“Abominevole diritto” e matrimonio esteso ai gay

Sull’importanza del nome “matrimonio” in merito alla questione omosessuale e in merito a quali diritti allargare alla comunità LGBT vi invito a leggere queste parole:

in conseguenza al diniego del diritto a vedere riconosciuta la propria unione con il nome che le è proprio – quello di matrimonio – le coppie gay e lesbiche non possono raggiungere la stessa dignità di quelle eterosessuali. […] l’esistenza di due istituti paralleli – per quanto sostanzialmente identici – «viene vista come un’affermazione ufficiale del fatto che la relazione familiare che lega le coppie omosessuali non ha statura comparabile o la medesima dignità della relazione familiare delle coppie eterosessuali». Il messaggio sotteso alla differenza tra i due istituti è, in effetti, che le persone omosessuali possono in qualche modo essere trattate diversamente, con meno favore rispetto alle altre.

Lo pensavo anche prima, ma dopo la lettura de L’abominevole diritto di Matteo Winkler e Gabriele Strazio ne sono sempre più convinto: le unioni civili che intendono proporci non sono un passaggio di civiltà, ma l’ultimo tentativo di tenere segregata la comunità LGBT in questo paese, a puro vantaggio della componente eterosessuale. L’unica strada è il matrimonio, il resto è apartheid. Possibilmente da rigettare. In massa.

P.S.: qualcuno regali questo libro alla ministra Josefa Idem, poiché dalle recenti dichiarazioni – l’Italia non è pronta ai “matrimoni gay” – sembra aver imparato a memoria la solita acritica manfrina del “Manuale dell’analfabeta parlamentare” in merito alla questione dei diritti civili. E ci saremo anche scocciati/e.

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