I limiti culturali del dibattito sulla legge antiomofobia

Ho ascoltato ieri sera il dibattito parlamentare sulla legge contro l’omo-transfobia. Mi pare che il tenore degli interventi fosse tale da poterli suddividere, fatta qualche rarissima eccezione (e mi riferisco in particolare a Civati), in due gruppi:
1. quelli che sono proprio a favore della sussistenza dell’omofobia e della transfobia (Paola Binetti in primis, e grazie ancora “Veltroni & Rutelli” per averla creata, politicamente);

2. quelli che aprono, ma molto timidamente, a una forma di tutela.

Tra questi ultimi ho sentito troppo spesso il richiamo al messaggio di Gesù, ai vangeli, allo spirito cristiano, ai valori dell’umanità legati alla visione spirituale e religiosa della vita e amenità varie.

Nessuno (o quasi) che abbia concentrato il focus filosofico sulle seguenti questioni:
1. l’omofobia e la transfobia sono forme di violenza e in quanto tali assimiliabili, giuridicamente parlando, a crimini veri e propri;
2. anche quando una legge contro questi due crimini impedisse di proferire punti di vista contro le persone LGBT, la loro libertà e le loro relazioni, non si capisce quale sia l’esigenza di poter pensare di insultare o picchiare un gay, una lesbica o un/a trans – anche se questo può mettere in pace la coscienza del cattolico o del fascistello di turno – che non sia appunto un supporto diretto a quei crimini;
3. se il pensiero religioso ha bisogno di odio e violenza contro le persone LGBT o più semplicemente della possibilità di impedire la loro felicità, in qualsiasi altro modo, con il pretesto di poter esprimere liberamente le sue convinzioni, forse sono le convinzioni di quel pensiero religioso ad esser sbagliate e non l’eventuale legge di tutela (ne consegue che ancora una volta i cattolici non sono degni di sedere nelle istituzioni per le ragioni di cui sopra);
4. fascisti e cattolici non possono più inneggiare (almeno a parole, perché nei fatti la questione è molto diversa) fenomeni quali il razzismo, la shoah, la discriminazione delle donne, ecc. Qualcuno dovrebbe spiegarci perché è necessario mantenere quest’ultima forma d’odio, quella contro le persone LGBT, laddove invece altri fenomeni sono stigmatizzati da chiunque.

Concludendo: se un provvedimento è giusto non ha bisogno dell’avallo religioso per essere moralmente giustificato. Se lo si cerca ad ogni costo si sottopone a una sudditanza culturale di tipo confessionale una battaglia di civiltà che dovrebbe avere valore di per sé.

Mi pare che il tenore della discussione abbia cercato quel tipo di legittimazione. Si chiede a una confessione, che in quanto fede umana è sempre parziale, il permesso di poter avviare conquiste di progresso sociale dal valore universale per il benessere collettivo. Capirete da soli i rischi di questo processo e, di conseguenza, perché questo tipo di approccio sia profondamente sbagliato. Il parlamento italiano, purtroppo, insegue questo errore.

Annunci

One thought on “I limiti culturali del dibattito sulla legge antiomofobia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...