Su Piras, senza esagerare

20130819-124421.jpgIl caso Piras è diventato tristemente noto. Ricostruiamo la vicenda. Isinbayeva, l’atleta russa omofoba, fa l’elogio alle leggi antigay del suo paese. Poi, come scrive Piras sul suo profilo Facebook:

“…il giorno dopo e pressata dalle polemiche che ne sono conseguite porta i media di tutto il mondo a titolare “Isinbayeva ci ripensa: sono stata fraintesa”.

Pensare contestualmente alle recenti conseguenze di questa legge, tra le quali i casi di stupro su alcune ragazze lesbiche e le affermazioni in difesa della stessa norma da parte di una donna e atleta di fama come la Isinbayeva mi hanno portato ad utilizzare quello che in letteratura si chiama un paradosso scrivendo sul mio profilo facebook e testualmente “Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari domani ci ripenso. Magari mi fraintendono”.

Per questa provocazione, sicuramente infelice ma non violenta, è stato messo in croce come fulgido esempio di misoginia, di violazione dei diritti umani, di maschilismo, sessismo e probabilmente qualcuno avrà anche scomodato il contagio dell’Aids, l’aumento dell’Imu e la situazione in Egitto.

Eppure, a ben vedere, Piras non ha augurato lo stupro. Ha semplicemente usato la figura del paradosso. Forse, anche a causa del mezzo, ha omesso frasi quali “è come se dicessi…”, proprio per sottolineare l’enormità della cosa. Processo retorico forse troppo elaborato per chi ragiona in modo binario: bianco/nero, bene/male, ragione/torto.

Piras è solo stato la vittima eccellente di quel processo “culturale” per cui una donna, in quanto tale, non va mai criticata (perché la critica equivale all’aggressione), in nome magari di ideologie che per esistere (ancora) hanno bisogno di essere più vere della realtà.

E non ci si rende conto che gli attacchi che gli sono stati lanciati, in modo violento (questi sì), acritico e gratuito, sono un favore indiretto a quelle politiche antigay che andrebbero attaccate senza eccezione alcuna. Il classico esempio del saggio che punta alla luna.

Come ho già detto in casi analoghi (Alicata e i rom, Civati e Biancofiore) basterebbe aver fatto bene analisi del testo alle elementari per capire il significato di quelle parole. Poi certo, se vogliamo giocare al massacro del “politico scomodo” di turno (maschio, che per certo femminismo è sempre e comunque un demerito e magari pure progay, perché un pizzico di omofobia interiorizzata non guasta) solo perché va di moda, si accomodino pure i talebani del politically correct, rientra nella libertà di essere cretini/e in massa. Rassicurante, per carità. Ma non si fa un favore al discernimento del reale e al concetto di onestà intellettuale.

Di buono in tutta questa triste vicenda, per cui si imbottisce il mouse di esplosivo e si aprono le stalle dei circuiti nervosi, c’è il fatto che il caso Piras ha dimostrato che anche dentro l’elettorato di centro-sinistra esiste un esercito di analfabeti di ritorno per cui non contano le cose che si dicono e le elaborazioni retoriche, criticando magari la non opportunità di lasciare certe esternazioni aun mezzo che presta il fianco a equivoci, mentre è importante mantenere inalterati feticci e convenzioni. Che è poi una delle tante essenze del berlusconismo. E che ci dimostra che non sono solo i partiti il problema di questo paese, ma anche la gente che ci sta dentro o che li vota.

Intanto il consigliere Piras si è dimesso, accetterà l’eventuale espulsione dal partito, ha scritto lettere e articoli di scuse. Altri, quali Calderoli e Binetti, stanno ben arroccati sui loro seggi, gongolandosi tra razzismo e omofobia. I talebani del politicamente corretto, coerentemente, continuano a stracciarsi le vesti per uno stato su Facebook.

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