Perché non dobbiamo essere cristiani (e men che mai cattolici)

Diciamocelo chiaramente: il cristianesimo tutto, a cominciare dalle parole del suo caposcuola è un’immensa infinita mistificazione.

Ci riflettevo in queste festività di Pasqua. Cos’è questo messaggio se non un tentativo estremo di rinnegare il dolore di vivere? E come avviene questo tentativo di superamento? Attraverso un processo psicoanalitico continuo e costante di negazione e rimozione.

In primo luogo: noi ci rifacciamo a una cultura dalla quale oggi prendiamo, nei fatti, le distanze. La cultura semitica mediorientale di tipo abramitico, dalla quale discendono sia l’ebraismo, che è il capostipite delle tre religioni monoteiste, sia l’islam. L’uomo occidentale ha sempre avuto orrore di queste due culture eppure poi ha costruito un sistema di valori, sempre costantemente disattesi, proprio su quell’insieme di credenze. Non c’è differenza culturale tra il tentativo di lapidazione dell’adultera e le esecuzioni che oggi abbiamo in certo mondo musulmano. C’è un’assoluta continuità logica e storica tra la leggenda di Sodoma e Gomorra e la smania tutta giudaica della perpetuazione della specie, da una parte, e della riduzione della sessualità a procreazione da parte dell’attuale cultura cattolica.

Siamo uguali, nel nostro DNA culturale, a quelle civiltà che di fatto poi – in quanto “bianchi” – detestiamo, per ragioni storiche e politiche precise. E poi ci si chiede come mai l’occidente sia popolato da un così alto numero di spappolati mentali.

Secondo poi: ma davvero continuate a vivere nell’illusione che il messaggio di Cristo sia davvero di amore e di pace? Se quello che dicono i Vangeli è vero, Gesù di Nazaret ha semplicemente preso atto della violenza dei suoi tempi, condannandola. Ma questo non è amore, questa semmai è logica. “Storicamente” parlando era un personaggio scomodo, interno a quel sistema, poiché rabbino, e quindi fatto fuori per bestemmia e eresia (sosteneva di essere il messia). Ma il suo stesso messaggio non era di superamento di quel mondo, bensì di rassegnazione, in previsione di qualcosa di migliore che, guarda caso, non poteva essere tangibile se non in una dimensione auspicata.

Di fatto, poi, la fede che ne è scaturita si basa sull’apologia di un sacrificio umano, cruento e crudele, per salvare un’umanità viscida. Stiamo parlando di una religione che “mangia” il suo dio, che si basa sulla simbologia della carne e del sangue e pretende lo stesso sacrificio dai suoi fedeli. Potremmo sintetizzare il tutto con: sei degno di “pace” solo se prima soffri come un cane. In quest’ottica anche un’aspirina è bestemmia ma non mi risulta che nessun cristiano che si rispetti (e anche molti che non andrebbero nemmeno salutati) rinunci all’anestesia dal dentista.

Il cristianesimo, in altri termini, è irrealizzabile proprio perché consustanzialmente ipocrita: predica ciò che l’uomo non vuole. E le ragioni della sua irrealizzabilità stanno proprio in quel doppio processo di negazione – non vogliamo soffrire, ma non riusciamo a trovare la soluzione del problema del male del mondo – e di rimozione – si proietta tutto quel male su uno solo, con l’illusione che quell’uno paghi per tutti, costruendo un sistema di valori su una cultura che però aborriamo, intimamente.

Poi certo, qualcuno obietterà che almeno lessicalmente parlando nella predicazione di Gesù c’era spazio per termini quali “misericordia”, “speranza”, “pace”, ecc. Ma signori mie e signore mie, non vi viene il dubbio che l’anelito per un mondo migliore – dove appunto si soffre di meno e si gode di più – non sia altro che un bisogno primario dell’uomo e che quel signore non abbia inventato proprio niente di nuovo?

Il mondo è pieno di fulgidi esempi di generosità e di gentilezza. Ma se ci costruissimo una religione, per ognuno di questi, avremmo più templi e chiese che piastrelle per marciapiedi. E le chiese che abbiamo già sono abbastanza ingombranti. È innegabile. Questo almeno.

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