Buon Stonewall!

Oggi è l’anniversario dei moti di Stonewall. Per chi (ancora) non lo sapesse: era il 1969 e allo Stonewall Inn di New York, ogni sera dei simpatici poliziotti andavano a rastrellare e a picchiare gay, travestite e trans. Fino a quando una di loro, Sylvia Rivera, stanca dei continui soprusi, prese una scarpa tacco dodici (o forse era una bottiglia di rum, chi può saperlo) e cominciò a menare. Di brutto. Si unì tutto il resto della truppa. E fu una vera e propria rivoluzione.

Da quel giorno cominciò un movimento di liberazione che ha portato, oggi nel mondo, ad avere il matrimonio egualitario e i diritti per le coppie di fatto nella quasi totalità dei paesi occidentali e di nuova o recente democrazia. Dopo l’abolizione dello schiavismo, l’emancipazione degli ebrei, la parificazione delle donne, la questione LGBT è il quarto banco di prova del progresso umano nel campo dei diritti civili. L’Italia, come al solito è in ritardo… Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Per questa ragione, come chi segue il mio blog sa ormai da tempo, ogni anno celebriamo i pride. Così come succede dagli USA al Brasile, dal Sud Africa alla Nuova Zelanda, dalla Spagna alla Svezia. Come succede nel mondo civile, insomma. Solo qui, nel nostro paese che guarda caso è ancora all’anno zero per la questione dei diritti (e non solo in merito al matrimonio egualitario: pensiamo a fatti quali la legge 40 o l’obiezione di coscienza dei medici antiabortisti che di fatto nullificano l’interruzione di gravidanza, ecc), si fanno polemiche sulla “carnevalata”, come ho già scritto in precedenza.

Ebbene, e repetita iuvant, la differenza tra un pride e un carnevale è macroscopica, almeno per chi ha un cervello che funziona.
Il carnevale traveste: si indossa la maschera per sfuggire all’ordine precostituito, per ingannare il sistema.
Il pride libera: ci si spoglia delle identità fittizie che il sistema impone e ognuno indossa l’io che in quel momento lo rappresenta di più.

Il carnevale è mimesi, il pride è disvelamento.

Per questo non piace alle cosiddette “velate”, ovvero a quei gay repressi che non possono appunto disvelarsi. Perché hanno vergogna di sé. Mentre è più facile stare dietro una maschera. Quella che il sistema eterosessista, patriarcale e maschilista (e possibilmente anche bianco e cattolico) impone per il resto dell’anno. Proprio per rendere le diversità più accettabili. Ma si può essere “accettabili” quando si è invisibili? Posso accogliere nel mio mondo, nella piena dignità di tutti e tutte, ciò che non vedo? Ed esiste qualcuno o qualcosa di cui ignoro l’esistenza?

A conti fatti, chi è che vive in un carnevale, quotidianamente? Chi ha il terrore di togliersi una maschera o chi riesce a farlo, nei modi e nelle forme che ritiene più opportuni? Si è più forti sposando il perbenismo borghese, quello che ci vuole moralmente ineccepibili, rispetto a una maggioranza incapace di avere la stessa solidità etica pretesa? Si ha una maggiore dignità considerandosi, da un punto di vista squisitamente esistenziale, inferiori a paillettes e piume di struzzo?

Vi lascio con questi interrogativi. E vi auguro buon Stonewall. A tutti e a tutte!

Annunci

Caro movimento LGBT, o tifi USA o tifi Idem

Qualche giorno fa è uscito un comunicato di solidarietà da parte di diversi esponenti nazionali del movimento LGBT in supporto della ex ministra Idem.

In queste ore seguiamo con apprensione l’evolversi della vicenda che coinvolge la Ministra Josefa Idem e le accuse di illecito che le vengono rivolte. Senza entrare nel merito della questione giudiziaria, rispetto alla quale solo la Magistratura è titolata ad esprimersi, stigmatizziamo la deriva misogina che questa vicenda ha raggiunto nei commenti di alcuni rappresentanti della politica e con sospetto osserviamo la curiosa simultaneità di questa vicenda con altre di ben altra evidenza rispetto alla quale il caso Idem ha quasi i connotati di un diversivo perfettamente organizzato. Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie. Pertanto è con preoccupazione che accogliamo l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del Ministero alla Pari Opportunità, eventualità che potrebbe mandare in fumo il lavoro che con serietà e spirito di dedizione la Ministra Josefa Idem ha costruito fino ad oggi. A Josefa Idem inviamo la nostra solidarietà per la violenza degli attacchi di cui è vittima e al Governo l’invito alla ponderazione nel valutare gli esiti di scelte affrettate rispetto a una vicenda ancora oggi poco chiara.

Flavio Romani (presidente Arcigay)
Paola Brandolini (presidente Arcilesbica)
Rita De Santis (presidente Agedo)
Giuseppina La Delfa (presidente Famiglie Arcobaleno)
Porpora Marcasciano (presidente Mit)
Titti De Simone (presidente comitato Palermo Pride)

Adesso, va benissimo che si stia vicini/e a una ministra attaccata in quanto donna. Il maschilismo è uno dei tanti ingredienti dell’omofobia, d’altronde. Ma c’è un passaggio, in quel comunicato, che lascia alquanto perplessi: “Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie”.

Bene, mi pare che le dichiarazioni di Idem non vadano nella direzione narrata nel comunicato. Perché sarà pur vero che ha speso parole di sostegno verso la questione omosessuale e transessuale, ma – e ricordiamolo sempre – non certo in seno alle richieste del movimento LGBT.

Il pensiero di Idem, infatti, potrebbe essere così riassunto: l’Italia non è pronta al matrimonio egualitario, per le adozioni non è il momento politico opportuno, un’accelerazione in tal senso metterebbe a rischio il governo, le unioni civili sono più che sufficienti e in fin dei conti la linea da seguire la decide il Pd. Più che un’elaborazione politica sembra  una “charte octroyée” da burocrate di partito.

E si badi, questo comunicato nasce poco prima della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha rigettato l’esclusività eterosessuale del matrimonio. Mentre il mondo va avanti, le associazioni nazionali LGBT in Italia fanno il tifo per personaggi come Josefa Idem, la cui linea, e ricordiamoci anche questo, si basa sulla creazione di istituti separati e a diritti minori per le persone LGBT. Mentre il mondo va avanti, in Italia si tifa per l’apartheid, in altre parole. E mi spiace dirlo, perché tra quelle firme ci sono persone che conosco personalmente e verso cui ho sentimenti di stima e amicizia.

L’ennesimo passo falso del nostro sgangherato movimento che denuncia un deficit di strategia e, soprattutto, una certa difficoltà a leggere i cambiamenti che ci circondano. Avranno un bel da fare i leader LGBT italiani a essere credibili tra il tifo per chi ci vuole a cittadinanza limitata e esultanza verso fatti storici di segno diametralmente opposto.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Sugli F35: tra ragione e visione

Sulla questione F35 non si tratta di essere pacifisti, ma di usare la ragione. Abbiamo un rischio effettivo di invasioni straniere? No. Abbiamo armamenti? Sì. Abbiamo anche la crisi e questa è reale. E l’ultima cosa che ci serve sono soldi pubblici da buttare via in armi che useremo per fare guerre decise da altri.

Qualcuno dirà pure che l’Italia è effettivamente in guerra. Medio Oriente, Sudan, ecc. Luoghi dove si usano le armi, per intenderci. E per proteggere i nostri militari, occorre dotarli di armamenti all’avanguardia.

Triste e drammatico che a riprodurre tale pensiero siano persone di vent’anni. Laddove dovrebbe esserci il coraggio di una nuova visione della vita abbiamo l’appiattimento ideologico al lato peggiore dell’occidentalismo, di cui per altro questa crisi è figlia. Poi magari gli stessi si lamentano che le loro vite siano miserrime, per poi alimentare le stesse cause che rendono tali le loro esistenze. Ma al di là di questo, vorrei centrare il punto su un’altra questione.

Se l’Italia è effettivamente in una situazione di guerra non dichiarata, essa contraddice la sua Costituzione. Questo aspetto non è un capriccio sui principi, ma una delle tante ragioni per cui poi abbiamo il berlusconismo al potere da vent’anni e la disattenzione sui diritti delle minoranze. Se facciamo cadere un pilastro alla volta, se deroghiamo sempre, poi è normale che l’edificio del diritto nel nostro paese crolli sul suo peso.

Al di là dell’idealismo, andiamo sul pratico. Le missioni “di pace”? Dovrebbero essere rivalutate nell’ottica di un reale interesse del paese. Fino a ora, per fare questioni di lana caprina e pure per essere un po’ stronzi, l’occupazione dei paesi strategicamente importanti per l’approvvigionamento energetico ha portato diverse decine di morti tra i militari e gas e benzina alle stelle. Insomma, il bilancio attuale è che abbiamo mandato a morire decine di esseri umani per pagare il doppio il petrolio. E per fare questo, spendiamo un sacco di denaro, per di più. Paghiamo per pagare di più e per vedere morire. Per qualcuno questa sarebbe “grandeur”. Contenti loro…

Evito di cadere sul politicamente corretto delle energie rinnovabili, che taluni vedono come argomentazioni di sediziosi comunisti e che nella Francia di Sarkozy e della Germania di Merkel hanno rappresentato o rappresentano ancora una voce importante della produzione energetica. Insomma, dobbiamo decidere se fare le cose come ce lo chiede l’Europa, se scodinzolare rispetto agli USA oppure se operare come sempre all’italiana. I modelli culturali ci sono tutti. Poi si decide se seguire il padrone di turno oppure se darsi, per la prima volta nella nostra storia, un’identità nazionale basata sul rispetto dell’umanità e sul progresso.

Catania Pride al via!

Facciamo il punto della situazione.

Quello di Roma è sempre quello della capitale, e va bene così.
Quello di Palermo è stato strepitoso, forse il più bello che io abbia mai visto.
Ma quello di Catania è quello di casa mia. Per cui è amore.

Per cui si comincia oggi con l’inaugurazione della Festa dell’orgoglio, la presentazione del documento politico e i contributi sulla salute delle persone sieropositive.

E, ancora una volta, buon pride!

Perché il tema su Magris offende la scuola italiana

La ministra Carrozza dopo aver scelto la traccia su Magris ha dimostrato come anche lei sia parecchio lontana dalla società odierna e dalla sua quotidianità. Come la classe politica che rappresenta, d’altronde.

Da docente di lettere mi sento profondamente offeso dalla proposta di questo argomento. Esso, infatti, non tiene conto degli sforzi degli/lle insegnanti, dopo mesi passati a spiegare gli autori tradizionali della nostra cultura, così come richiesto dai programmi ministeriali. La scelta su Magris significa, in termini concreti, vanificare il lavoro di un intero anno scolastico. Forse la cultura prettamente scientifica della ministra non riesce a tenere conto, nella sua settorialità, dell’importanza delle Lettere nel processo di formazione umana dell’individuo.

Reputo poi lesivo nei confronti della cultura, in senso più generale, una traccia che si profila come punitiva e gratuitamente vessatoria nei confronti di migliaia di studenti e studentesse. Non è tendendo tranelli a ridosso di un traguardo importante come quello dell’esame di Stato che si sensibilizzano le giovani generazioni all’amore per il sapere, soprattutto quello più contemporaneo.

Non è stata una scelta intellettualmente onesta aver proposto un autore sicuramente valido, ma estraneo ai contenuti di cui si parla tradizionalmente nelle aule delle nostre scuole. E non è in modo siffatto che si svecchia l’insegnamento. Per fare solo un esempio: Dante può insegnare molto in termini di lotta all’omofobia. Basterebbe saperlo leggere. Significa questo svecchiare l’insegnamento, non acritica sostituzione dei “soliti noti” con “illustri sconosciuti”.

Resta il fatto che questo spiacevole e increscioso evento ha di fatto gettato un’ombra nel rapporto di fiducia tra le nuove generazioni e l’istituzione scolastica, che dovrebbe invece abbracciare i ragazzi e le ragazze che si affacciano al mondo dell’università con lo scopo di mettere in evidenza quanto acquisito in questi anni e non sottolineare il loro “non sapere” su fatti e personaggi non studiati o approfonditi, per motivi ovvi a chi con la scuola ci ha davvero a che fare.

Dopo mesi di silenzio, questo atto pubblico della ministra si profila come una scelta infelice e anche un po’ snob – si potrebbe addirittura sospettare di affettuosità tra baronie universitarie – e si spera che le prossime scelte del ministero sia orientate per il bene collettivo, relativamente all’istruzione, e non all’autocompiacimento del vip di turno.

La puttana regina

Triste destino quello della donna dell’eterosessuale che dice: «voi gay siete come noi, ma non potete adottare e fare i figli, perché in natura tra due uomini o due donne non funziona».

Mi spiego meglio, onde evitare che l’affermazione di cui sopra appaia oscura a chi legge.

Si parte dal concetto di “natura”. In natura, per l’eterosessuale, l’accoppiamento è funzionale alla riproduzione. Lo precede e, se possibile, si utilizza il sesso cercando di evitare la conseguenza della gravidanza. Per questa gente il mondo è “sessocentrico”.

Bisognerebbe poi vedere se i fautori di questa equivalenza “sesso=filiazione” si comportino coerentemente con la legge che vorrebbero imporre a milioni di gay e lesbiche. Evidentemente non è così. Se in Italia c’è la crescita zero ci sarà pure una ragione.

Eppure tale accostamento viene agitato come legge immutabile che deve fare i conti, però, con una pratica crapulatoria indiscriminata, per cui l’eterosessuale saggia e prova diverse femmine fino a quando, per errore, caso o scelta, ne elegge una destinata a sacralizzare l’atto sessuale con la benedizione di una gravidanza.

L’arrivo del bambino, quindi, dà valore all’atto primigenio della penetrazione. Senza quell’atto, per il maschio eterosessuale di un certo tipo, non esiste vita. E non può esserci altrimenti. Secondo un processo matematico per cui: (pene + vagina) • penetrazione = vita.

L’eterosessuale, quindi, sessualizza il suo rapporto con la genitorialità, per cui è il sesso che genera il figlio, ma non è quasi mai vero il contrario e cioè che un atto di volontà – volere essere genitore – si serva della sessualità come strumento conseguente.

La donna eterosessuale destinata a portare in grembo il frutto di quel caso, di quell’errore o di quella scelta che, per paradosso, procede – e non precede – l’atto sessuale, perché in esso ricordiamolo sta la significazione dell’intera identità dell’eterosessuale maschio, quella donna, dicevo, è solo la regina di una serie di puttane (sempre secondo l’ottica al maschile) destinata a produrre nuovi maschi o nuovi contenitori per maschi (altrimenti detti femmine).

Questa è la mentalità maschilista e il suo modo di intendere e creare l’esistenza. La genitorialità come conseguenza della sessualità.

Noi persone LGBT partiamo da una considerazione opposta: la genitorialità come scelta voluta che sta alla base di ogni nuova vita. Essa va raggiunta attraverso una serie di strumenti, sessualità inclusa (per chi la vuole).

Per questo, dicevo in apertura, una donna che si accompagna a un uomo siffatto – «voi gay i figli mai, quella è nostra prerogativa» – ha un destino davvero ingrato.

Il M5S e quelli della V maiuscola

Vi racconto una storia. Una storia ormai molto vecchia. Tempo fa militavo in un’associazione. Era un’associazione antagonista, di quelle “dure & pure”. Funzionava così: si era in assemblea permanente. Non c’era un leader. Le decisioni venivano prese in gruppo. Una testa, un voto. Ed erano scelte giuste, perché in quelle quattro mura dove ci riunivamo per decidere i destini del mondo, a guidarci c’era la Verità.

Vi spiego il concetto di Verità – guarda caso anche questa con la V maiuscola, come certi moVimenti – che si respirava lì dentro. Noi eravamo i/le custodi del bene assoluto. Eravamo più avanti di ogni altra rivelazione. Eravamo le sentinelle del pacifismo, dell’antifascismo, dell’ambientalismo, dell’antimafia, del femminismo, dell’antisessismo. Eravamo “ismisti” e anche un po’ estremisti. Eravamo la Rivoluzione. Quella che sarebbe arrivata a cancellare tutto il male del mondo.

Questa Rivoluzione, ispirata dalla Verità, ci poneva di volta in volta di fronte a dubbi laceranti: come quando fummo costretti a confrontarci con l’esistenza dell’AIDS. La Verità, sempre quella con la V maiuscola, ci suggerì che era una bugia cattolica, borghese, capitalista e made in USA per non far scopare i froci. E chi credeva che fosse una malattia, venne chiamato a giudizio, al cospetto di tutti e tutte. La Verità e la Rivoluzione avrebbero dato la giusta ispirazione per far tornare chi cadeva in torto sui passi della ragione. Quando questo non accadeva, chi era in torto poteva liberamente andar via. Perché noi eravamo liberi. Liberi di credere alla Verità e di lottare per la Rivoluzione. E se il dubbio veniva suggerito dalla realtà e se la realtà non coincideva con la Verità, tanto peggio per la realtà stessa. In quei casi però partivano gli insulti, le maldicenze, i sospetti, i veleni. E la persona, dopo tutto questo, era libera di scegliere il bene o di allontanarsi, sempre secondo i suoi desideri.

Poi venne il tempo in cui altre realtà, simili alla nostra ma meno “Vere”, decisero di voler dialogare con noi. Qualcuno di noi disse che forse era il caso di stare a sentire cosa avevano da dire anche gli altri. Ma quel qualcuno venne accusato di esser passato dalla parte della menzogna: venne prima condannato, poi processato e poi lasciato libero di andarsene. Con epiteti quali “borghese” che nella bocca di chi li pronunciava avevano un unico accento: quello del disprezzo.

Vennero i tempi dei PaCS e dei DiCo. Io realizzai che in un momento in cui il mondo cambiava così velocemente sul versante dei diritti, di fronte a quell’epoca storica uguale ad altre così importanti come la questione femminile o la liberazione dei neri, era un suicidio politico disinteressarsi alla cosa. Dissi come la pensavo: noi, che avevamo la Verità, dovevamo utilizzarla per rendere migliore la vita di tutti e di tutte. Fui processato, come altri e altre, e mi fu detto che volevo ricondurre la Verità e la Rivoluzione al servizio del concetto borghese di matrimonio e di famiglia. Che noi volevamo distruggere. L’aveva suggerito la grande presenza della V maiuscola…

Sono passati molti anni, dal giorno del mio processo. E altri ne arrivarono.Venni a sapere, qualche tempo dopo aver deposto la mia armatura dell’esercito della Rivoluzione, che fu detto di me: «è vero che ci ha abbandonato! Ma adesso possiamo dire di essere veramente coerenti col concetto di antifascismo e di lotta alla mafia!». Doveva averlo suggerito qualche voce interiore…

Col passare del tempo – a furia di imporre la Verità – quella realtà così gloriosa ha fatto fuori, nel giro di pochi anni, coloro che non si piegavano ad essa in nome della ragione. Adesso quella realtà non esiste più, al di là delle sue rovine.

Vi racconto questa storia perché leggendo degli ultimi deliri del MoVimento 5 Stelle, vedo le stesse dinamiche. Un primus inter pares che in nome di un non meglio identificato bene superiore veste i panni di voce interiore e decide che tutti/e sono uguali, fino a quando non sopravviene la ragione a scontrarsi col loro destino. Gambaro oggi, qualcun altro ieri… pian piano il partito personale di Grillo e Casaleggio, dove chiunque ha l’illusione di contare davvero qualcosa per il semplice fatto di cliccare su un mouse decisioni già prese dall’alto, si svuoterà per amputazione. Anzi, per qualcosa che con essa fa rima.

Quel bene superiore oggi come ieri, mutatis mutandis, ha come iniziale una consonante scritta bene in maiuscolo. Forse per nascondere tutta la sua pochezza e la sua miseria intellettuale. E anche una certa tendenza a seguire un leader che non si è mai nemmeno proclamato tale.

E se è vero che la storia si ripete, il sacro fuoco che brucia nel tempio non impiegherà molto tempo a trasformarlo in un cumulo di macerie fumanti. È un film già visto, in più di un’occasione.

Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.