Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

***

1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

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4 thoughts on “Dal corpo al diritto

  1. Brav* davvero! Musica per le mie orecchie!! Come spesso accade in questo Paese, a fronte di precursori che sanno anticipare di decenni i tempi (hai citato Mieli, p.es.), cadiamo poi in autentiche “controriforme” per poi, dolorosamente, riscoprire chi ci aveva preceduto. Voglio essere un inguaribile ottimista: forse l’Italia arriverà buona ultima nel riconoscimento dei diritti civili per tutt* con una consapevolezza culturale maggiore e più profonda dei nostri vicini europei (e dunque più duratura, consolidata e meno esposta ai venti delle tempeste reazionarie)? Ho solo una preoccupazione reale: la (cosiddetta) “Comunità LGBT” è disposta a lavorare su se stessa per acquisire quelle consapevolezze di cui parli?
    Buon lavoro, ragazz*!

  2. Mi chiedo come mai di tutte le malattie sessuali esisistenti (e alcune ben più virulenti) lo stigma sociale si sia abbattuto così solo su gli ammalati di HIV; sarà forse perchè è stata associata fin dall’inizio all’omosessualità?

    P.S. x Lucarelle: perché il ricorso all’asterisco in due aggettivi che si riferiscono chiaramente a un uomo? la “liberazione dei corpi” dello scritto non credo sia assolutamente da intendere come “liberazione dai corpi”: non ci si vuole liberare dei concetti di maschio e femmina, uomo e donna, ci si vuole soltanto liberare dai giudizi e dai pregiudizio che la società trae da essi e con cui vorrebbe ingabbiare tutti dentro rigidi norme comportamentali; ma mi creda che per omosessuale non è affatto indifferente trovarsi davanti un uomo o una donna (così come per un eterosessuale).

  3. #Remo: è stata erroneamente vista come peste gay. E la cosa ha fatto molte vittime proprio tra gli eterosessuali, che si ritenevano immuni in quanto non omosessuali. L’omofobia, come vedi, miete vittime un po’ ovunque. Ciò non toglie che se anche fosse una malattia solo per una parte della popolazione, non si dovrebbe vedere un incidente come una colpa per cui discriminare.

  4. Scusa Remo, ti riferivi a me?
    Se sì, ti rispondo subito: condivido totalmente quello che hai scritto, ma i miei asterischi servivano solo a risparmiarmi la ripetizione “bravi/brave”, “tutti/tutte”, “ragazzi/ragazze”: siccome immagino che all’Arcigay di Catania ci siano uomini, donne e forse anche transgender, ho evitato di far torto a chiunque. Solo questo è il motivo! :)

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