Unione gay: ecco perché deve chiamarsi “matrimonio”

Giusto ieri su Gay’s Anatomy ho scritto un articolo sulla morte di Dominique Venner, storico militante dell’estrema destra francese che a 78 anni si è suicidato a Notre-Dame per protestare contro la legge sul matrimonio egualitario.

Tra i commenti che mi hanno scritto, ne ho trovato uno particolarmente penoso – nel senso che mi ha dato pena leggerlo – e che vi riporto:

Il matrimonio è il vincolo che lega uomo e donna, sia esso religioso o solo civile. Viceversa il vincolo civile che unisce due persone dello stesso sesso puoi chiamarlo come vuoi, hai solo l’imbarazzo della scelta. O bisogna per forza chiamarlo matrimonio, solo perché vogliamo fare dispetto?

Ho riflettuto a lungo sulla risposta da dare e alla fine ho scritto quanto segue.

La questione terminologica è fondamentale e non è un fatto secondario né tanto meno un “dispetto” fatto da una componente minoritaria – evidentemente vista come tenutaria di una dignità minore – nei confronti di una maggioranza “naturale” o “normale”.

Il matrimonio è un contratto giuridico che, nel corso dei secoli, è stato soggetto a continui rimaneggiamenti: da compravendita (con tanto di dote) di figlie femmine a unione affettiva. Anche nei diversi punti del globo esistono svariate forme di matrimonio, anche tra elementi dello stesso sesso, per ragioni simboliche, religiose, pratiche, ecc (vi consiglio la lettura di Contro natura di Remotti in merito alla non unicità del matrimonio tra eterosessuali).

La questione apre una riflessione duplice: siamo, in quanto gay e lesbiche, capaci di sentimenti. Questi sentimenti sono uguali a quelli degli eterosessuali? Sì o no? Se sì, perché bisognerebbe creare due istituti paralleli (o uguali e paralleli) per disciplinare lo stesso progetto di vita che scaturisce da sentimenti uguali? Se è sempre amore, lo è sempre. Per chiunque.

Altrimenti i fautori del pensiero cattolico, anche gay-friendly, vogliono dimostrarci che esiste un amore di serie A e uno di serie B. Vogliono ma non lo fanno – ne, aggiungo, potrebbero – perché fino ad ora si limitano a posizioni di principio, tipo quella: il matrimonio è solo tra uomo e donna.

E sappiamo che non è vero, visto che siamo partiti dall’assunto che esso varia nel tempo e nello spazio.

C’è poi un aspetto molto pratico sul perché deve essere (e non solo chiamarsi) “matrimonio”: la creazione di un istituto parallelo genererebbe nel linguaggio una prima discriminazione che potrebbe portare, a livello giuridico, una differenza di trattamento nel godimento di diritti specifici.

Si è uguali a partire dal modo che abbiamo di chiamare le cose e i fenomeni. Nomi diversi indicano cose diverse. E cose diverse alimentano diversità, anche di trattamento, nel caso della legge.

Concludo non potendo non notare come l’aderenza a una fede rende inevitabile la percezione di se stessi, nel caso di certi gay credenti (e ribadisco certi, non tutti) , come soggetti “inferiori”. C’è un’ottimalità – garda caso cristiana e di natura specificamente eterosessuale – che i gay non possono nemmeno pronunciare. Ma vi sentite davvero così sporchi e peccatori, cari amici gay cattolici, da non ritenervi nemmeno degni delle stesse parole che descrivono (e tutelano) i sentimenti della maggioranza eterosessuale?

Vi lascio con questa domanda, nella speranza riusciate a trovare, prima di tutto dentro voi stessi, una risposta che non sia la solita riproposizione di un senso di colpa con cui cercate di conciliare la vostra appartenenza religiosa e – scusate il francese – ciò che si agita tra le vostre mutande.

P.S.: questo ragionamento parte dal presupposto che un matrimonio abbia come base un progetto affettivo. Tende a cadere e a modularsi diversamente quando per matrimonio intendiamo un progetto di vita basato su interessi altri. I quali, intendiamoci, per me hanno piena legittimità se avviati da adulti consenzienti.

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3 thoughts on “Unione gay: ecco perché deve chiamarsi “matrimonio”

  1. Infatti un cattolico veramente intelligente come Messori — non avendo facilità come tanti altri ad accontentarsi di paralogismi contraddittori — per poter contestare la possibilità dei matrimoni omosessuali ha dovuto arrivare alla radice e contestare che il matrimonio debba partire da un progetto di amore, sostenendo che la società dovrebbe tornare ai matrimoni socialmente combinati.
    Si svela così la natura totalitaria di una ideologia che ha nome di religione ma che di spirituale non ha nulla, e che vuole semplicemente colpire nella libertà della scelta sessuale la frontiera di tutte le libertà individuali.

  2. Si può essere benissimo cristiani e omosessuali ma essere cattolici e omosessuali è una contraddizione in termini, lo ripeto, i cattolici omosessuali hanno la “Sindrome di Stoccolma”, pensare quindi di convincerli con un discorsetto mi sembra totalmente illusorio, dovrebbero, piuttosto, sottoporsi a una psicoterapia.
    Quello che dici è condivisibile, io comunque eviterei di evidenziare la faccenda dell’amore, mi sembra anche questo un tentativo di “giustificare” (giustificare di fronte a chi poi ?!) il matrimonio paritario, il discorso è invece semplicissimo, banalissimo, lineare : non deve essere lo stato (laico) a dire a un cittadino chi deve sposare né deve interessargli se ci si sposa per amore o per interesse (non mi risulta, per altro, che lo stato abbia mai appurato l’autenticità dell’amore prima di sposare qualcuno).
    Se credessi, comunque, vorrei, prima di tutto, che il mio amore (in questo caso sì) fosse benedetto in chiesa (e ci sono chiese cristiane che lo fanno) ma il matrimonio civile è invece solo un contratto.

  3. Straquoto tutto il post.
    In particolare questo concetto “Si è uguali a partire dal modo che abbiamo di chiamare le cose e i fenomeni. Nomi diversi indicano cose diverse. E cose diverse alimentano diversità, anche di trattamento”.
    E’ questo difatti il vero punto della questione.
    Se uno Stato esclude i gay dalle istituzioni, dalle tradizioni, dai vocaboli, a cui ha accesso il resto della popolazione… magari da istituzioni, tradizioni e vocaboli molto sentiti, rispettati e radicati nella collettività, anche perché esistenti da tempo immemore e diffusi in ogni dove (vedi appunto il matrimonio)… e in più addirittura ribadisce e riafferma questa esclusione attraverso il loro confinamento di istituti giuridici appositi, vocaboli appositi, per omosessuali… quello Stato marchia a tutti gli effetti i gay in quanto cittadini indegni della medesima considerazione e del medesimo rispetto dovuto agli altri, cittadini degni al massimo di scimmiottare in appositi ghetti legali chi è invece ritenuto degno di accedere a quei riconoscimenti… ergo calpesta la libertà e la dignità di ogni omosessuale; in altre parole discrimina attivamente e si fa esso stesso portavoce dell’omofobia.

    A me non sta affatto bene essere umiliato, degradato, dal mio Paese a persona indegna del matrimonio, degna al massimo di scimmiottare chi si può sposare e si sposa nel vero senso della parola, quindi inferiore rispetto agli altri.
    Non lo accetto, non mi sta bene; non mi può stare bene.

    Per dirla con le parole della Corte Suprema del Messico (SCJN):
    “la existencia de un régimen jurídico diferenciado al cual puedan optar las parejas homosexuales en lugar de casarse, incluso si la figura en cuestión tuviera los mismos derechos que el matrimonio, evoca a las medidas avaladas por la conocida doctrina de ‘separados pero iguales’ surgida en Estados Unidos en el contexto de la discriminación racial de finales del siglo XIX”
    […]
    “Así como la segregación racial se fundamentó en la inaceptable idea de la supremacía blanca, la exclusión de las parejas homosexuales del matrimonio también está basada en los prejuicios que históricamente han existido en contra de los homosexuales.
    La exclusión de éstos de la institución matrimonial perpetúa la noción de que las parejas del mismo sexo son menos merecedoras de reconocimiento que las heterosexuales, ofendiendo con ello su dignidad como personas.”
    (vedi recente sentenza sul diritto al matrimonio)

    Per dirla con le parole dell’Amministrazione Obama:
    “The designation of marriage […] confers a special validation of the relationship between two individuals and conveys a message to society that domestic partnerships or civil unions cannot match.”
    […]
    “by depriving samesex couples of the right to marry, [it] denies them the ‘dignity, respect, and stature’ accorded similarly situated opposite-sex couples under state law.”
    (vedi amicus curiae brief del Governo Usa nella causa legale contro la Proposition 8)

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