Scandalo Calderoli-Kyenge? La solita ipocrisia all’italiana

Capisco e non capisco lo scandalo per Calderoli su Kyenge.

Capisco lo sconcerto perché, come dice giustamente Lia Celi nel suo profilo di Twitter, «in qualunque Paese civile se un politico con cariche istituzionali avesse parlato come Calderoli ora al suo posto ci sarebbe un cratere».

Non capisco perché non so cosa ci sia da aspettarsi da un elemento simile. Di certo non citazioni su Socrate e commenti di spessore in merito alla lettura di Voltaire. È stato anche il creatore del cosiddetto porcellum, che da anni ha consegnato l’Italia all’ingovernabilità o alla mercè del cavaliere e del suo entourage. Ed è pure omofobo.

Il dramma, riprendendo Celi, sta nel fatto che l’Italia non è un paese civile. È il paese che ha eletto ripetutamente un personaggio politicamente squallido come Silvio Berlusconi. È un paese, il nostro, che non riesce a produrre una sinistra semplicemente degna, prima ancora che degna di questo nome. È un paese in cui si obbedisce ciecamente al capo di una monarchia assoluta straniera – per i duri di comprendonio e con qualche problema in geografia: il papa e il Vaticano – in materia di diritti civili. È il paese in cui si accoltellano i gay per strada senza che il Parlamento abbia un sussulto in merito, che brucia scuole (con lo sdegno di quella stessa classe politica che distrugge l’istruzione non con la benzina ma con i tagli), che lascia emigrare cuori e cervelli.

In questo contesto, il razzismo di un membro della Lega, che è un partito razzista, dovrebbe essere “accettato” come in certi paesi del terzo mondo è abitudine prendere il mitra in mano quando questa o quella fazione perde le elezioni che sperava o pretendeva di vincere.

Tuttavia, poiché salviamo almeno le apparenze o perché si è razzisti a corrente alternata (e vi rimando ai numerosi articoli su rumeni, senegalesi e nazionalità varie da appiccicare a questo o quel crimine, sulle pagine di cronaca nera), gli insulti alla ministra del Pd ci sconvolgono. Giustamente, almeno se applichiamo il giudizio su quel piano teorico per cui certe manifestazioni vanno sempre condannate. E sappiamo che non è così.

Il Partito democratico, infatti, contava e conta tuttora al suo interno esponenti che nei confronti delle persone LGBT usa(va)no teorie non meno rozze nella valutazione dell’umanità della categoria in questione. Forse certe argomentazioni, ma chiamiamole anche e serenamente “insulti”, sono meno volgari, ma converrete con me che ci vuole poco, congiuntivi alla mano, ad esser meno peggio di un leghista sul piano dell’interazione civica. Estrema destra a parte, va da sé.

Eppure considerare milioni di gay, lesbiche, trans, ecc, alla stregua di malati di mente (cit. Binetti), mostri di egoismo (cit. Bindi e D’Alema), capricciosi e superficiali (cit. componente cattolica tutta del partito) non è meno pesante del paragone tra un essere umano e un primate.

Il Pd si sconvolge per il razzismo solo perché il suo azionista di maggioranza oltre Tevere ha da tempo ritenuto di dover ritirare il suo endorsement alla schiavitù, con cui giustificò l’intera politica sudamericana di Spagna e Portogallo dal ‘500 in poi. Non essendo più palesemente razzista, la chiesa non ha bisogno del disprezzo per neri e etnie altre per esercitare il suo potere coercitivo. Il Pd, dunque, ha gioco facile a essere unanime, per una volta, nella condanna alle parole di Calderoli.

Poiché invece il Vaticano ha ragion d’essere, per il controllo sociale, nel mantenimento dell’omofobia – e bisogna capirli: dopo aver fatto fuori dal suo elenco neri ed ebrei, gli rimangono solo i “froci” – il gruppo dirigente dell’ex maggior partito dell’opposizione al berlusconismo, con cui ora va bellamente a braccetto e al governo contro giudici e democrazia, non può e soprattutto non deve avere una voce unanime contro il disprezzo nei confronti della gay community italiana. Almeno per i prossimi quattrocento anni (che poi è il tempo standard che impiega la chiesa per capire quanto possa aver sbagliato nella valutazione dell’ovvio).

Per tutte queste ragioni, dunque, capisco e non capisco quello sdegno. Lo capisco, perché nel mio intimo mi appartiene. Ma non lo capisco perché, politicamente parlando e fatti alla mano, mi sembra solo una delle tante ipocrisie che contraddistinguono il nostro paese.

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4 thoughts on “Scandalo Calderoli-Kyenge? La solita ipocrisia all’italiana

  1. è una pesante e difficile opera di scolarizzazione alla vita civile che va fatta. bisogna partire dall’abc. pensieri semplici, modi diretti con voce ferma, chiara e rapida. l’italiano medio non è in grado di capire un enunciato che presenti più di un complemento. con mia mamma io sono passato al latino: “tertium non datur”: non c’è una terza opzione, o sei favorevole ai gay o sei contrario. punto.
    purtroppo c’è tanto da fare e i nostri alunni devono essere gli italiani, non i politici.

    ps. come non citare qui la maglietta di calderoli su maometto…

  2. Caro elfobruno, come non essere d’accordo con te sull’analisi appena compiuta! Tuttavia mi concedi di essere sdegnato su tali espressioni? Analogamente alle parole degli onorevoli, Bindi, Giovanardi, Binetti, Fioroni, Monti, Fornero…..

  3. Ma qualcuno di voi conosce il reale pensiero della Kyenge su omosessualità & C.? L’omosessulità nella cultura africana non è certamente vista di buon occhio, e siccome la kyenge mi pare esserle comunque molto affezionata visto quello che ha detto sulla poligamia, ho paura che il puccioso monto gayolo e sinistroso si ritroverebbe scotato col cerino in mano se qualche giornalista facesse alla signora ministra le giuste domande.

  4. caro Aldo, tempo fa a Catania mi fu chiesto di partecipare a una manifestazione contro il razzismo. In mezzo c’era una discreta maggioranza di senegalesi, nigeriani, magrebini, ecc. Non chiesi mai rassicurazioni sul loro essere gay-friendly. Decisi di parteciparvi perché era giusto farlo. Io non so come la pensa Kyenge sull’omosessualità, ma qualora fosse omofoba la combatterei perché tale e non perché nera. Due torti non fanno una ragione. E quello che ha detto Calderoli è da terzo mondo, appunto.

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