Haiku, XII – Tenerezza

tenerezza

Di tenerezza
si ha a volte bisogno:
per non star male.

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I radicali non abitano più qui

Volevo firmare i referendum dei radicali. Poi lo ha fatto Berlusconi, raccogliendo il loro plauso. Ne deduco che possono fare a meno del mio sostegno.

E aggiungo: io penso che i magistrati in Italia andrebbero tutelati, visto che negli ultimi vent’anni sono stati gli unici reali tutori della tenuta democratica del Paese: e cito solo la demolizione della legge 40, tanto per avere un’idea di cosa stiamo parlando. Invece anche i radicali si sono accodati all’idea berlusconiana che il problema non è chi fa reati, ma chi condanna i colpevoli. Bell’esempio di civiltà.

Mi fa male vedere come si sia svenduta una causa giusta per un po’ di pubblicità, dando la possibilità a un condannato di distruggere ancora una volta i cardini dello Stato di diritto. Consiste in questo la loro idea di legalità?

Per il resto, rimando integralmente alla lettura del post di Gilioli sull’Espresso in merito a quest’ennesima buffonata mediatica.

I radicali si prenderanno tutta la responsabilità di portare avanti una battaglia con chi è l’incarnazione della sua negazione. Tanto il leader del PdL sposta masse consistenti di elettorato di centro-destra, conservatore e filoclericale. Non avranno bisogno della mia firma oggi e del mio voto domani.

Contro il sacrificio (su scuola e dintorni)

Puntuale, come ogni anno, arrivano le chiamate dalle scuole. E come sempre – grazie ai tagli dei ministri dell’istruzione che hanno preceduto quella attuale, per la quale la scuola è niente più niente meno che un’entità degna al massimo di elemosina (si veda l’immagine, più in basso) – verrò costretto a lavorare alle scuole medie, dove la mia professionalità, ottenuta con un master e un dottorato, oltre che con una scuola di specializzazione abilitante, per cui ho fatto sborsare ai miei ben 2500 euro, verranno penalizzate per un tipo di lavoro che non mi realizza ma che devo accettare.

Mi si chiede: “perché devi accettarlo? Nessuno ti costringe”. Chi fa un’affermazione del genere è in malafede o non sa come funzionano le cose del mondo reale. Perché io non vivo a casa dei miei genitori e a fine mese devo pagare le bollette, mentre entro il cinque di ogni mese devo versare la mia quota di affitto per un appartamento che da solo mi costerebbe quanto quasi un intero stipendio.

Mi si dice: “anzi, dovresti ringraziare per il lavoro che hai”. E io penso che chi crede davvero una cosa siffatta non abbia ben chiaro il concetto di dignità, perché il lavoro per la nostra Costituzione è un diritto, non un dovere – infatti nessuno ti obbliga a lavorare per legge, ma devi appunto farlo e allora lo Stato garantisce questa condizione attraverso un insieme di tutele – e se passa questa filosofia che per qualsiasi cosa ci danno dobbiamo chinare il capo e rendere grazia, non stiamo facendo altro che permettere che un domani, proprio per questa condotta mentale, le condizioni lavorative diventino sempre peggiore: magari si verrà pure pagati di meno e sempre con minori garanzie. Ma vuoi mettere? È già tanto tutto il resto. Per voi, forse. Per me no.

carrozza

Mi si accusa: “sei infantile e non hai spirito di sacrificio”. Ebbene, io penso che il sacrificio sia una delle tante puttanate della cultura cristiana. La dignità si ottiene con la realizzazione, altrimenti è sopravvivenza fine a se stessa.

Ergo: se le condizioni saranno per me favorevoli, accetterò questo ennesimo incarico, visto che lo Stato mi mette con le spalle al muro. Dopo di che, se ulteriori opportunità lo consentiranno – perché in tutto questo sto cercando un piano di fuga – proseguirò per la mia strada. E senza dire grazie a nessuno. Cercherò di utilizzare il sistema, come lui cerca di sfruttare me. Ed è una lotta impari. Ma non è inducendo al silenzio chi si oppone a queste ingiustizie che si ottiene un miglioramento collettivo.

E ricordiamolo sempre: la prima forma di ribellione è sempre verbale. E sempre un no!, vibrante e ringhioso che diciamo a un super io collettivo che ci vuole remissivi.

Infine, giusto per esser chiari: io non considero il mestiere di insegnante alla scuola media come un lavoraccio di serie B. Anzi, ho stima profondissima per i miei colleghi e le mie colleghe che affrontano questo lavoro con professionalità e coraggio. Dico un’altra cosa: non è questo il mio percorso e sono costretto dai fatti e dalle contingenze a sottostare a uno stato di cose che mi rende non realizzato. Questo critico e lo farò sempre. Anche se qualcuno, forse incapace di fare i conti con la propria insoddisfazione, bollerà questa mia rabbia come immaturità e ingratitudine. Le mie ragioni, su questo, le ho già esposte e credo fermamente nella loro giustezza.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

***

1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

Bene Civati sulla legge contro l’omo-transfobia

civatipride

Dalla bacheca del gruppo Civatipride:

APPELLO AL PD SULL’OMOTRANSFOBIA: CAMBIA LA LEGGE O RITIRA LA LEGGE.

Il Disegno di legge sull’omotransfobia approvato in commissione e approdato in Aula all’inizio di agosto non soddisfa nessuno. Non soddisfa, in particolare, né le associazioni LGBT italiane né la comunità intera.

I motivi sono ormai noti a tutti. Non sono definiti i contorni di intervento della legge, sono state eliminate le de…finizioni di “orientamento sessuale”, “identità di genere” e “ruolo di genere”, c’è una pressante richiesta per inserire una non ben identificata “clausola di salvaguardia” per la libertà d’espressione e soprattutto è sparita l’aggravante senza la quale le persone LGBT, a differenza delle altre minoranze tutelate dalla Legge, non avrebbero nessuna tutela vera.

Le elezioni dello scorso febbraio hanno restituito al Paese il Parlamento più giovane e laico della storia della Repubblica: se ne approfitti per trovare alla Camera e al Senato i numeri per tornare alla versione originaria della Legge depositata a marzo con le firme del PD, Scelta Civica, SEL e M5S. E anche se oggi ci troviamo al governo con la maggioranza che conosciamo l’omofobia e la transfobia non sono materie presenti nel programma della maggioranza e soprattutto del Governo. Ed infatti il Presidente del Consiglio Enrico Letta non ne ha mai fatto menzione nei suoi discorsi di insediamento al Parlamento.

Questa legge, così com’è non va. E non va neppure come la si vuole modificare. Cioè presentando un unico emendamento che inserisce oltre all’aggravante anche la “clausola di salvaguardia”.

Chiediamo che il Partito Democratico non accetti il ricatto delle frange più oltranziste inserendo una clausola che non ha nessun senso di esistere perché la libertà di espressione è già garantito dalla Costituzione Italiana.

Chiediamo al Partito Democratico di fare quello per cui è stato votato da migliaia di cittadini gay, lesbiche, bisessuali e transgender: approvare una legge che contrasti e prevenga veramente l’omofobia e la transfobia.

Chiediamo al Partito Democratico di fare una buona legge, non di fare una legge.

Spero sia chiara la ragione per cui ho fiducia nel gruppo di persone LGBT che si muove attorno alla candidatura di Civati alla segreteria del Partito Democratico. Perché se è vero che il governo di un paese passa per la presenza dei partiti maggiori in parlamento, è arrivata l’ora di prenderci quei partiti e di renderli più simili all’idea che abbiamo di felicità.
Più banalmente, credo in queste persone perché dicono le stesse cose che penso io. E credo che questo sia un buon inizio.

Ecco cosa fa veramente male all’infanzia

Adozioni da parte di persone LGBT? Nascere in famiglie omogenitoriali? Crescere con un solo genitore, indipendentemente dal suo sesso e dal suo orientamento sessuale? Queste sono alcune delle “condizioni” che secondo un certo pensiero conservatore, omofobo e clericale influirebbero sulla serenità e sulla felicità di bambini e bambine.

Credo che la migliore risposta a certe illazioni stia in un’immagine, presumibilmente un’opera, che sta girando su Facebook e su Twitter e che richiama i sei mali che affliggono l’infanzia oggi:

savethechildren

 

Riporto la didascalia dell’immagine (probabilmente tradotta, per cui non perfetta sotto il profilo stilistico):

La prima immagine si riferisce alle società controllate di pedofilia in Vaticano.
La seconda immagine si riferisce alla pedofilia in Tourism Authority of Thailand.
La terza immagine si riferisce alla guerra nel paese della Siria.
La quarta immagine si riferisce al traffico di organi sul mercato nero, dove le prime vittime sono i bambini dei paesi più poveri.
La quinta immagine si riferisce alle armi libere negli Stati Uniti
E infine la sesta immagine si riferisce ad obesità che hanno causato grandi aziende di fast food nei bambini.

SAVE THE CHILD

Guerra, violenze, mancanza di affetto, malnutrizione. Ecco cosa nuoce veramente a miliardi di bambini e bambine in tutto il mondo.
E credo che non si debba aggiungere altro. Che non sia biasimo per tutto ciò, naturalmente.

#50thingsaboutme (elfi allo specchio)

1. vivo a Roma ma sono siciliano
2. single praticamente da sempre, salvo alcune eccezioni
3. sono gay ma questo si sapeva
4. sono un attivista gay (e anche questa non è una novità)
5. nonostante sia a favore delle adozioni non voglio figli
6. amo cucinare, ma per gli altri
7. ho perso recentemente 14 kg
8. amo leggere storie fantasiose o malinconiche
9. ho pubblicato due libri (di saggistica)
10. sto scrivendo un romanzo ma non so se ne sono davvero capace
11. non tollero le ingiustizie
12. non tollero gli estremismi ideologici e religiosi (anche se mi considero radicale)
13. mi piace vedere i fumettoni americani al cinema, i fantasy, un po’ di horror (ma non splatter)
14. amo i gatti
15. credo che non mi innamorerò mai (più)
16. non ho paura di essere single
17. credo nella superiorità dell’essere gay
18. a volte mi chiedo cosa ne sarà di me tra qualche anno
19. non so ancora cosa voglio fare da grande
20. insegno, ahimè
21. mi piace un ragazzo fidanzato
22. ho conosciuto molti di voi twitteri, alcuni anche biblicamente
23. mi piacciono sempre i ragazzi sbagliati
24. ogni tanto bestemmio ma per me è una forma d’arte e di ribellione
25. faccio psicoterapia perché la reputo una forma di conoscenza, prima ancora che di cura del sé
26. ho il dono di non avere una fede
27. sono stato scomunicato “latae sententiae”
28. penso che Dio c’è ma sia stronzo
29. guardo fiction americane come se non ci fosse un domani: Grey’s Anatomy, Game of Thrones, Lost, Friends, Charmed, ecc
30. ogni tanto sento l’esigenza di qualcosa di profondo, di un abbraccio più vero, di un domani che rinasce sempre
31. secondo me il berlusconismo è un male al pari di fascismo e nazismo. Solo che è la loro versione a mo’ di buffonata
32. secondo me un mondo senza religioni è un mondo potenzialmente meno sanguinario
33. amo il mare e i tramonti
34. sono l’esatta via di mezzo tra il pantofolaro e il mondano
35. mi piace fare l’aperitivo al Pigneto, col gruppo romano
36. non amo il sei e i suoi multipli
37. mi piacerebbe vivere in una casa con giardino e mobili di legno antico
38. mi piace bruciare incenso
39. leggo il futuro nelle nuvole
40. sono un po’ strega, ma rimango pur sempre un elfo
41. ho scelto questo nick perché ho un orecchio a punta
42. mi piace guardare le stelle e perdermi nell’universo
43. se perdi la mia fiducia, se mi ferisci, se capisco che è tutto tempo sprecato, mi perdi per sempre e non c’è rimedio
44. se vuoi conquistarmi devi cantarmi una cosa tipo “One” o “La cura” e, soprattutto, mi ci devi far credere. Davvero…
45. credo che il napalm, in alcuni casi, sia una soluzione
46. considero becero moralismo il politically correct
47. non sopporto la depilazione maschile: passi una scorciatina, ma se la natura ti ha dato i peli, tieniteli, per Dio!
48. vorrei essere più egoista di quello che già sono
49. credo di essere leale, in amicizia, e ascolto molto gli altri
50. amo fare i giochini come questo e mi piacciono i social in generale (e adesso sapete cinquanta cose su di me).

Maschi che difendono maschi

io“Sei un maschio che difende altri maschi.”

Me lo hanno scritto, ultimamente. Non in tanti/e, ma in un paio di casi, qui sul blog come su Facebook. Perché difendevo un politico di sesso maschile vittima, a mio modo di vedere le cose, di una gogna mediatica sproporzionata per un errore (e siccome non voglio tornare sul caso Piras, diamo per pacifico, anche se non è il mio pensiero, che abbia peccato di odio verso le donne).

La cosa mi ha fatto riflettere. Per i miei detrattori e per le mie detrattrici, non ero un “maschilista” o un “misogino”; ero semplicemente un maschio (primo livello di insulto) che compiva il peccato supremo: difendere qualcuno del suo stesso sesso. E se è una colpa nascere in un certo modo, figuriamoci difendere un altro portatore di pene.

Non amo il maschilismo, per quanto sia consapevole che essere nati e cresciuti in un contesto in cui vige un sistema culturale che vede nelle donne delle creature inferiori possa portarmi a cadere nelle sue trappole (dalle battute, apparentemente innocue, agli “sfoghi” da volante). Mi è già successo e temo, anche se spero il contrario, che accadrà ancora. Credo di essere una persona, tuttavia, che impara dai propri errori e che si mette in discussione.

Credo altresì che il maschilismo sia una degenerazione del concetto stesso di umanità, perché crea solchi irrecuperabili tra una categoria specifica (l’essere adulti, di sesso maschile ed eterosessuale) e tutte le altre (bambini/e, donne, omosessuali, trans, ecc). Credo che la base di questa disumanizzazione stia nel sessismo, arricchito a seconda del contesto di altri ingredienti, quali la religione, il nazionalismo e via discorrendo.

Ma se la radice del male è il sessismo, non sarà utilizzando ulteriori categorie sessiste che si arriverà alla piena liberazione dei corpi, delle coscienze, delle sessualità, della dignità umana. Credo sia sbagliato sostituire un sessismo con un altro. Non vorrei vivere in un mondo alla rovescia, per cui essere maschi è sbagliato come adesso lo è, nella percezione comune dei più, sia essa inconscia o meno, essere donne.

Essere considerati di serie B perché appartenenti a un genere specifico è una violenza uguale e contraria a quella generata del maschilismo, nella sua declinazione machista, di cultura cristiana ed etnicamente connotata in senso “bianco”.

Se poi ci mettiamo in mezzo che per tutta la mia vita sono stato insultato e deriso poiché “maschio” quanto più vicino all’essere simile a una “femmina”, la cosa assume connotati ridicoli.

Vorrei vivere in un mondo migliore, dove ad avere la meglio sia il concetto di onestà intellettuale e la critica basata su argomentazioni politiche e culturali. Purtroppo viviamo in un pianeta dove l’attribuzione di valore in base agli organi sessuali che la natura ci ha dato è un dato più forte della valutazione della persona. E per me questo è un sintomo di profonda stupidità, sia che esso colpisca uomini, sia che colpisca donne, in egual misura.

P.S.: poiché questo post mi tocca corde molto profonde, che recuperano anche dolori antichi, come credo sia facilmente intuibile, ho preferito mettere come immagine il mio volto. Come se volessi parlarvi a quattr’occhi. Mettiamola così… ;)

Che senso ha tutelare i cristiani dalle persecuzioni?

20130824-141120.jpgRitorno sulla raccolta di firme contro la legge antiomofobia, iniziativa portata avanti al meeting di Comunione e Liberazione, di cui ho già parlato ieri.

Gli organizzatori del raduno ciellino si sono difesi: non ne sapevamo nulla, noi stiamo solo raccogliendo le firme per la tutela dei cristiani dalle persecuzioni che subiscono nel mondo.

Ho riflettuto un po’ su questa ulteriore campagna, arrivando a una conclusione: se ragionassi come un cattolico DOC, dovrei dire che essa è inutile e dannosa.

Vi spiego subito perché.

cristiani vengono perseguitati laddove vivono in contesti in cui sono minoranza. Per cui vanno contro la normalità di quel luogo.

Sarebbe contro la libertà di religione di quei popoli che non tollerano i cristiani nei loro territori imporre la loro presenza.

Una futura iniziativa di tipo legislativo contro le violenze e le discriminazioni contro i cristiani potrebbe impedire a chiunque di poter dire che credere in Cristo sia oggettivamente sbagliato in quei territori dove si adorano altre divinità, da Allah in poi.

Adesso siamo tutti d’accordo che non bisogna uccidere e fare violenza ai cristiani, ma sarà pure diritto di chi professa altre fedi poter dire che credere in Gesù sia sbagliato e da condannare, sempre e comunque.

Non si capisce perché prendersela con un cristiano dovrebbe essere più grave che prendersela con una persona obesa o con un disabile.

Ne consegue che con la crisi in corso e di fronte a queste argomentazioni, non ha senso disperdere energie per un’iniziativa siffatta, per altro liberticida verso miliardi di persone di altro credo religioso.

Tutto questo potrei opporre di fronte a una qualsiasi iniziativa di tutela nei confronti dei cristiani nel mondo. Ovviamente se fossi una persona orrenda al pari di chi si oppone a una legge contro l’omo-transfobia. Per fortuna non è il mio caso.