Le parole creano realtà (la mia intervista su “Le cose cambiano”)

Dopo il video di qualche giorno fa, oggi è uscita l’intervista che il team di Le cose cambiano mi ha fatto, sempre in merito al coming out e all’accettazione di sé.

Spero che testimonianze come la mia, assieme alle altre, portino sempre più adolescenti (e non solo) ad accettare con serenità il loro essere gay, lesbiche, bisessuali, transessuali.

Buona lettura.

Dario l’abbiamo scoperto grazie al suo blog, Elfobruno, dove usa il lato fucsia della forza per cercare di cambiare le cose. Ha scritto anche un libro, “I gay stanno tutti a sinistra”, che è bellissimo e inizia citando David Leavitt e il suo La lingua perduta delle gru:

«Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.»

Ci ha mandato un video in cui ci ha raccontato di avere passato un periodo difficile, e abbiamo deciso di indagare facendogli qualche domanda.

Com’erano le cose per te prima che cambiassero? E come sono cambiate?
Per me l’infanzia e l’adolescenza sono state particolarmente problematiche: venni discriminato sin da piccolo perché non mi piaceva fare le cose che facevano i “maschi”, ovvero stare tutto il giorno dietro un pallone. Durante le ricreazioni stavo con le bambine, perché i loro giochi mi sembravano più creativi. Questo contribuì dapprima a farmi appioppare nomignoli, e poi la cosa degenerò in veri e propri atti di bullismo a scuola e fuori casa.
Mi isolai da tutto e da tutti, in un contesto – quello della Sicilia degli anni ’80 – in cui era difficile anche solo poter pensare di esprimere il disagio che quella situazione mi creava. Per molto tempo ho sofferto tantissimo, perché non solo ero un emarginato, ma anche perché mi sentivo solo nella gestione del dolore. Ho dovuto fare tutto da solo. Costruirmi una scorza che fosse sufficientemente spessa per reggere l’urto della cattiveria degli altri.
Andavo avanti per inerzia, ma poi è successo l’inevitabile: quando la gente ti conosce per quello che sei non può fare a meno di accoglierti, a meno di rinunciare alla propria umanità. Il muro di sospetto e di dileggio che si era creato attorno a me pian piano ha cominciato ad assottigliarsi. Non ero pronto per dichiararmi, ma amici e amiche compresero chi fossi prima ancora che io fossi in grado di accettarlo.
Alcuni di loro me lo hanno rivelato più tardi: «avevo capito che eri gay, ho aspettato il momento in cui per te non fosse un problema». Quella rete silenziosa di solidarietà e di affetto ha fatto crescere in me una maggiore sicurezza e consapevolezza. Fino a quando, una notte, dopo tante passate a “pregare” perché “guarissi” da ciò che ero, ho avuto una rivelazione: non c’era niente di sbagliato in me. Ero un ragazzo come tanti altri, ero una persona per bene ed ero stato vittima di troppe ingiustizie.
Da quel momento è passato un lungo periodo – adesso ho trentanove anni – e credo che il cambiamento sia una condizione costante della vita di ognuno di noi. Prima ho smesso di avere paura, poi ho imparato il coraggio e adesso mi sento un leone. Pronto a ribellarmi a tutto ciò che reputo delle ingiustizie, verso me stesso e verso le altre persone.

Se potessi parlare con il te stesso quindicenne cosa gli diresti? E lui, cosa ti risponderebbe?
Gli direi di non avere paura. Lo rassicurerei. Gli spiegherei alcune cose sul male del mondo. A cominciare dal fatto che quelle persone che lo perseguitano sono vittime dell’omofobia e dell’odio esattamente quanto lui. Lui rappresenta il bersaglio di un sistema sociale che ha bisogno di creare i “diversi” per impaurire e, di conseguenza, controllare i “normali”. Poi gli direi che per risolvere tutta la faccenda, basta la parola più semplice del mondo: no. Quando lo fanno sentire inadeguato, quando lo insultano e lo attaccano, quando lo deridono alle spalle, l’unica risposta possibile è questa: no, non sono come voi mi dipingete. Le parole creano realtà. Se noi crediamo alle cose orribili che ci dicono, non facciamo altro che permettere a quella realtà di essere possibile. Se poi essa si basa su pregiudizi, e non sulla reale conoscenza di chi siamo davvero, stiamo solo concedendo a una menzogna di prendere il controllo della nostra felicità. Mentre tutti e tutte, indistintamente, a quindici anni, hanno diritto a essere portatori sani di gioia e di speranza.

Con il tuo lavoro di insegnante come stai cercando di cambiare le cose? E come ti ha cambiato?
Attraverso la conoscenza. L’omofobia nasce dall’ignoranza, dal non sapere di cosa si parla quando si parla di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Ci mettono tutti e tutte nello stesso identico calderone, ci cucinano nel brodo del preconcetto e ci attaccano un’etichetta con su scritto “sbagliato”. Non va bene. Prima di parlare di categorie dobbiamo ricordarci che dietro ad esse ci stanno sempre esseri umani. Portatori di umanità che, come chiunque, possono essere feriti dall’odio e dal pregiudizio. Cerco sempre di far capire questo alle mie classi, siano esse di scuola media o del liceo. Lego per altro la lotta all’omofobia all’educazione alla cittadinanza. È sorprendente vedere come la nostra Costituzione dia tutti gli strumenti culturali per combattere le discriminazioni.
Questo tipo di lavoro, sempre di trincea – a volte mi è capitato di avere a che fare con le resistenze e l’ostilità di allievi e genitori – ti aiuta a migliorare continuamente. Bisogna avere una grande motivazione per portare avanti un’operazione culturale del genere. Bisogna darsi una forza d’animo enorme, non cedere mai, essere più forti, se necessario, delle piccole e grandi sconfitte quotidiane e politiche. Bisogna imparare a credere in se stessi e ad avere fiducia nel futuro.
Una persona come Giovanardi non sarebbe molto contenta di quello che faccio nelle mie classi. Per questo credo di fare bene il mio lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri o che osservi nella scuola per gli adolescenti LGBT?
Nonostante la società stia facendo grandi progressi sulla comprensione dell’omosessualità c’è ancora molta poca informazione e molto pregiudizio. La parola “frocio” è uno degli insulti più ricorrenti che gli adolescenti sentono nelle aule e nei corridoi.
Un suicidio su tre tra i minorenni è generato dall’odio contro le persone LGBT.
Se continuiamo su questa strada avremo la tragica responsabilità storica di non aver protetto le giovani generazioni da quello che si prefigura come un vero e proprio crimine d’odio. L’adolescenza è un’età molto delicata, il nostro io si forma e si trasforma. Non possiamo permettere che questo processo venga turbato dal pregiudizio sociale. Dobbiamo educare alla comprensione, al rispetto, all’accoglienza. Conoscere i fenomeni, sapere ciò di cui si sta parlando, diradare le nebbie dell’ignoranza sono ottime soluzioni per agire dal basso. Poi le istituzioni e la politica devono fare la loro parte con leggi di tutela sull’omogenitorialità, con l’estensione della legge Mancino, con l’approvazione del matrimonio egualitario. In parole più semplici: portando il sapere laddove c’è inconsapevolezza, e l’uguaglianza laddove c’è discriminazione.

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