Unioni omoaffettive, recinti per froci

Ho letto il testo della legge presentata da Giancarlo Galan in merito alle cosiddette “unioni omoaffettive”. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non ho una cultura giuridica, per cui rimando i commenti in merito a coloro che ne sanno più di me. E vi dirò di più: considero quel testo di legge, in merito ai diritti e ai doveri che garantisce, addirittura un buon progetto. Non ottimo, va da sé, ma accettabile. Se non fosse per una serie di ragioni che lo rendono, invece, persino lesivo del concetto di dignità della persona.

Cercherò di spiegare le mie ragioni per punti.

1. La questione del nome: unione omoaffettiva non significa niente sotto il profilo semantico. Nel nostro ordinamento se due persone si amano e vogliono regolarizzare la loro unione esiste il matrimonio. Non esistono “unioni eteroaffettive”. L’amore, come lascia intuire l’introduzione stessa alla legge, non ha natura, non ha colore, non ha valenze relative a chi lo vive. L’amore è. Per cui se per gli eterosessuali il progetto di vita basato sui rapporti affettivi (e non solo sentimentali, come vedremo dopo) prevede il matrimonio, negarlo ai cittadini gay e alle cittadine lesbiche, dando loro, al contrario, un istituto a parte rappresenta un atto di segregazione. La locuzione “unioni omoaffettive” esclude le coppie gay e lesbiche dalla terminologia della giurisprudenza dell’eguaglianza. Manda a dire al cittadino: il matrimonio rimane a voi eterosessuali, per i “froci” c’è un recinto a parte. Già questa impostazione, che dà il via a tutto l’impianto, è inaccettabile e da rigettare in blocco.

2. Segregazionismo giuridico: nel progetto di legge si parla di “forme assimilabili al matrimonio”, di “legge ad hoc” e di “analogia col matrimonio”. I presupposti culturali della disciplina sulle “unioni omoaffettive” partono dunque con la volontà di separare dal consesso dei cittadini e delle cittadine ritenuti/e “normali” quella minoranza percepita come marginale. Questa marginalità, per altro, si traduce in differenziazione di trattamento rispetto all’accesso ai diritti. Non è vero che queste unioni sono uguali in tutto al matrimonio, fuorché il nome. Sono invece diverse rispetto al matrimonio perché – coerentemente col principio ispiratore dei DiCo, per cui in quanto gay e lesbiche veniamo esclusi/e da specifici diritti – non si prevede l’adozione dei minori e non si ravvisa nessuna tutela della genitorialità già esistente. Ci sono migliaia di bambini/e che vivono in coppie omogenitoriali ma il genitore non biologico non è tutelato dalla legge. Questa disciplina li ignora, semplicemente. Per non parlare di sgravi fiscali e pensioni di reversibilità: ciò che alle coppie sposate (ed eterosessuali) è dato da subito, le coppie di gay e di lesbiche dovranno sudarselo dopo due anni di convivenza registrata. Mentre magari stanno insieme da decenni… questa sarebbe l’uguaglianza, per Galan.

3. La morale eterosessista: l’impianto della legge e la sua filosofia partono dall’evidenza che due gay o due lesbiche possano stare insieme solo se c’è il salvacondotto dell’amore a rendere lecita e legittima l’unione (salvo poi trattare questo amore come alla stregua di un cane da compagnia – da trattare con riguardo perché gli animali non si maltrattano – ma da far dormire fuori, nel giardino delle unioni omoaffettive, perché nella casa del matrimonio sporca). La stessa etica non si applica alle coppie sposate, in quanto lo Stato non indaga sulle ragioni per cui due eterosessuali decidono di stare insieme, fosse solo per denaro, perché fanno bene sesso insieme, per noia dopo anni di relazione oppure – e ben venga – per affinità sentimentali. Ancora una volta due gay o due lesbiche, proprio perché tali, per stare insieme devono dimostrare di essere migliori degli eterosessuali attraverso il coinvolgimento del più nobile dei sentimenti (che per altro è indimostrabile, quindi il presupposto si prospetto pure ipocrita oltre che offensivo).

4. I limiti della legge: questo disegno esclude tutta una fetta di cittadinanza. Ad esempio, penso alle persone eterosessuali che non vogliono o possono sposarsi ma che vorrebbero essere tutelate nelle nuove convivenze da una legge, magari più light, sulle unioni civili (da estendere anche alle coppie omosessuali parallelamente a una legge sul matrimonio egualitario). Gay o etero, indifferentemente. Questa legge, proprio in virtù di quella morale di cui sopra e proprio perché segregazionista, invece di aumentare l’eguaglianza di ogni cittadino/a, rimarca le diversità tra categorie sessuali (salvo poi non riconoscerne la diversità nel processo di nominazione, sommando ipocrisia a ipocrisia).

Concludendo: io sono un cittadino italiano, di sesso maschile a anche gay. In quanto cittadino e poiché maschio che ama (o desidera) altri maschi, vorrei avere una disciplina uguale a quella che regola le unioni tra eterosessuali. Stessi diritti, stessi doveri, stesso nome. Sono anche gay, è vero, ma in un paese civile questa particolarità dovrebbe essere secondaria. Invece nel 2013 è basilare per creare impianti giuridici dai nomi improponibili e dall’edificio filosofico vetero-novecentesco. Certo, il tutto è intriso da buonismo cristiano e una bella fetta di ipocrisia tutta italiana. Ma ciò rende il papocchio ancora più indigesto, se possibile.

Adesso bisogna solo vedere cosa faranno i nostri eroi. Se riusciranno ad approvare questo testo così com’è, se lo peggioreranno – si aspettano, in tal senso, gli intimi pruriti dei vari cattolici presenti nei vari schieramenti da tradurre in emendamenti – o se, come prevedo io, non se ne farà niente. D’altronde ci hanno già abituati/e a questo. A noi non rimane altro che attendere. Poco speranzosi, per di più.

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3 thoughts on “Unioni omoaffettive, recinti per froci

  1. La tua analisi mi è piaciuta davvero molto!
    In moltissimi Paesi civili (come dovrebbe essere anche l’Italia) si stanno facendo passi da giganti per il riconoscimento di TUTTI gli individui di fronte alla legge. E’ mai possibile che da noi si abbia ancora paura di usare le parole giuste? Che non ghettizzino? L’equità è ancora questa grandissima sconosciuta in Italia?

  2. Sottoscrivo in pieno. Parola per parola.

    Il recinto per froci, lo scimmiottamento-ghetto del matrimonio, il confinamento nel matrimonio che alla fine matrimonio non è, se lo tengano. Possono anche ipotizzare un’unione segregata con tutti gli effetti legali di sto mondo ma quella sempre apartheid resta, sempre umiliazione resta, è e resta un qualcosa di fondato sull’omofobia e che legittima, alimenta, l’omofobia; un qualcosa che marchia in quanto inferiore ogni persona omosessuale.

    Se qualcuno vuole legiferare in materia di unioni civili, faccia una bella legge generale sulle convivenze, una bella legge che sia quindi PER TUTTI, atta in altre parole a risolvere e quindi chiudere politicamente la questione della dignità giuridica e della tutela delle relazioni amorose che esistono al di fuori del matrimonio. La si smetta di cercare di surrogare, e quindi sostituire, chiudere politicamente, la questione dell’eguaglianza etero-gay (quindi la questione dell’accesso al matrimonio civile) con ghetti legali di vario genere.

    Tra l’altro, a quanto vedo dando una prima veloce scorsa alla proposta, nell’unione segregata non c’è imparentamento, in gergo giuridico “affinità” (non si diventerà cognati, generi, nuore, ecc), né un corrispettivo di tale imparentamento; non c’è la possibilità di cambiare cognome; non è prevista cerimonia civile, solo una sottoscrizione; per lo scioglimento è sufficiente una notifica da parte di uno dei contraenti che l’unione…puff… nel giro di tre mesi svanisce; eccetera; tutto questo oltre al fatto che, come fa notare il post, le agevolazioni fiscali sono previste solo dopo diversi anni dalla sottoscrizione, al fatto che i figli dei contraenti sono ignorati, al fatto che non è prevista l’adozione, e così via.

  3. Sarebbe un sogno se qualcuno affrontasse la questione delle unioni civili in Italia come un problema urgente. Io vivo da più di 5 anni con il mio compagno, e se lui porta la residenza in casa nostra gli fanno pagare il canone. Per non parlare dell’assistenza in ospedale…che è a dir poco inesistente…

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