Il paradosso del deputato gay

Una cosa che i politici avrebbero dovuto fare in merito al suicidio del quattordicenne romano? Mantenere il silenzio o, al massimo, dichiarare il proprio scoramento umano di fronte a una tragedia così crudele e assurda allo stesso tempo. Così non è stato. Chi ha usato il fatto per attaccare il movimento (come Giovanardi), chi per giustificare la pessima legge che sarà votata in parlamento (“la legge non lo avrebbe comunque salvato”, secondo il pensiero di Alicata), chi per giustificare se stesso e la propria condotta. Quest’ultimo è il caso di Scalfarotto, che ha scritto un post, sul suo blog, in cui ribadisce che:

  • la (sua) legge contro l’omofobia è l’unica possibile
  • non sarà un provvedimento contro i cattolici (ma nessuno lo ha mai chiesto)
  • il vero nemico è il movimento LGBT che lo critica e che vuole mantenere lo status quo
  • risponderà col silenzio alle critiche, impedendo qualsiasi forma di dibattito (ed evviva la democrazia).

Seguono varie amenità contro il M5S, del quale certi suoi rappresentanti verranno querelati per averlo considerato il mandante morale del suicidio del giovane romano (e a questo punto tanto valeva scrivere il più famoso “lei non sa chi sono io”) e un paio di bugie sulla legge Mancino (visto che non è vero che si sta estendendo quel provvedimento, ma se ne sta facendo uno a parte di tipo segregazionista per le persone LGBT che però tutelerà gli omofobi nella loro facoltà di insulto e di propaganda contro omosessuali e persone trans).

A questo articolo risponde il Circolo Mario Mieli di Roma, attraverso un comunicato ufficiale del suo presidente, Andrea Maccarrone che si chiede come mai il deputato democratico difenda ancora una volta il fronte omofobo (quello della famosa lettera all’Avvenire, per intenderci) mentre arrivano insulti al movimento (accusato di “sindrome di Stoccolma”, ovvero di amare i propri carnefici a tal punto da voler mantenere uno stato di guerriglia permanente). E si anche fa notare che il dibattito sulle leggi si fa sempre prima che esse vengano approvate, secondo la normale dialettica democratica di un paese europeo e occidentale.

Invito tutti e tutte voi a leggere i documenti in questione, sebbene mi renda conto quanto sia poco ferragostana questa vicenda che poteva essere cristallina e si è invece trasformata nell’ennesima grottesca puntata della storia dei diritti civili in Italia targata Pd.

Io mi limiterò a far notare che l’onorevole Scalfarotto, la cui elezione avevo pure salutato con favore, sta determinando la situazione paradossale per cui oltre a ricevere il plauso di Paola Binetti & Co. (e questo dovrebbe farlo riflettere e non poco) e le critiche di parte del movimento LGBT, quello più coraggioso almeno (e questo dovrebbe far riflettere noi, ancora largamente incapaci di saper dire “no!” al potente di turno), sta portando in aula un provvedimento che permetterà ai Buttiglione e alle Bindi di turno di poter continuare a dire che l’omosessualità è una perversione, un errore o un peccato. Argomenti su cui si fondano poi tutte le violenze, psicologiche e fisiche, conseguenti.

Contemporaneamente, se da un lato garantisce agli omofobi il diritto di manifestare il loro odio verbale, pardon, la loro “opinione” su milioni di gay, lesbiche e trans, dall’altro querelerà chi lo considera corresponsabile in fatti che vedono giovani adolescenti suicidarsi per il clima di odio alimentato dalla componente cattolica del suo partito.

Scalfarotto dà prova di non amare le critiche (e reprimerle) da parte dei suoi avversari, tradendo il concetto stesso di democrazia; e di tollerare e seguire il plauso dei suoi nemici, tradendo il movimento delle cui istanze di cui si era fatto portatore. La sindrome di Stoccolma in tutto questo permane, ed è evidente, ma forse andrebbero rivisti i termini della sua attribuzione.