Le parole creano realtà (la mia intervista su “Le cose cambiano”)

Dopo il video di qualche giorno fa, oggi è uscita l’intervista che il team di Le cose cambiano mi ha fatto, sempre in merito al coming out e all’accettazione di sé.

Spero che testimonianze come la mia, assieme alle altre, portino sempre più adolescenti (e non solo) ad accettare con serenità il loro essere gay, lesbiche, bisessuali, transessuali.

Buona lettura.

Dario l’abbiamo scoperto grazie al suo blog, Elfobruno, dove usa il lato fucsia della forza per cercare di cambiare le cose. Ha scritto anche un libro, “I gay stanno tutti a sinistra”, che è bellissimo e inizia citando David Leavitt e il suo La lingua perduta delle gru:

«Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.»

Ci ha mandato un video in cui ci ha raccontato di avere passato un periodo difficile, e abbiamo deciso di indagare facendogli qualche domanda.

Com’erano le cose per te prima che cambiassero? E come sono cambiate?
Per me l’infanzia e l’adolescenza sono state particolarmente problematiche: venni discriminato sin da piccolo perché non mi piaceva fare le cose che facevano i “maschi”, ovvero stare tutto il giorno dietro un pallone. Durante le ricreazioni stavo con le bambine, perché i loro giochi mi sembravano più creativi. Questo contribuì dapprima a farmi appioppare nomignoli, e poi la cosa degenerò in veri e propri atti di bullismo a scuola e fuori casa.
Mi isolai da tutto e da tutti, in un contesto – quello della Sicilia degli anni ’80 – in cui era difficile anche solo poter pensare di esprimere il disagio che quella situazione mi creava. Per molto tempo ho sofferto tantissimo, perché non solo ero un emarginato, ma anche perché mi sentivo solo nella gestione del dolore. Ho dovuto fare tutto da solo. Costruirmi una scorza che fosse sufficientemente spessa per reggere l’urto della cattiveria degli altri.
Andavo avanti per inerzia, ma poi è successo l’inevitabile: quando la gente ti conosce per quello che sei non può fare a meno di accoglierti, a meno di rinunciare alla propria umanità. Il muro di sospetto e di dileggio che si era creato attorno a me pian piano ha cominciato ad assottigliarsi. Non ero pronto per dichiararmi, ma amici e amiche compresero chi fossi prima ancora che io fossi in grado di accettarlo.
Alcuni di loro me lo hanno rivelato più tardi: «avevo capito che eri gay, ho aspettato il momento in cui per te non fosse un problema». Quella rete silenziosa di solidarietà e di affetto ha fatto crescere in me una maggiore sicurezza e consapevolezza. Fino a quando, una notte, dopo tante passate a “pregare” perché “guarissi” da ciò che ero, ho avuto una rivelazione: non c’era niente di sbagliato in me. Ero un ragazzo come tanti altri, ero una persona per bene ed ero stato vittima di troppe ingiustizie.
Da quel momento è passato un lungo periodo – adesso ho trentanove anni – e credo che il cambiamento sia una condizione costante della vita di ognuno di noi. Prima ho smesso di avere paura, poi ho imparato il coraggio e adesso mi sento un leone. Pronto a ribellarmi a tutto ciò che reputo delle ingiustizie, verso me stesso e verso le altre persone.

Se potessi parlare con il te stesso quindicenne cosa gli diresti? E lui, cosa ti risponderebbe?
Gli direi di non avere paura. Lo rassicurerei. Gli spiegherei alcune cose sul male del mondo. A cominciare dal fatto che quelle persone che lo perseguitano sono vittime dell’omofobia e dell’odio esattamente quanto lui. Lui rappresenta il bersaglio di un sistema sociale che ha bisogno di creare i “diversi” per impaurire e, di conseguenza, controllare i “normali”. Poi gli direi che per risolvere tutta la faccenda, basta la parola più semplice del mondo: no. Quando lo fanno sentire inadeguato, quando lo insultano e lo attaccano, quando lo deridono alle spalle, l’unica risposta possibile è questa: no, non sono come voi mi dipingete. Le parole creano realtà. Se noi crediamo alle cose orribili che ci dicono, non facciamo altro che permettere a quella realtà di essere possibile. Se poi essa si basa su pregiudizi, e non sulla reale conoscenza di chi siamo davvero, stiamo solo concedendo a una menzogna di prendere il controllo della nostra felicità. Mentre tutti e tutte, indistintamente, a quindici anni, hanno diritto a essere portatori sani di gioia e di speranza.

Con il tuo lavoro di insegnante come stai cercando di cambiare le cose? E come ti ha cambiato?
Attraverso la conoscenza. L’omofobia nasce dall’ignoranza, dal non sapere di cosa si parla quando si parla di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Ci mettono tutti e tutte nello stesso identico calderone, ci cucinano nel brodo del preconcetto e ci attaccano un’etichetta con su scritto “sbagliato”. Non va bene. Prima di parlare di categorie dobbiamo ricordarci che dietro ad esse ci stanno sempre esseri umani. Portatori di umanità che, come chiunque, possono essere feriti dall’odio e dal pregiudizio. Cerco sempre di far capire questo alle mie classi, siano esse di scuola media o del liceo. Lego per altro la lotta all’omofobia all’educazione alla cittadinanza. È sorprendente vedere come la nostra Costituzione dia tutti gli strumenti culturali per combattere le discriminazioni.
Questo tipo di lavoro, sempre di trincea – a volte mi è capitato di avere a che fare con le resistenze e l’ostilità di allievi e genitori – ti aiuta a migliorare continuamente. Bisogna avere una grande motivazione per portare avanti un’operazione culturale del genere. Bisogna darsi una forza d’animo enorme, non cedere mai, essere più forti, se necessario, delle piccole e grandi sconfitte quotidiane e politiche. Bisogna imparare a credere in se stessi e ad avere fiducia nel futuro.
Una persona come Giovanardi non sarebbe molto contenta di quello che faccio nelle mie classi. Per questo credo di fare bene il mio lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri o che osservi nella scuola per gli adolescenti LGBT?
Nonostante la società stia facendo grandi progressi sulla comprensione dell’omosessualità c’è ancora molta poca informazione e molto pregiudizio. La parola “frocio” è uno degli insulti più ricorrenti che gli adolescenti sentono nelle aule e nei corridoi.
Un suicidio su tre tra i minorenni è generato dall’odio contro le persone LGBT.
Se continuiamo su questa strada avremo la tragica responsabilità storica di non aver protetto le giovani generazioni da quello che si prefigura come un vero e proprio crimine d’odio. L’adolescenza è un’età molto delicata, il nostro io si forma e si trasforma. Non possiamo permettere che questo processo venga turbato dal pregiudizio sociale. Dobbiamo educare alla comprensione, al rispetto, all’accoglienza. Conoscere i fenomeni, sapere ciò di cui si sta parlando, diradare le nebbie dell’ignoranza sono ottime soluzioni per agire dal basso. Poi le istituzioni e la politica devono fare la loro parte con leggi di tutela sull’omogenitorialità, con l’estensione della legge Mancino, con l’approvazione del matrimonio egualitario. In parole più semplici: portando il sapere laddove c’è inconsapevolezza, e l’uguaglianza laddove c’è discriminazione.

Sulle unioni civili ci prenderanno per fame

famigliagay.jepAncora sulle unioni civili e al mio articolo precedente.

Leggo risposte e commenti, su Facebook, come questo: «a me hanno insegnato che piuttosto che niente è meglio piuttosto!».

Ok, ci prenderanno per fame. Piuttosto che niente, meglio qualcosa che assomiglia a un pranzo di nozze. Peccato che già solo questo modo di pensare sia indignitoso per cittadini/e a pieno titolo. Uguaglianza vuol dire essere uguali in tutto. Se si è “meno uguali” significa che si è diversi. E la cosa grave non è la politica, incapace e ladra di dignità, ma chi tra voi applaude all’elemosina che stanno pensando per dare un nome alla vostra esistenza affamata.

Matrimonio ai gay? La politica concede solo pietà

«Equiparazione con le nozze etero, assicura Galan, ma con due sostanziali differenze: non c’è la parola matrimonio nel suo ddl, e non sono previste le adozioni.»

O in altre parole: creare un istituto parallelo al matrimonio, equivalente al matrimonio ma senza tutti i diritti e manco il nome del matrimonio.

Quindi tradotto: no alla piena uguaglianza, sì alla discriminazione. Che è la linea del Pd, per altro.

Poi, per carità, stiamo parlando di chiacchiere, non esiste nemmeno un DL. Secondo poi, bisogna vedere cosa conterrà quest’equiparazione. Se come per i DiCo i diritti arrivano dopo settantacinque anni di convivenza, uguali identici a quelli del matrimonio, o ti sposi da embrione o ciccia…

Riflessione conseguente: guarda caso dopo la lettera a Repubblica del diciassettenne gay che vuole pietà ma niente figli, i politici si svegliano e concedono solo la pietà…

Quasi quasi comincio a credere che si tratti di una bufala montata ad arte da media e partiti, per farci digerire l’ennesima proposta di legge su una leggina che, nel migliore dei casi, sarà offensiva nei confronti di milioni di persone LGBT.

Le cose cambiano… (la mia testimonianza)

Ho già parlato della bella e importante iniziativa portata avanti dallo staff di Le cose cambiano. Ho deciso quindi di dare il mio contributo, con un video sul mio coming out e su come ho affrontato la scoperta della mia omosessualità.

Mi scuso per la qualità del filmato, ma i miei mezzi sono abbastanza paleolitici…
E spero mi perdonerete per qualche refuso nel linguaggio, ma questo video è il migliore in termini di spontaneità che ho fatto, tra le varie prove. Ho pensato che contasse l’immediatezza del messaggio.
Ok, pure la faccia non è un granché, ma quella non posso proprio cambiarla.

Per il resto, buona visione! E se qualcuno volesse contribuire, ricordatevi che ogni testimonianza può salvare un ragazzo o una ragazza dall’infelicità, dalla solitudine e da una cattiva considerazione di sé.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Amministrative: le stelle brillano meno e le fiamme non bruciano più”

Facendo uno schema delle amministrative dell’ultimo week end:

• la metà della gente non vota (più?)
• i partiti tradizionali “reggono”, nel senso che non scompaiono (ma a quale prezzo?)
• il M5S si appanna e non poco
• la fiamma di Alemanno si spegne
• il Pd vince nonostante se stesso (semicit.)

Più nel dettaglio? Scoprilo su Gay’s Anatomy di oggi!

Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla

Unione gay: ecco perché deve chiamarsi “matrimonio”

Giusto ieri su Gay’s Anatomy ho scritto un articolo sulla morte di Dominique Venner, storico militante dell’estrema destra francese che a 78 anni si è suicidato a Notre-Dame per protestare contro la legge sul matrimonio egualitario.

Tra i commenti che mi hanno scritto, ne ho trovato uno particolarmente penoso – nel senso che mi ha dato pena leggerlo – e che vi riporto:

Il matrimonio è il vincolo che lega uomo e donna, sia esso religioso o solo civile. Viceversa il vincolo civile che unisce due persone dello stesso sesso puoi chiamarlo come vuoi, hai solo l’imbarazzo della scelta. O bisogna per forza chiamarlo matrimonio, solo perché vogliamo fare dispetto?

Ho riflettuto a lungo sulla risposta da dare e alla fine ho scritto quanto segue.

La questione terminologica è fondamentale e non è un fatto secondario né tanto meno un “dispetto” fatto da una componente minoritaria – evidentemente vista come tenutaria di una dignità minore – nei confronti di una maggioranza “naturale” o “normale”.

Il matrimonio è un contratto giuridico che, nel corso dei secoli, è stato soggetto a continui rimaneggiamenti: da compravendita (con tanto di dote) di figlie femmine a unione affettiva. Anche nei diversi punti del globo esistono svariate forme di matrimonio, anche tra elementi dello stesso sesso, per ragioni simboliche, religiose, pratiche, ecc (vi consiglio la lettura di Contro natura di Remotti in merito alla non unicità del matrimonio tra eterosessuali).

La questione apre una riflessione duplice: siamo, in quanto gay e lesbiche, capaci di sentimenti. Questi sentimenti sono uguali a quelli degli eterosessuali? Sì o no? Se sì, perché bisognerebbe creare due istituti paralleli (o uguali e paralleli) per disciplinare lo stesso progetto di vita che scaturisce da sentimenti uguali? Se è sempre amore, lo è sempre. Per chiunque.

Altrimenti i fautori del pensiero cattolico, anche gay-friendly, vogliono dimostrarci che esiste un amore di serie A e uno di serie B. Vogliono ma non lo fanno – ne, aggiungo, potrebbero – perché fino ad ora si limitano a posizioni di principio, tipo quella: il matrimonio è solo tra uomo e donna.

E sappiamo che non è vero, visto che siamo partiti dall’assunto che esso varia nel tempo e nello spazio.

C’è poi un aspetto molto pratico sul perché deve essere (e non solo chiamarsi) “matrimonio”: la creazione di un istituto parallelo genererebbe nel linguaggio una prima discriminazione che potrebbe portare, a livello giuridico, una differenza di trattamento nel godimento di diritti specifici.

Si è uguali a partire dal modo che abbiamo di chiamare le cose e i fenomeni. Nomi diversi indicano cose diverse. E cose diverse alimentano diversità, anche di trattamento, nel caso della legge.

Concludo non potendo non notare come l’aderenza a una fede rende inevitabile la percezione di se stessi, nel caso di certi gay credenti (e ribadisco certi, non tutti) , come soggetti “inferiori”. C’è un’ottimalità – garda caso cristiana e di natura specificamente eterosessuale – che i gay non possono nemmeno pronunciare. Ma vi sentite davvero così sporchi e peccatori, cari amici gay cattolici, da non ritenervi nemmeno degni delle stesse parole che descrivono (e tutelano) i sentimenti della maggioranza eterosessuale?

Vi lascio con questa domanda, nella speranza riusciate a trovare, prima di tutto dentro voi stessi, una risposta che non sia la solita riproposizione di un senso di colpa con cui cercate di conciliare la vostra appartenenza religiosa e – scusate il francese – ciò che si agita tra le vostre mutande.

P.S.: questo ragionamento parte dal presupposto che un matrimonio abbia come base un progetto affettivo. Tende a cadere e a modularsi diversamente quando per matrimonio intendiamo un progetto di vita basato su interessi altri. I quali, intendiamoci, per me hanno piena legittimità se avviati da adulti consenzienti.

Le cose cambiano

Condivido questa splendida iniziativa, chiamata Le cose cambiano:

Le cose cambiano è una piattaforma dedicata ai ragazzi che si stanno confrontando con il proprio orientamento sessuale, che non si sentono compresi e accettati, che hanno subito episodi di bullismo omofobico o che vengono discriminati per quello che sono.

Siamo convinti che lo strumento più potente di comprensione ed educazione, nonché il migliore antidoto contro l’isolamento, sia la narrazione; che le storie possano fare bene sia a chi le racconta, sia a chi le ascolta. Il nostro sito raccoglie le testimonianze di chiunque voglia condividere il proprio vissuto per metterlo a disposizione di chi si sta confrontando con la scoperta di sé, per contribuire a creare un’enciclopedia di desideri e speranze, un contenitore di proposte, un posto dove raccontare la propria esperienza in prima persona, anche per dimostrare che metterci la faccia è possibile.

Ti invitiamo perciò a raccontarti in un video: se anche tu hai vissuto un periodo difficile, se hai sperimentato la solitudine e l’isolamento, se hai subito manifestazioni di bullismo, prova a spiegare cosa ti ha aiutato a superare le difficoltà, come le cose sono cambiate e migliorate per te. Se la tua esperienza è positiva – se oggi sei un adulto omosessuale felice e sereno – condividerla è ancora più importante.
Raccontaci come speri che le cose cambino in Italia per le persone e le coppie gay, e cosa pensi sia necessario fare per cambiarle.

Le cose cambiano se siamo noi a farle cambiare.

Per altro, ho deciso di contribuire con un mio video. Perché l’omo-transfobia diventi solo un brutto ricordo.

17 maggio, contro l’omo-transfobia

Quando dici che essere gay non è naturale. O che le lesbiche sono maschi mancati. O ancora che le persone transessuali ti fanno schifo.
Quando dici che due persone dello stesso sesso non possono sposarsi, perché il matrimonio è solo per un uomo e una donna.
Quando dici: ok, diamo i diritti alle coppie gay e lesbiche, ma il matrimonio no, perché è solo per un uomo e una donna.
Quando dici: i bambini mai!
Quando dici che una coppia di uomini o di donne non è famiglia.
Quando, riguardo alle famiglie gay e lesbiche, pensi che un bambino per vivere serenamente ha bisogno di un padre e una madre.
Quando dici che due gay vanno pure bene, basta che non ostentino in pubblico.
Quando dici che in quella discoteca non ci vai, perché ci sono i froci e non te la senti di camminare tutta la sera con le spalle al muro.
Quando dici “frocio”. O quando usi “lesbica” come se fosse un insulto.
Quando ridi delle persone transessuali.
Quando dici che i bisessuali non esistono. E quando pensi che, se esistono, sono sbagliati solo a metà.
Quando pensi che è una malattia.
Quando dici che non hai nulla contro gli omosessuali, ma…
Quando affermi che il pride è un’inutile carnevalata.
Quando sei gay e ai pride non ci vai uguale, perché anche per te è una carnevalata.
Quando sei gay, ma “discreto”… (e magari pensi che una legge sul matrimonio è inutile, che la legge contro l’omofobia non serve a niente, che alla fine ti lasciano scopare in pace e va bene anche così).
Quando scomodi Dio, la natura o qualsiasi altra divinità a caso per giustificare sentimenti di disprezzo, paura e disagio nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e trans.
Quando anche solo ti senti a disagio di fronte a gay, lesbiche, bisessuali e trans.
Quando, in base a tutto questo, qualcuno si sente autorizzato a fare un sorriso di troppo o a discriminare, insultare, fare violenze, uccidere.

Quando tutto questo accade, è omo-transfobia. Ed è anche “merito” tuo.
E non ci sono giustificazioni di sorta. Per nessuno/a.

Il 17 maggio ti ricorda ciò che non dovresti essere. Da oggi, e per sempre, ricordalo anche tu.

A pugni chiusi

Rabbia.

Come questo cielo, offeso con l’umanità che ha dimenticato le cose vere.
Per questo piove, laddove dovrebbe esserci il sole.
Per questo Dio ha abbandonato le sue creature, su questo pianeta periferico, non concedendo più miracoli e neppure punizioni stellari.

La mia è rabbia. A pugni chiusi. Con gli occhi feriti. Con lo stomaco attorcigliato in un nodo gordiano, ad aspettare il suo colpo di spada. E se potessi cancellerei tutto come si fa con il mouse: seleziona, clicca, pagina bianca. Cestino. E quindi svuota. Tutto.

Se potessi, a volte, in quel cestino ci butterei il mondo intero.