Via i “passivisti” dal movimento LGBT!

Gli attivisti gay dovrebbero aprire una seria riflessione sulla presenza dei cosiddetti “passivisti” del movimento LGBT. Ovvero, le sordide dive di se stesse, sempre presenti al momento della fanfara mediatica e poi assenti il resto dell’anno. Gente pronta a litigare per una foto in prima pagina, nel trafiletto di un quotidiano locale. Irresistibilmente attratte dalla fama di un quarto d’ora qualsiasi, pronte ad uccidere pur di tenere in mano lo striscione di apertura di questo o quel pride, purché a telecamere accese.

Questa gente, che si nutre della burocrazia di qualsivoglia associazione e che vive nel brodo di coltura di trame e vendette incrociate, è solo un poderoso freno a mano per la sana azione politica del movimento LGBT del nostro paese. I risultati politici lo dimostrano, per altro: lo zero assoluto, al momento attuale.

Faccio queste riflessioni all’indomani del pride di Catania, di fronte agli entusiasmi che ha raccolto tra gli/le ospiti che sono venuti ad arricchirlo – dall’associazione Plus alle Eyes Wide Drag, giusto per fare due esempi – e, di contro, alle solite beghe da botte-gaya per non aver ottenuto il “giusto spazio”. Senza magari capire che la visibilità la conquisti con il lavoro sul territorio e non con la mera presenza e un sorriso da spot per dentifricio.

È questa la differenza con l’attivista: il quale fa.
Il “passivista”, invece, raccoglie il lavoro portato avanti da altri e su quello pretende ribalta e gloria. Niente di più nobile di una puntura di zanzara, insomma.

Scrivo questo per due ragioni.

La prima: dopo le fatiche del Catania Pride il comitato organizzatore si è riunito per una cena informale, tra amici, come sempre accade tra noi in queste sere d’estate. E si è parlato delle nostre vite e si è sorriso a lungo. Qualcosa vorrà pur dire.

La seconda: mentre le zanzare del movimento litigavano per le coroncine del regno del nulla, l’omofobia ha fatto altre vittime. Come è successo recentemente a Milano, dove un ragazzo è stato pestato a sangue perché gay.

Forse occorrerebbe ripartire dal basso, un po’ tutti/e. Abolendo cariche, dimenticando deleghe e magari, più semplicemente, lavorando sulle cose da fare. Se sei bravo gli applausi arrivano comunque. Sulle cose che fai, appunto. Ma se sei bravo e capace. E forse è questo che spaventa qualcuno.

Adesso è umano rimanere atterriti di fronte alla propria inadeguatezza e questo è comprensibile. Ciò che non si riesce proprio a capire è perché il movimento debba tenersi persone siffatte. Si hanno bisogno di teste pensanti e di schiene forti, non certo di dentiere e sorrisi (per altro falsi) che aspirano, come massimo momento di un’esistenza tutta, a una copertina su Vanity Fair.

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