Sulla cura di sé

Un giorno, mentre attraversava un fiume, la dea Cura venne incuriosità dall’argilla e cominciò a modellarla, creando una sagoma umana. Quindi chiamò Giove, a cui la dea chiese di donare lo spirito vitale. Giove ne fu ben lieto e vi infuse la vita.

La dea Cura, quindi, chiese al padre degli dèi di poter dare il proprio nome a quella creatura, ma Giove pretese lui stesso di poter avanzare quel privilegio, poiché era stato lui ad aver concesso il dono dell’anima. Ne nacque una diatriba a cui si aggiunse, in un secondo momento, la Terra: «sono stata io che ho fornito il materiale per la sua creazione, il nome da dare alla creatura deve essere il mio!».

Per risolvere la contesa le tre divinità si rivolsero a Saturno, il dio del tempo, che dopo aver sentito le ragioni dei contendenti, così si espresse: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito vitale dopo la morte della creatura ne avrai l’anima. E tu, Terra, che hai fornito l’argilla, dopo la sua morte ne avrai il corpo. Tu Cura, che lo plasmasti, te ne occuperai per tutta la durata della sua vita. E riguardo al nome, lo chiamerete uomo, perché è stato fatto con l’humus.»

Ed è per questo che la cura di noi stessi/e deve essere un dovere, nei confronti di anima e corpo: perché senza di essa non potrebbe esserci nulla di ciò che noi chiamiamo vita.

(Questo mito, che non conoscevo, mi è stato raccontato ieri dal mio terapeuta durante la nostra seduta. Credo sia molto bello e credo che tutti/e dovremmo conoscerlo).

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