penso pure che il boicottaggio non cambierà, almeno qui in Italia, di una virgola le sorti di una multinazionale di quelle dimensioni. Anche se penso che sia una pratica valida sotto il profilo morale, fosse anche per stare in pace con la propria coscienza. Ma non è di questo che voglio parlare.

Infatti, partendo da questo caso, sono successe due o tre cose che lasciano riflettere e che sarebbe il caso di guardare più da vicino. Vediamole.

scusebarillaitaliaIn primis: da una parte le sezioni straniere del marchio si sono affrettate a prendere le distanze dalla casa madre. Barilla USA ha subito scritto le sue scuse, dichiarandosi profondamente addolorata da quelle dichiarazioni.

Sono seguite, subito dopo, le scuse anche in Italia, per opera dello stesso patron, dirette sia alla popolazione tutta, sia ai propri e alle proprie dipendenti. Barilla ha ribadito il suo sì a favore del matrimonio egualitario, cercando di correggere il tiro delle sue dichiarazioni.

Immagino la faccia – e non oso pensare agli sconvolgimenti dei circuiti neuronali – di chi lo aveva osannato come alfiere della famiglia tradizionale, intesa nel senso di “realizzazione sociale anti-gay”. Foucault sosteneva che l’eterosessualità si definisce in negativo rispetto all’omosessualità. Cosa significa più nel dettaglio? Che questa gente – quella che ha osannato quelle frasi per intenderci – ha finalmente trovato un’identità nella negazione delle realizzazioni affettive delle persone LGBT. Per poi ritrovarsi, dichiarazioni alla mano, un endorsement alle stesse. Credo, e non ho problemi a ripeterlo, che gli omofobi siano essenzialmente sfigati. Mi si dirà: ma in Italia la maggioranza delle persone è omofoba. Io non credo che il loro numero sia così elevato, seppur importante. Ma ad ogni modo ciò non cambia l’evidenza che l’Italia sia un paese composto essenzialmente da minus habentes. Basta guardarne le sue sorti politiche per capirlo. E la questione omosessuale è cartina al tornasole della tenuta democratica di questo paese.

sposelelleC’è poi il contesto internazionale. Il matrimonio egualitario è una realtà storica incontrovertibile. Si è diffuso o si sta diffondendo in  Europa (quella democratica, almeno), nell’America tutta, in Sud Africa, nella lontanissima Oceania. Mentre l’Italia è il paese del ritardo culturale, degli Scalfarotto che vanno a braccetto prima con Rosy Bindi e poi con Paola Binetti, per intenderci, spacciando trasformismo per mediazione.

È il paese in cui tutti i progressi che fanno di una “nazione” uno Stato, sono arrivati con secoli di ritardo: l’unità politica è stata posticipata di un millennio. La rivoluzione industriale è arrivata con oltre un secolo di ritardo. L’unità linguistica si è raggiunta solo negli anni sessanta, grazie alla televisione. Siamo un paese di ritardati, oltre che di sfigati.

Ma questo non ci deve scoraggiare. Il cambiamento arriva e se non lo cogliamo rischiamo di diventare alla stregua dell’ultimo giapponese arroccato sull’isola. Pare che questo lo abbiano capito anche in Vaticano, pur con tutto l’opportunismo che può partorire una casta arroccata ai propri privilegi.

In Italia, quindi, abbiamo due minoranze e una maggioranza. Una popolazione, nel suo complesso, anestetizzata. Un drappello di omofobi, reazionari e conservatori, legati più a una visione nostalgica e vetero-ottocentesca di qualsiasi cosa. E un gruppo di elementi che, in un quadro miserabile come quello attuale, cerca di agganciarsi – tra alterne vicende e in modo più o meno goffo – al progresso del mondo.

Adesso gli omofobi hanno l’illusione, proprio perché viviamo in una nazione di ritardati (parola intesa nel suo senso politico e culturale) di essere maggioranza nel paese. Come se io mi sentissi il fiero generale di una piantagione di lattughe interpretando il loro silenzio come un tacito assenso per le corbellerie che sono disposto a dire su questa o quella categoria.

Ma per loro sfortuna, le cose sono destinate a cambiare. Nonostante la natura malata del fare le cose, nel nostro paese, “all’italiana”. Nonostante la presenza del Vaticano. Nonostante un Partito democratico che cerca di assecondare lo status quo, invece di dirigerlo verso il progresso sociale a beneficio di tutti – ed è questo il senso di un partito progressista, oggi – e nonostante tutti gli Scalfarotto e le Binetti che esistono (oltre che gli Alfano e le Santanché, ovviamente). Anche dentro noi, oltre che attorno a noi.

colosseoLa rivoluzione del web, infine. La reazione dei social network lascia ben sperare. Ma non illudiamoci. Il cambiamento non arriverà in fretta. Dovremo aspettare almeno altri dieci anni per avere misere unioni civili (mentre nel resto del mondo, magari, si arriverà al superamento stesso del matrimonio). Fa parte di un copione già visto. Dai longobardi in poi.

Ma alla fine ci arriveremo anche qui. I gay, le lesbiche, i bisessuali e le persone trans (assieme a tutti gli elementi gay-friendly) si troveranno a sedersi dapprima dalla parte del torto, perché i posti di chi aveva ragione erano stati già presi, per poi lasciar scoprire a tutti gli altri, che, come si dice in Sicilia, la “ragione” – intesa come valore intellettuale neutro – è propria degli imbecilli.

Adesso è il momento del fuoco sotto la cenere. Pronto a esplodere in momenti più propizi. Un fuoco che non brucia, ma che forgia e modella la realtà. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché alla mediocre ragione comune di cui sopra si sostituisca una ragione sociale, dove tutti e tutte possono trovare una collocazione. Omofobi esclusi, va da sé. Per loro c’è solo il dito puntato della storia, pronta a deriderli come adesso si deridono coloro che un tempo ce l’avevano con neri, donne ed ebrei.

Ecco cosa ha detto davvero Barilla

nobarillaAncora sul caso Barilla: cerchiamo di capirci. Come ho già detto nell’articolo pubblicato ieri, certe considerazioni era meglio tenerle per sé. Nessuno pretendeva spot con presenze gay e nessuno vuole che il marchio sia gay-friendly. Ci si augura, in linea di principio, che le dichiarazioni delle persone che rendiamo ricche con i nostri soldi non siano offensive.

Ma vediamo di ricostruire la vicenda, attraverso la trascrizione delle esatte parole dette da Barilla alla Zanzara (per chi vuole sentire l’audio può cliccare qui). Per una maggiore chiarezza, evidenzierò in grassetto le frasi infelici, dal mio punto di vista, e poi cercherò di spiegare perché esse riconducono a una visione discriminatoria delle persone LGBT.

Il contesto era il seguente: si parlava di famiglie multietniche e di integrazione degli stranieri. Guido Barilla fa notare che la sua azienda aveva già fatto uno spot con una bambina cinese che mangiava spaghetti. Quindi Cruciani chiede perché non fare uno spot con una famiglia gay. Ecco come prosegue il dialogo tra i due:

Barilla: «Diciamo che noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi…»
Cruciani: «In che senso, scusi?»
Barilla: «Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei fondamentali valori dell’azienda… eh la salute, la famiglia, il concetto di famiglia…»
Cruciani: «Cioè non fareste mai uno spot…»
Barilla: «No, non lo faremmo perché la nostra è una famiglia tradizionale.»
Altro ospite: «Eh ma la pasta la mangiano anche i gay pero!»
Barilla: «E va bene, se gli piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, se non gli piace e non ci piace quello che diciamo faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra, ma uno non può piacere sempre a tutti per…»

Quindi, e lo dice Barilla stesso, per loro il concetto di famiglia è quello sacrale, ovvero, quello confessionale: fin qui nulla di male, nel senso che ognuno può credere ciò che vuole – anch’io posso far finta che la realtà non esista, ma ciò non impedisce alla realtà di esser tale – ma come è agevole vedere, il signore in questione fa una distinzione tra valori morali, legando per altro il concetto di famiglia tradizionale e sacra a quello di “salute”.

La mia domanda è: ma la famiglia fatta da persone dello stesso sesso è una famiglia non sana? Forse il patron del famoso marchio di pasta, nel suo intimo, pensa questo.

Non contento di aver fatto queste equazioni, forse a livello inconscio, rincara la dose: se ai gay piace questa realtà bene, altrimenti vadano altrove. Tipico atteggiamento dell’arrogante, con la verità assoluta in tasca. Come già detto, anche Rosy Bindi disse una cosa del genere alla festa dell’Unità di Roma due estati fa. L’Italia è questa, non c’è spazio per le rivendicazioni dei gay. Se vi piace è così, altrimenti ci sono gli altri paesi.

Mi chiedo quale sarebbe la reazione delle persone che si sono riconosciute in tali dichiarazioni se il loro capo, di fronte a una richiesta di miglioramento delle condizioni lavorative, avesse detto loro: “qui si fa così, se non vi piace potete sempre licenziarvi”.

Ma continuiamo con la vera chicca della vicenda:

Cruciani: «Cioè lei non farebbe mai uno spot con una famiglia omosessuale seduta a un tavolo.»
Barilla: «Non lo farei, non lo farei, ma non per mancanza di rispetto agli omosessuali che hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica…»
Cruciani: «E che significa senza…»
Barilla: «Tra l’altro la donna, per tornare all’argomento di prima, ha un ruolo fondamentale che è la madre che è il centro concettuale di vita strutturale di questo…»
Cruciani: «Ma poi non è detto che la madre che serve la colazione come nei vostri spot poi non vada a fare il lavoro da manager magari.»
Barilla: «Scusi, ma ci mancherebbe altro, ma sua moglie non fa uguale? Mi moglie tutte le mattine…»
Cruciani: «Io vivo da solo.»
Barilla: «…fa la colazione per tutta la famiglia e poi va a fare il suo lavoro.»

Ebbene, a mio giudizio le frasi peggiori sono proprio queste. Tornerò dopo sul perché quel “disturbare gli altri” è irricevibile. Merita un approfondimento speciale, invece, la considerazione che ha il nostro della figura della donna. Soggetto – o forse dovremmo dire “oggetto”? – che può anche lavorare, se vuole, ma dopo aver assolto i suoi obblighi in cucina.

Angelo del focolare in primis. Visione tipicamente maschilista di chi, evidentemente incapace di metter sui fornelli una caffettiera, vuole che le donne siano al servizio degli uomini. Mi fa strano che nei commenti al mio articolo precedente, molte lettrici non si siano sentite offese da queste parole, ma d’altronde si sa, dopo un po’ ci si affeziona alle proprie catene. Abbastanza triste, converrete.

Ma andiamo avanti:

Cruciani: «Certo… ma infatti! Siamo alla follia. Senta però è interessante quello che mi ha detto lei: la famiglia gay no, però… ehm… io rispetto, però… qual è la frase?, mi sono scordato.»
Barilla: «No, io ho detto che rispetto… io rispetto tutti, facciano quello che vogliono senza infastidire gli altri.»
Cruciani: «E che vuol senza “dire infastidire gli altri”, scusi.»
Barilla: «Beh ognuno ha il diritto a casa sua di fare quello che vuole senza disturbare le persone che sono attorno ricchiedendo più o meno diritti che sono più o meno leciti, per esempio, qui ci addentriamo su fatti che sono un po’ lontani dalla pubblicità però che sono un fondamento comunque dei valori che…»
Cruciani: «Lei è contro il matrimonio omosessuale ad esempio, contro le unioni di uomini.»
Barilla: «No, il matrimonio omosessuale pensi che io lo rispetto, perché tutto sommato riguarda le persone che vogliono contrarre matrimonio, io una cosa che non rispetto assolutamente è l’adozione nelle famiglie gay, perché questo riguarda una persona che non sono le persone che decidono…»
Cruciani: «Però lei sa benissimo che i figli nati da famiglie omosessuali, ci sono tantissimi esempi, possono crescere tranquillamente e invece possono crescere male…»
Barilla: «Certo che crescono tranquillamente, devo dire che io che sono padre di alcuni più… primo padre… so le complessità che ci sono nel tirare su dei figli, spesso mi domando quali sono le complessità – già che ce ne sono tante così – quali sono le complessità di tirare su dei figli con una coppia dello stesso sesso
Cruciani: «Però non capivo l’espressione “purché non disturbino gli altri”…»
Barilla: «Esatto, un essere umano è un essere che può essere disturbato dalle decisioni di altri…»

Arriviamo quindi al nodo della vicenda. Essere omosessuali per Barilla è più o meno indifferente, ma ad alcune condizioni:

  1. vivere il più possibile in ombra il proprio modo di essere
  2. non richiedere diritti “più o meno” leciti
  3. non avere il diritto alla genitorialità.

Barilla sa che possono venir su dei bambini sani e felici anche nelle coppie omosessuali, ma il problema non è questo. Lui che è padre eterosessuale sa già quali sono le difficoltà per crescere un figlio. La condizione del gay o della lesbica, nella sua ottica, diviene uno svantaggio in più nel processo di crescita del bambino.

Ritorniamo sempre allo stesso punto: un gay o una lesbica non possono essere genitori come tutti gli altri perché, appunto, omosessuali. Ma proprio questa visione della realtà è di stampo omofobo. E, soprattutto, collide con una realtà di decine di migliaia di famiglie omogenitoriali che allevano i loro bambini e le loro bambine nel pienezza della dignità della persona.

E ritorna il discorso che una persona LGBT possa potenzialmente turbare, con la sua stessa esistenza, le vite degli “esseri umani”, operando anche una bella distinzione tra chi rientra nel rango umano (e si sente disturbato dalla presenza dei gay) e chi evidentemente è altra cosa.

Per quelli che “l’omofobia non esiste”, per quelli che “ha solo detto il suo pensiero, che male ha fatto”, per chi sostiene – e anche qualche omosessuale ha peccato, diciamo così, di ingenuità – che dobbiamo smetterla di “fare vittimismo”, questo impasto eterogeneo di perbenismo, di concessioni a corrente alternata e di dichiarazioni poco felici rientra nella libera e semplice libertà di espressione.

Il che può essere pure, nessuno lo mette in discussione. Ma le parole non sono mai neutre e hanno un valore molto specifico.

Le parole di Barilla non lasciano spazio a molte interpretazioni: per il nostro, puoi essere gay a determinate condizioni. Altrimenti dai fastidio. E ribadisco: se io dicessi a un nero o a un ebreo che possono essere tali ma fino a un certo punto, verrei tacciato di razzismo. In democrazia tutti e tutte possono essere ciò che vogliono, nei limiti della legalità semmai, e non certamente in modo parziale per non disturbare la maggioranza di chi si sente “normale”. Non si capisce perché per le persone LGBT si fanno deroghe, quando vengono insultate, in nome della semplice libertà di espressione.

O forse il perché si capisce, ma a quanto pare la pretesa del “rispetto” per le opinioni del signor Barilla coincide con il non tollerare che gay, lesbiche, trans, ecc, abbiano una propria idea in merito.

Tutto questo altrove ha un nome ben preciso. Comincerei, fossi in chi sostiene la legittimità delle parole riportate, a confrontarmi con questa realtà. Chissà che non abbia qualche sorpresa.

Dove c’è Barilla c’è casa. Ma non per i gay

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«Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri». Guido Barilla a La zanzara, su Radio24, 25 settembre 2013.

Pensate se avesse detto: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia ebrea perché noi siamo per la famiglia cattolica». O ancora: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia di neri perché noi siamo per la famiglia bianca».

Lascio a voi le considerazioni del caso.

Mi limiterò, per quanto mi riguarda, ad alcune riflessioni.

Innanzi tutto, premesso che mai nessuna associazione gay ha chiesto spot calibrati sulla causa omosessuale, qui non si sta mettendo in discussione la libertà dell’azienda di scegliere il proprio target o le proprie campagne di marketing. È la motivazione addotta che è volutamente escludente.

Rientra, mutatis mutandis, nel Bindi pensiero la cui idea di società è eterocentrica, per cui ai gay è “permesso” vivere in Italia ma senza eguale dignità giuridica. Poi se non ci piace, possiamo sempre cambiar paese.

Adesso, se la pasionaria del Pd aveva torto, e in tanti e tante ci arrabbiammo per le sue parole, anche la dichiarazione del signore del Mulino Bianco è discutibile.

Ancora: il signor Barilla, con quella motivazione, ha offeso i suoi e le sue dipendenti LGBT, che contribuiscono con il loro lavoro a fare dell’azienda una “casa” che li esclude.

Terzo: non si capisce perché le “scelte” delle persone LGBT debbano essere descritte come potenzialmente fastidiose rispetto alla “norma” eterosessuale. Ciò alimenta, per altro, quell’atteggiamento per cui una minoranza per vivere in pace o esser degna deve dimostrare di avere una moralità maggiore rispetto al popolo dei “normali”.

Vi faccio notare, infine, che se fosse successo in America, in signor Barilla avrebbe dovuto chiedere pietà in mondovisione.

Poi ognuno si regoli come vuole, ma riguardo a me, finite le scorte il marchio di cui sopra sparirà dalla mia credenza fino a quando non avrò una buona ragione per cambiare idea.

O questo o niente: l’arroganza del Pd sui diritti ai gay

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Il problema della legge sull’omofobia, voluta così com’è dall’alleanza tra Scalfarotto e i teodem, non piace alla stragrande maggioranza delle realtà associative che operano sul versante dei diritti civili, siano esse gay o meno.

Scriverò in seguito le ragioni delle associazioni che l’hanno criticata. Qui oggi parlerò dell’atteggiamento diffuso tra non pochi militanti del Pd che di fronte alle critiche rispetto al ddl, rispondono piccati: “la legge è questa, sempre meglio di niente. Se non la volete peggio per voi”. Atteggiamento arrogante e discriminatorio, a mio parere.

Quello che sfugge, a certi signori di quel partito, è che noi persone LGBT non vogliamo essere trattate come straccioni a cui regalare abiti dismessi. Certo, meglio una coperta usata e usurata rispetto al niente: copre lo stesso dal freddo (anche se male). Ma la dignità va a farsi benedire.

L’intero iter della legge si è consumato su atti dequalificanti: rimandare la discussione all’infinito, cercare mediazioni al ribasso, sacrificare i diritti civili per le larghe intese (secondo quanto espresso dai relatori stessi) e il tutto perché sul piatto c’era una questione per “froci”.

Non mi risulta che quando venne varata la legge Mancino di cui si chiedeva e si chiede tuttora l’estensione, ci siano state queste levate di scudo sulla “tutela” della “libertà” di parola. Ciò è avvenuto adesso e con l’attuale provvedimento perché si parlava di proteggere le persone LGBT.

Il Pd ha operato come ha operato. Per arrivare, invece di avere una legge buona e dignitosa, all’ennesimo ricatto del “sempre meglio di niente”.

Mi chiedo: nell’ottica del militante medio del Partito democratico io, in quanto gay, devo subire ogni volta questa manfrina per cui non posso avere la certezza della pienezza del diritto in nome di urgenze maggiori che fanno decadere la mia dignità di persona omosessuale? Perché è su questo presupposto che quella legge è nata – ovvero: non si possono mettere a repentaglio le larghe intese per la questione omosessuale – ma tale presupposto è, appunto, discriminatorio!

Il resto lo rimando alle valutazioni di Arci, Magistratuta Democratica, l’associazione dei Giuristi per i diritti degli immigrati, ecc. Tutti concordi nel dire che la legge così com’è apre a razzismo e omofobia.

Poi se la si vuole osannare perché queste sono le direttive che provengono dall’apparato, chiunque è libero di farlo. Ma la gente non è poi così stupida come si crede nelle tristi segreterie del potere politico.

Ancora sul liceo di Perugia: una “lezione” contro l’omofobia

I miei post sul controverso caso del liceo perugino, in cui un docente di religione ha somministrato un questionario omofobo ai suoi studenti, ha provocato una reazione di massa di diversi commentatori di matrice culturale cattolica, sguinzagliati non si sa bene se da un fervente anelito per il martirio – e mi riferisco a quello a cui è stata sottoposta la pazienza mia e di chi ha letto il loro profluvio di inesattezze – o dall’integralismo tipico di chi pretende di possedere la verità in tasca.

Tralascio i vari casi in cui sia io sia i lettori e le lettrici di questo blog siamo stati invitati/e, senza esclusione alcuna, a ritrovare rette vie, incontri con Gesù, il senso del pentimento e amenità analoghe. Trovo molto violento questo voler imporre la propria visione della fede a chi con quella fede non vuole averci niente a che fare.

Ma al di là degli aspetti folkloristici della vicenda, ho riscontrato da parte di questi trolls – travestiti da opinionisti – una serie di costanti argomentative che vi sottopongo, per capire quali sono le strategie che mettono in atto queste persone per falsificare la realtà, sia quella effettiva, sia quella raccontata da altri per avallare la loro visione dell’omosessualità come condizione sfavorevole.

Mi rifarò a uno dei tanti – e sempre rigorosamente anonimi – che procede attraverso diversi canali che analizzo qui di seguito. Lettura un po’ lunga, ne sono consapevole, ma a mio parere necessaria. Ma andiamo per punti.

***

1. Rovesciamento della questione

Il primo tentativo, solitamente, è quello di sminuire la portata della cosa. Nel questionario proposto ciò che non è andato giù a me e a molte altre persone è stato l’inserimento di condizioni personali e scelte di vita, insieme a comportamenti poco leciti e a reati veri e propri. Penso sia molto offensivo sentirsi accomunare a stupratori e assassini in quanto gay, divorziati o conviventi. Il nostro eroe così ribatte a questa obiezione:

«Dunque anche gli atei, o i tanti giovani che convivono dovrebbero essere scandalizzati da questo questionario e gridare allo scandalo. Chiaramente così non è.»

Si cerca, dunque, di limitare la gravità oggettiva del fatto a una protesta di una categoria e una soltanto. Siamo noi gay che stiamo protestando, non gli altri. La maggioranza delle persone rimane silenziosa di fronte a questo presunto scandalo. Siamo noi, persone LGBT, tanto per cambiare, i soliti esagerati. La questione, in tal senso non solo viene sminuita, ma addirittura rovesciata.

***

2. Ragionamento oppositivo

Continua ancora, il nostro eroe:

«Il questionario resta quello che è: una provocazione e un invito a dei giovani diciottenni a ragionare con la loro testa, senza annichilirla ascoltando in continuazione il lavaggio del cervello che ultimamente i media stanno facendo a favore delle comunità LGBT. Ragionare con la propria testa significa saper discernere il bene dal male.»

Si separano due fenomeni, perciò: la propaganda dei media, indicati come pro-omosessuali, e l’azione del docente perugino. Il docente, secondo la visione proposta, invita a ragionare con la propria testa, in opposizione ai sistemi di comunicazione che fanno “il lavaggio del cervello”. Il questionario del prof di religione, contrariamente ai media, aiuta a discernere il bene – ciò che egli dice – dal male, ovvero ciò che propongono i media. Ma i media, si è appena detto, sono dalla parte dei gay e con essi alleati per plagiare le giovani menti. Ne consegue che il bene sta tutto da una parte (il prof, appunto, e il suo questionario) e, quindi, il male nell'”omosessualismo” dominante. Si diceva la stessa cosa degli ebrei, organizzati in non meglio precisate lobbies messe ad arte per la conquista del mondo. Si sa come è andata a finire.

***

3. Gerarchizzazione

Per difendere l’inserimento dell’omosessualità in mezzo a crimini e peccati, il nostro afferma:

«Nel caso specifico della parola “omosessualità” ciò vuol dire sapere che l’omosessualità non è una colpa, né un peccato. Ma sapere anche che l’omosessualità può portare a colpe e a peccati esattamente come ogni altra condizione umana.»

Affermare “che anche l’omosessualità può portare a colpe e peccati” suggerisce che l’essere gay o lesbiche vada considerato in un gradino più in basso rispetto alla “naturale” norma dell’eterosessualità. Ma se dovessimo ragionare con tali categorie interpretative, ribaltando a nostra volta i termini della questione, andrebbe ricordato che soprattutto l’eterosessualità può portare a malefici effetti per tutti e tutte: fino a ora questa condizione ha garantito all’umanità quasi il 100% delle “colpe” descritte in quel foglio, a cominciare da guerre, stupri e soprattutto dagli infanticidi, tipico male delle famiglie composte da padri e madri, sposati o meno.

Per fortuna il pensiero del movimento LGBT non ha bisogno di questi stratagemmi retorici per affermare la bontà delle proprie posizioni.

***

4. Vittimismo cristiano

Messo alle strette sull’effettivo infelicissimo contenuto di quel test, l’autore del commento in questione sbotta:

«Io trovo un insulto alla mia libertà il non poter esprimere le mie idee. Ho letto altri tuoi messaggi pochi minuti fa, e sei tra coloro che mi imprigionerebbe per le mie idee. Mi fai paura, e come te molti altri attivisti LGBT.»

Mi fa sorridere il fatto che questo individuo si senta minacciato e offeso per la mancanza di spazi in cui poter esporre le proprie convinzioni: ma se contiamo il numero degli interventi qui su questo blog, tra questo articolo e altri, mi sembra che egli abbia approfittato di molte occasioni di dire la sua senza che nessuno gli abbia impedito di farlo.

Tale vittimismo, per altro, è lo stesso che utilizzò a suo tempo il Vaticano quando si oppose alla depenalizzazione dell’omosessualità voluta dall’ONU, sostenendo per mezzo dei suoi diplomatici che vietare di mandare in prigione un gay era discriminatorio per la libertà di quei paesi che prevedevano sanzioni contro l’omosessualità stessa…

***

5. Catastrofismo

Come ogni produzione letteraria di stampo religioso che si rispetti, anche il commento che stiamo analizzando si conclude con un’apocalisse:

«Ricordatevi cosa è stato dell’uomo ogni volta che è stato privato della sua libertà per ideologie: le crociate, il comunismo, il nazismo… L’ideologia del gender è sempre più proiettata verso simili aberrazioni. E questo fa paura!»

Strategia che già conosciamo, perché utilizzata – tra tanti – proprio da Berlusconi nel suo ventennio contro i rischi di chissà quale invasione sovietica, nonostante il muro di Berlino fosse già caduto nel 1989. La cosa si commenta da sé. Ma per il nostro autore evidentemente non fa mai male dipingere i suoi avversari come portatori di “miseria, terrore e morte”.

***

Conclusioni

Commenti come quello appena riportato dimostrano, in buona sostanza, che essere cristiani in una certa ottica significa poter esprimere impunemente i propri pregiudizi a danno delle minoranze. Temo che queste persone non siano abbastanza coscienti del ridicolo in cui cadono con questo tipo di atteggiamento. Ma contente loro!

Adesso, si trattasse solo di suggerire a menti obnubilate da certo integralismo religioso un doveroso senso della vergogna, la cosa toccherebbe solo le coscienze di chi decidesse di cimentarsi in un’impresa tanto titanica quanto inutile. Il dramma è che questo tipo di argomentazioni sono proposte come verità vibrante dai piani alti del potere religioso per poi ricadere, in forme varie e diverse, sulla società tutta a cominciare proprio dalle scuole.

Lì ragazzi e ragazze LGBT subiscono questo tipo di “suggestioni” a danno della loro serenità mentale e della loro integrità fisica e morale. E va da sé che chi è veramente interessato/a al bene collettivo, non può essere contento di questo stato di cose.

Il questionario di quel docente ricalca, in linea di massima, questo tipo di atteggiamento che può fare del male a chi ancora è troppo fragile per poter avere un’identità solida, in un senso o nell’altro, in un mondo strutturato sul pregiudizio. Per questo quel documento diventa irricevibile e, in buona sostanza, anche parecchio pericoloso.

Liceo Mariotti: gli allievi difendono il prof di religione

Per completezza di informazione: mi ha scritto Francesca Saccomandi, una studentessa del liceo di Perugia di cui si è parlato, e molto, ieri su tutti i media per il famigerato questionario sulle “colpe” dell’uomo. Riporto integralmente la sua lettera:

A nome della classe 3b, del liceo classico A. Mariotti.

Di recente sul web si è scatenato un putiferio mediatico dovuto ad una foto, pubblicata su un social network, che mostrava un questionario sottoposto alla nostra classe durante l’ora di religione. A fare scandalo è stata proprio la consegna del questionario, che recitava: “Attribuisci un voto da 0 a 10 in ordine di gravità sulle principali colpe di cui ci si può macchiare” e che citava in elenco, fra “omicidio” ed “infedeltà coniugale” anche le discutibili voci “omosessualità” e “metodi contraccettivi”.
Da qui, Omphalos Perugia ha deciso di diffondere, nel mondo virtuale e non, l’idea che nella nostra scuola si utilizzino metodi educativi impregnati di omofobia, antiquati e discriminatori.
Il fatto in sé sembrerebbe più che legittimo, se non che a nessuno è venuto in mente di verificare cose fosse effettivamente successo in classe: il questionario è sì stato distribuito, ma con tutt’altro scopo.
Pur essendo noi d’accordo riguardo l’incredibilità di una consegna del genere, del tutto inapplicabile e straripante di pregiudizi, vorremmo fare presente i reali obbiettivi del questionario. Quest’ultimo viene distribuito in Terza liceo (e cioè all’ultimo anno di superiori) proprio perché ci si aspetta un approccio maturo e distaccato anche riguardo alla forma (sbagliata) in cui viene espresso.
Il professore di religione ha infatti subito specificato che il compito non era che l’estratto di un’indagine sociologica di anni ed anni or sono. Ci ha tenuto a precisare come la voce “omosessualità” non fosse giustificabile. Ma soprattutto, non richiedeva nient’altro che un confronto diretto su temi come l’aborto o il suicidio, anch’essi presenti nella lista.
L’esercizio era infatti mirato a provare, in una classe in cui giustamente convivono le opinioni più disparate, che pur vivendo secondo un pensiero relativista vi sono e saranno sempre dei livelli che nessuno di noi saprebbe valicare.. per fare un esempio, si è riscontrato che l’intera classe ha considerato l’infanticidio una colpa gravissima, a prescindere dalle inclinazioni culturali di ciascuno.
Non era dunque che una semplice discussione sul concetto di “bene” e “male”, non secondo la morale cristiana, ma l’etica personale.
Il fatto è che, probabilmente con troppa leggerezza, una copia della fatidica lista è stata resa pubblica su facebook, ed ha catturato l’attenzione di numerosi bloggers, giornalisti e gestori di pagine web contro l’omofobia.
Quello che ci lascia basiti non è tanto la risonanza della foto pubblicata, che estrapolata dal suo contesto farebbe infervorare chiunque, ma le invenzioni dei giornalisti a scopo di creare polemica. Sono infatti continue le supposizioni e le illazioni quasi diffamanti rivolte alla nostra scuola, dove, senza ombra di dubbio, non siamo formati a questo tipo di schietto e povero giudizio su temi tanto importanti.
Al Liceo classico Mariotti non si insegna l’omofobia.
Ci dispiace che associazioni che dovrebbero svolgere un lavoro costruttivo per la comunità, come Omphalos Perugia, ritengano che sia necessario questo genere di esagerazione e continua rincorsa allo scandalismo per operare in favore dei diritti per gli omosessuali.
Ci piacerebbe far sapere loro che nel piccolo ambiente in cui viviamo, sta diventando difficile trovare chi si ostina a perpetuare una mentalità omofoba.
Siamo in un liceo classico. L’amore fra Patroclo e Achille è programma di quarto ginnasio.

La giovane allieva si lamenta, perciò, della “semplificazione” giornalistica e mediatica per cui il suo insegnante sarebbe stato accusato e ingiustamente di omofobia. Ho risposto così a Francesca e alla sua classe:

“Cari studenti e care studentesse del Liceo Mariotti,

adesso io non metto in discussione che la finalità del progetto fosse altra rispetto a quella che si può desumere dalla lettura di quel test. Ma permettetemi di farvi notare che il linguaggio – come voi fate notare in questo spazio – non è qualcosa che va trattato con leggerezza.

Innanzi tutto, viviamo in un tempo tecnologico, per cui si poteva benissimo cambiare il questionario, magari eliminando le voci ritenute controverse dal vostro stesso insegnante.

In secondo luogo, il problema non sta solo nella presenza della parola omosessualità, ma anche in altre voci, ugualmente discriminatorie.

Il test parla chiaro: c’è un novero di colpe e tra quelle c’è l’omosessualità. Forse il vostro insegnante non vuole farvi arrivare a questa semplificazione ma di fatto vi ha sottoposto un documento in cui essere omosessuali o hiv positivi è visto alla stregua di uccidere bambini e stuprare donne.

Cosa avrebbe detto un ebreo se avesse letto, in quell’elenco, la dicitura “essere giudei”? E un africano come avrebbe reagito di fronte a un “essere neri”?

Forse le intenzioni del vostro docente non sono cattive e infatti ho cambiato, come mi è stato richiesto, il titolo del mio articolo per correttezza nei vostri confronti. Ma gli effetti sono quelli di disseminare, anche a livello inconscio, il pregiudizio per cui in una rosa di peccati e reati esistono tipologie di persone destinate a esser viste e raccontate con le categorie del “male”.

Forse al vostro professore sarà dispiaciuto che un aspetto della sua vita – il suo insegnamento – sia stato banalizzato e tacciato di omofobia di fronte a un documento a dir poco controverso, ma adesso forse sa qual è il trattamento che la sua chiesa riserva, con le stesse identiche dinamiche seppure invertite, a chi viene accusato di “omosessualità”.

Rifletterei su queste questioni, prima di difendere un atteggiamento considerato solo troppo leggero. Io credo che ci sia della pesantezza in tutto questo e l’aspetto gravoso della vicenda sta proprio nel fatto che da quell’elenco non siano state tolte le voci che richiamano determinate condizioni personali e le scelte individuali, confondendole con crimini e reati.”

Ora di religione: un questionario mette insieme omosessualità e reati

La denuncia parte dall’associazione Omphalos di Perugia:

“Attribuisci un voto da 0 a 10, in ordine di gravità sulle principali colpe di cui ci si può macchiare” è la consegna affidata da un docente di religione del Liceo Classico Mariotti di Perugia, durante le ore curriculari, nella propria classe. Il lungo elenco chiuso, fornito ai discenti menziona l’omosessualità tra diciture quali: “fare la guerra”, “omicidio”, “evadere il fisco”, “metodi contraccettivi”, “esperienze prematrimoniali” e “infettare con l’AIDS”.

Potete riscontrarlo agevolmente nell’immagine che segue:

test religione

Niente di nuovo sotto il sole. Che durante le ore di religione si insegni che l’omosessualità rientri tra i comportamenti da evitare è la “norma” alla quale sono sottoposti milioni di studenti e studentesse ogni anno nel nostro paese. Pazienza, poi, che professori come quello che ha proposto questo test siano pagati dallo Stato italiano, ma siano scelti dai vescovi e mandati nelle scuole pubbliche italiane dove vanno anche ragazzi LGBT o figli, a loro volta, di genitori gay e lesbiche.

Basterebbe solo questo foglietto per rimettere in discussione il concordato, visto che i “colleghi” dell’ora di religione vanno contro il dettato costituzionale e, nella fattispecie, contro l’articolo 3. Purtroppo lo Stato tollera e finanzia pure.

Al di là dell’aspetto squisitamente politico, c’è anche quello del linguaggio e della comunicazione.

Educare una società all’esistenza del peccato è già di per sé un procedimento poco costruttivo, nel senso che non aiuta a mettere insieme un corpo sociale libero dalle maglie del senso di colpa. Una società più giusta dovrebbe, invece, partire proprio dal concetto di responsabilità individuale e collettiva.

Ma ai cattolici, con ogni evidenza, non interessa liberare l’uomo (e men che mai la donna) e porlo di fronte alle conseguenze dei suoi comportamenti. È più importante distinguere tra buoni e cattivi, sotto la spada di Damocle di una colpa transitoria pronta a trasformarsi in dannazione eterna (Schopenhauer insegna, a proposito). A questa gente lo Stato affida la gestione della propria spiritualità. Poi però ci stupiamo dei ragazzini che si lanciano dai balconi perché presi per froci…

Al di là di questo, è singolare vedere come per il prof di religione non esiste una differenza sostanziale tra peccato e reato. Per il signore di cui sopra convivere col partner, essere omosessuali, essere persone sieropositive (descritte addirittura come “nuovi untori”) è assimilabile all’abuso di minori, all’evasione fiscale, all’assassinio e via discorrendo.

L’associazione Omphalos ha «già presentato una denuncia all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Ministero per le Pari Opportunità» e chiede «con forza anche l’intervento della Regione». Ci si chiede, dentro l’associazione «se è questa la libertà d’espressione che l’onorevole Verini (PD) insieme all’onorevole Gitti (SC) hanno voluto preservare con i loro emendamenti. Quegli emendamenti danno protezione proprio a comportamenti come questi, che non solo sono fuori da ogni pratica di buona istruzione, ma creano ancora più solitudine e emarginazione tra i nostri giovani.»

Una domanda che andrebbe posta ai creatori della recente legge sull’omofobia, che di fatto tutela la condotta di questo insegnante. Ma sappiamo – consci dello stile di chi è responsabile di quello scempio – che non arriveranno risposte che non siano nel segno del convincere se stessi e possibilmente anche gli altri, o peggio ancora dell’autocelebrazione.

Concludo facendo notare come questo tipo di fatti costituisce, nella sua essenza, una violenza vera e propria contro chi cerca di vivere la propria vita nel segno della dignità. Essere etichettati e narrati alla stregua di stupratori e assassini non gioca a favore dell’inclusione e della dialettica tra diversità, che dovrebbe essere il primo obiettivo di qualsiasi istituzione scolastica.

Chissà se la legge – voluta sappiamo bene da quali attori politici su cui ricadrà la responsabilità morale di quanto accadrà da oggi in poi nelle scuole e nelle strade del nostro paese – proteggerà questo tipo di violenze, si chiedono a Perugia. Dubbio legittimo, che si pongono in tanti e in tante. Dubbio che lascia propendere per una risposta, ahinoi, affermativa.

La rabbia e l’orgoglio (gay)

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“Dario stai esagerando con questa storia della legge sull’omofobia.”

“Stai diventando aggressivo.”

“Stai perdendo lucidità.”

Queste alcune obiezioni da parte di chi mi legge, da parte di qualche conoscente e amico.

Mettiamola così: la rabbia, a volte, ti fa essere poco lucido. Ma essere poco lucido, a volte, è ciò di cui hai bisogno per sbollire la rabbia.

La rabbia è la voce di un sentimento che nasce dopo la delusione, dopo una ferita o dopo il reiterarsi delle stesse. Credo che rientri nelle facoltà delle persone vivere i propri sentimenti, anche quando questi non sono positivi o propositivi.

Spero che non si pretenda che un omosessuale, in quanto tale, debba essere migliore rispetto ad altre categorie nel gridare la propria delusione. Soprattutto se quell’ottimalità sembra coincidere con il silenzio o, peggio ancora, con l’adorazione del potente di turno.

Capisco chi mi dice questo per salvaguardare la mia credibilità.

Capisco un po’ di meno chi mi invita al rispetto a chissà quale galateo istituzionale.

In questi giorni ho deciso di far voce a quella parte di me che vuole urlare, che vuole prendere a schiaffi qualcuno, che manderebbe all’aria tavoli, mediazioni, equilibri politici e amenità similari.

Poi verrà il tempo per rimettersi in sesto. Pe rimettere in ordine i cocci del vaso rotto da qualcun altro. Per ora sbraito e bestemmio, perché quel vaso, quello della speranza e dell’illusione di vivere in un paese tutto sommato civile, è stato definitivamente distrutto.

Credo di interpretare il sentore di molti che la pensano come me. Chi non accetta questo, chi lo trova sconveniente, non ha rispetto a mio parere di quel sentimento collettivo di disillusione. Ed è da lì che si dovrebbe ricominciare, non certo inseguendo il plauso e l’autocompiacimento di chi ci ha portati allo squallore di adesso.

Il “buono” della legge Scalfarotto

Premesso che non andrebbe chiamata legge contro l’omofobia, perché di fatto la tutela – ammesso che tu sia prete, deputato dell’UdC, primario ospedaliero iscritto a Comunione e Liberazione, ecc – possiamo vedere alcuni aspetti di questo ddl che potremmo utilizzare, noi persone LGBT, a nostro vantaggio.

Il primo: noi delle associazioni gay potremo dire, ad esempio, che i leghisti sono creature inferiori e che non possono sposarsi perché i bimbi meritano di meglio.

E poi ancora: e poi ancora, io personalmente quanto docente, ma membro di un’associazione politica che svolge la sua missione anche dentro le scuole, potrò divulgare tra i miei allievi l’idea che essere cristiani è una patologia mentale.

Ricordioci infatti ciò che recita la legge fortemente voluta dal Partito democratico e dai teodem dell’UdC, che recita:

Non costituiscono discriminazione le opinioni assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attivita’ di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni

quindi, poiché la nostre associazioni si muovono nell’ambito della Costituzione, potremo tutti e tutte noi dire, da oggi in avanti, che agli omosessuali iscritti a partiti come il Pd dovrebbe essere vietato di sposarsi, un giorno, perché è evidente che vivono male la loro condizione personale.

Per fortuna di Ivan Scalfarotto e di molti e molte dentro il suo partito, noi delle associazioni LGBT non siamo come lui e come i suoi amici in parlamento, a cominciare da Paola Binetti che ha voluto questa legge così com’è e che alla fine l’ha pure votata.