Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla

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6 thoughts on “Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

  1. Ciao Dario,
    ti seguo “silenziosamente” da qualche mese e apprezzo molto gli articoli del tuo blog.
    Nonostante io abbia 23 anni e non pensi ad atti estremi, mi rivedo in alcuni punti della lettera di Davide, sia per quanto riguarda l’aver perso la speranza sia sull’idea di sfortuna che a volte percepisco nell’essere omosessuale.
    Di certo l’abitare in un paese di provincia del Sud, in una delle regioni meno aperte sul tema “omosessualità”, non aiuta, ma non per questo forse dovrei arrendermi così facilmente.
    Le tue parole di risposta alla lettera di Davide mi hanno fatto riflettere, e ti ringrazio per questo.
    Continuerò a seguirti “silenziosamente”, a presto

  2. caro Bruno, sono contento che le mie parole ti stiano aiutando a riflettere sulla considerazione della tua umanità. Spero che tu voglia tornare tra queste pagine e magari non silenziosamente… :)

    Un abbraccio!

  3. Condivido tutte le tue considerazioni, vorrei solo aggiungere una mia personale testimonianza (se può essere utile a qualcuno…).
    A 17 anni, ma anche a 23, io ero ancora un bambino, solo qualche anno dopo sono riuscito a diventare un uomo e quando sono diventato un uomo tutti i problemi con me stesso sono svaniti come neve al sole. Conosco la solitudine, la paura, il dolore, la confusione, l’autodistruttività e non voglio quindi minimamente minimizzare i problemi di questi ragazzi molto giovani, questi ragazzi dovrebbero però capire, prima di tutto, che devono, semplicemente e banalmente, crescere, che dovrebbero smetterla di piangersi, un po’ troppo, addosso, anche se capisco che alla loro età è difficilissimo (anche io lo facevo, eccome…), che almeno dovrebbero avere un po’ di pazienza e stringere un po’ i denti e il tempo farà il resto e quando saranno cresciuti capiranno quanto sono stati ridicoli a dirsi sfortunati e senza speranza alla loro età. Io non sarei neanche un millesimo di quello che sono se non fossi stato omosessuale, devo tutto, tutto, alla mia omosessualità. Sarei quindi curioso di sapere chi sono i “fortunati” secondo loro, gli stupidi ? Gli insensibili ? I superficiali ? Questi ragazzi avrebbero preferito essere delle persone orribili o insignificanti ma rigidamente eterosessuali ? Siamo nati omosessuali ? Benissimo, super bene, il nostro percorso sarà anche un po’ più difficile ma non solo possiamo essere felici ma possiamo anche esserlo infinitamente di più di un eterosessuale qualsiasi…possiamo amare, costruire, creare come e meglio di tanti altri…

  4. a quell’età mi sarei riconosciuto nelle parole di Davide. alla mia mi riconosco nelle tue ovviamente. è quel percorso, doloroso ma essenziale, che ti fa diventare un uomo, o una donna. ognuno di noi ha dovuto combattere le sue battaglie da solo. al massimo con l’alleanza di qualche amica o amico e, nei casi migliori, di una madre o di un padre. Davide chiede di non essere solo. E questo io vorrei dirgli se potessi parlargli. Non sei solo Davide. C’è molta gente, non la maggioranza, ma comunque molta gente, che sa esattamente quello che provi!

  5. gentile Gustavo, temo di non capire il contenuto del tuo commento e non certo per le mie limitate facoltà mentali. Nessuno qui, per altro, vuole la creazione di un terzo sesso. Più semplicemente, poiché anche noi persone LGBT concorriamo al progresso sociale e poiché anche noi abbiamo delle relazioni affettive, pretendiamo che queste siano tutelate per legge. Tutto qui. Non è difficile da capire. A meno che non lo si voglia capire appositamente.

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