Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.

Unioni omoaffettive, recinti per froci

Ho letto il testo della legge presentata da Giancarlo Galan in merito alle cosiddette “unioni omoaffettive”. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non ho una cultura giuridica, per cui rimando i commenti in merito a coloro che ne sanno più di me. E vi dirò di più: considero quel testo di legge, in merito ai diritti e ai doveri che garantisce, addirittura un buon progetto. Non ottimo, va da sé, ma accettabile. Se non fosse per una serie di ragioni che lo rendono, invece, persino lesivo del concetto di dignità della persona.

Cercherò di spiegare le mie ragioni per punti.

1. La questione del nome: unione omoaffettiva non significa niente sotto il profilo semantico. Nel nostro ordinamento se due persone si amano e vogliono regolarizzare la loro unione esiste il matrimonio. Non esistono “unioni eteroaffettive”. L’amore, come lascia intuire l’introduzione stessa alla legge, non ha natura, non ha colore, non ha valenze relative a chi lo vive. L’amore è. Per cui se per gli eterosessuali il progetto di vita basato sui rapporti affettivi (e non solo sentimentali, come vedremo dopo) prevede il matrimonio, negarlo ai cittadini gay e alle cittadine lesbiche, dando loro, al contrario, un istituto a parte rappresenta un atto di segregazione. La locuzione “unioni omoaffettive” esclude le coppie gay e lesbiche dalla terminologia della giurisprudenza dell’eguaglianza. Manda a dire al cittadino: il matrimonio rimane a voi eterosessuali, per i “froci” c’è un recinto a parte. Già questa impostazione, che dà il via a tutto l’impianto, è inaccettabile e da rigettare in blocco.

2. Segregazionismo giuridico: nel progetto di legge si parla di “forme assimilabili al matrimonio”, di “legge ad hoc” e di “analogia col matrimonio”. I presupposti culturali della disciplina sulle “unioni omoaffettive” partono dunque con la volontà di separare dal consesso dei cittadini e delle cittadine ritenuti/e “normali” quella minoranza percepita come marginale. Questa marginalità, per altro, si traduce in differenziazione di trattamento rispetto all’accesso ai diritti. Non è vero che queste unioni sono uguali in tutto al matrimonio, fuorché il nome. Sono invece diverse rispetto al matrimonio perché – coerentemente col principio ispiratore dei DiCo, per cui in quanto gay e lesbiche veniamo esclusi/e da specifici diritti – non si prevede l’adozione dei minori e non si ravvisa nessuna tutela della genitorialità già esistente. Ci sono migliaia di bambini/e che vivono in coppie omogenitoriali ma il genitore non biologico non è tutelato dalla legge. Questa disciplina li ignora, semplicemente. Per non parlare di sgravi fiscali e pensioni di reversibilità: ciò che alle coppie sposate (ed eterosessuali) è dato da subito, le coppie di gay e di lesbiche dovranno sudarselo dopo due anni di convivenza registrata. Mentre magari stanno insieme da decenni… questa sarebbe l’uguaglianza, per Galan.

3. La morale eterosessista: l’impianto della legge e la sua filosofia partono dall’evidenza che due gay o due lesbiche possano stare insieme solo se c’è il salvacondotto dell’amore a rendere lecita e legittima l’unione (salvo poi trattare questo amore come alla stregua di un cane da compagnia – da trattare con riguardo perché gli animali non si maltrattano – ma da far dormire fuori, nel giardino delle unioni omoaffettive, perché nella casa del matrimonio sporca). La stessa etica non si applica alle coppie sposate, in quanto lo Stato non indaga sulle ragioni per cui due eterosessuali decidono di stare insieme, fosse solo per denaro, perché fanno bene sesso insieme, per noia dopo anni di relazione oppure – e ben venga – per affinità sentimentali. Ancora una volta due gay o due lesbiche, proprio perché tali, per stare insieme devono dimostrare di essere migliori degli eterosessuali attraverso il coinvolgimento del più nobile dei sentimenti (che per altro è indimostrabile, quindi il presupposto si prospetto pure ipocrita oltre che offensivo).

4. I limiti della legge: questo disegno esclude tutta una fetta di cittadinanza. Ad esempio, penso alle persone eterosessuali che non vogliono o possono sposarsi ma che vorrebbero essere tutelate nelle nuove convivenze da una legge, magari più light, sulle unioni civili (da estendere anche alle coppie omosessuali parallelamente a una legge sul matrimonio egualitario). Gay o etero, indifferentemente. Questa legge, proprio in virtù di quella morale di cui sopra e proprio perché segregazionista, invece di aumentare l’eguaglianza di ogni cittadino/a, rimarca le diversità tra categorie sessuali (salvo poi non riconoscerne la diversità nel processo di nominazione, sommando ipocrisia a ipocrisia).

Concludendo: io sono un cittadino italiano, di sesso maschile a anche gay. In quanto cittadino e poiché maschio che ama (o desidera) altri maschi, vorrei avere una disciplina uguale a quella che regola le unioni tra eterosessuali. Stessi diritti, stessi doveri, stesso nome. Sono anche gay, è vero, ma in un paese civile questa particolarità dovrebbe essere secondaria. Invece nel 2013 è basilare per creare impianti giuridici dai nomi improponibili e dall’edificio filosofico vetero-novecentesco. Certo, il tutto è intriso da buonismo cristiano e una bella fetta di ipocrisia tutta italiana. Ma ciò rende il papocchio ancora più indigesto, se possibile.

Adesso bisogna solo vedere cosa faranno i nostri eroi. Se riusciranno ad approvare questo testo così com’è, se lo peggioreranno – si aspettano, in tal senso, gli intimi pruriti dei vari cattolici presenti nei vari schieramenti da tradurre in emendamenti – o se, come prevedo io, non se ne farà niente. D’altronde ci hanno già abituati/e a questo. A noi non rimane altro che attendere. Poco speranzosi, per di più.