Primo maggio: i pensieri del giorno prima

fanculo«Io penso che il tuo lavoro sia bellissimo…»
«Pensi questo perché non lo fai. Il mio è un mestiere orrendo e frustrante.»
«Ringrazia che ce l’hai…»

Ecco, quando sento dire queste cose mi incazzo. E sapete perché?

Prima regola della creazione di forza-lavoro a diritti minimi e mal garantiti: pensare che esercitare una qualsiasi professione sia un dono di cui rendere grazia. Sempre e comunque.

No signori miei. Bisogna lamentarsi, altrimenti poi non ci potremo lamentare davvero. E avere master e dottorato per fare da badante a undicenni non è lavoro. È umiliazione di stato. E di questo mi lamenterò sempre. Porco cazzo!

E ci stanno rincitrullendo il cervello col fatto che siete choosy, che la miseria che vi concedono equivale a possedere una somma fortuna.
Ci stanno facendo credere che la schiavitù di una quotidianità a emozioni zero è il massimo a cui potete aspirare.
Ci stanno trasformando in qualcosa di molto simile agli animali della fattoria di Orwell, nell’attesa che un camion, prima o poi, prenda anche voi e vi conduca al macello, quando non servirete più.

Questo stanno facendo di noi. Per questo non dico grazie a un lavoro che mi usa, ogni anno, dai primi di settembre a fine anno scolastico, senza nemmeno un grazie – e loro sì che dovrebbero dirlo – il giorno del licenziamento.

Perché i sogni, signori miei, i sogni non valgono 1300 euro al mese e il TFR che non arriva perché lo stato deve fare cassa.

E se qualcuno trova queste mie parole inaccettabili, è perché magari si è già rassegnato a quel sogno chiamato mediocrità. Mentre Marx e Gesù gongolano, contemplando la loro migliore creatura dal dì delle loro predicazioni. Quando bastava semplicemente capire che non c’è nessuna ricompensa futura e che la felicità è adesso, se sei in grado di creartela e di vivertela.

Per cui, se ogni mattina vi alzate e pensate che la strada che farete ogni giorno, assonnati e schiacchiati in un tram – da qui ai prossimi trent’anni senza nemmeno la garanzia finale di uno straccio di pensione, nonostante i vostri studi e i vostri sacrifici – sia la cosa migliore che vi possa capitare, benissimo, io non sono contento per voi. Ma se non lo sarete anche voi arrabbiati, incazzati, vere e proprie erinni al cospetto della parte più vera di voi, ebbene, allora forse quella non-felicità un po’ ve la siete cercata. Ed è proprio questo che non si può più accettare!

Su Gay’s Anatomy di oggi: “I cinque sassi di Letta”

Ho ascoltato, in parte, il discorso di Letta sulla fiducia. E non ho potuto fare a meno di rabbrividire di fronte a quella che sembrava sempre più un’omelia da chiesa che il discorso di un leader politico: «Bisogna fare come Davide: abbandonare l’armatura e raccogliere cinque sassi dal fiume, per affrontare il gigante con bastone e fionda».

Ecco perché penso che questo esecutivo sia uno dei peggiori della storia. E lo scrivo sulle pagine di Gay’s Anatomy!

Il governo e il meteorite

Gaetano Quagliarello, quello che ha gridato assassini quando in Parlamento arrivò la notizia della morte di Eluana Englaro. E tutti vorremmo avere una persona così pacata sopra le nostre teste. Come se non bastasse, è pure omofobo.

Beatrice Lorenzin ha la maturità classica. E basta. E adesso dirige la sanità nazionale. Quando si dice meritocrazia. Però è pure lei omofoba.

Alfano all’interno. È lo pseudo-capo del PdL. Il partito, per intenderci, che deve rispondere di certe affiliazioni mafiose in certi comuni del sud e che ha già risposto di certe affettuosità tra i suoi creatori e Cosa Nostra. Mettere un uomo del genere in un dicastero così delicato è rassicurante. Per la malavita, almeno.

Anna Maria Cancellieri a suo tempo se la prese con milioni di giovani italiani e italiane “colpevoli” di voler lavorare vicino ai genitori. In un contesto, quale quello italiano, dove i giovani sono costretti a emigrare. Anche oltre confine. E questa l’hanno messa alla Giustizia.

Maurizio Lupi. E basta il nome o la memoria di certe sue apparizioni in tv per farsi andare di traverso la prima colazione. Ah, tanto per non farci mancare nulla: è omofobo pure questo.

Giampiero d’Alia, quello che voleva mettere il bavaglio al web con una legge degna della peggiore Russia sovietica. Premiato anche lui.

E poi tutti gli altri, distribuiti tra grigi, zerbini di partito, storici e meritevoli-fino-a-prova-contraria.

Riassumendo: tolto qualche nome, se sul governo Letta cadesse un meteorite ci toglieremmo di torno un bel po’ di brutti ceffi.

Penso alle persone amiche, ai/lle militanti per bene del Partito democratico: il loro voto e il loro lavoro di questi anni per avere un governo filoberlusconiano, di destra, pieno zeppo di foglie di fico giusto laddove servono e di uomini-chiave nei posti in cui occorreva mettere persone totalmente diverse.

Ho votato per SEL, il mio voto rimane all’opposizione, per fortuna. Ma questo governo è e rimane una vergogna di cui tutta la classe politica si assumerà, domani, la responsabilità.

Il gatto in un appartamento vuoto

Morire. questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti
strofinarsi contro i mobili?
Qui niente sembra cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori posto
la sera la lampada non è più accesa
si sentono passi sulle scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre qualcuno. Sempre.
e poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
in ogni armadio si è guardato
si è cercato sulle mensole
e infilati sotto il tappeto
ma non ha portato a niente
si è persino infranto il divieto
di entrare nell’ufficio
e si sono sparse carte dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se osa!
Deve imparare che
questo non si fa a un gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto nè un miagolio.
Almeno non subito.

Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia

(stasera mi manchi, piccola Maria, perché tu mi aspetti sempre: in tutti questi anni mi hai sempre aspettato e ogni volta vieni a sederti sulle mie gambe, per rassicurarmi che per te non cambia niente, anche se io a volte mi sento spaventosamente egoista e disperso nella mia vita assurda e senza direzione)

Gentile staff di Mario Siclari…

Antefatto: sia ieri, sia qualche giorno fa ho trovato nella mia posta elettronica un invito, reiterato, per una cena elettorale “offerta” da un membro della giunta Alemanno, tale Mario Siclari (che potete ammirare qui in foto). Infastidito da quest’operazione di spam, ho reputato opportuno scrivere all’ufficio elettorale di questo signore.

Riporto, quindi, di seguito la mia lettera:

Gentile staff di tal Mario Siclari,

non so perché, ma mi sono visto recapitare per e-mail un vostro doppio invito per giorno 5 maggio, ore 18:30, Spazio 900 Eur, per una vostra iniziativa che prevede «Piano Bar e Buffet per stare insieme e proiettare un breve video documentario inedito».

Guardando il vostro sito, a cui rimanda la comunicazione inviata, leggo che il signor Siclari è «Delegato del Sindaco ai Rapporti Istituzionali e Territoriali tra Roma Capitale e Università» e che fa parte di un partito per me largamente impresentabile quale il PdL.

Adesso, di fronte agli scandali finanziari di cui la classe politica è diretta responsabile e visto che l’evento al quale sono invitato sembra l’ennesimo esempio di “panem et circences” elettorale offerto ai popolo a discapito dei fondi pubblici – ci offrite da mangiare coi nostri stessi soldi e ciò non corrisponde con la mia idea di dono – per non parlare della gravità della crisi economica in cui versiamo, di fronte a solo tutto questo mi sembra irricevibile questo invito. Ma non ci sono solo queste motivazioni per cui non verrò mai alla vostra iniziativa.

Vi spiegherò brevemente le mie ragioni.

Poiché non sono un vostro elettore, poiché sono di sinistra, poiché sono gay e appartengo cioè a una categoria da voi profondamente offesa, vilipesa e discriminata con le vostre continue dichiarazioni, mi chiedo perché mai dovrei votare per chicchessia si dovesse presentare sotto la vostra insegna.

Poiché sono un insegnante che ha subito pesantemente i tagli delle vostre precedenti finanziarie e poiché, essendo proprio insegnante, reputo imbarazzante l’uso che fate delle maiuscole nel vostro comunicato, mi chiedo quale insana e sciagurata occorrenza abbia fatto pervenire il mio indirizzo di posta elettronica al vostro ufficio stampa.

Poiché sono un dottore di ricerca e poiché sempre grazie alle vostre politiche che tolgono alla gente per bene per ingrassare i vari Fiorito, non lavoro più in università, mi dovreste dire per quale ragione che non trovi le sue motivazioni in una saga di fantascienza dovrei anche solo pensare di avere a che fare con gente come questo gentile signore, che sicuramente sarà onesto e per bene ma che rappresenta per la sua sola appartenenza al PdL tutto ciò che io schifo in una democrazia degna di questo nome.

Per tali ragioni, vi chiedo di rimuovere il mio indirizzo dalla vostra banca dati o mi vedrò costretto a rivolgermi al garante per la privacy.

Con pochissima e immutata stima,

dott. Dario Accolla

Letta al governo? Lo ha voluto Grillo

È inutile che Beppe Grillo si indigni ora per il governo Letta, messo insieme con Pd e PdL.

Perché in matematica, per arrivare a due mele, su tre disponibili, devi metterne insieme due esemplari. E se una mela si rifiuta di esser tale, e nel cestino per il pic nic ne devi mettere per forza due, alla fine rimarranno solo quelle che ci stanno.

L’inciucio presente, che vedrà di nuovo al potere gente come Brunetta o Gelmini, o loro simili, dipende da quattro fattori:

1. l’elettorato italiano, democraticamente idiota
2. l’incapacità di Bersani di farsi da parte dopo aver non-vinto le elezioni
3. la sordità del MoVimento 5 Stelle rispetto a qualsiasi ipotesi di cambiamento
4. l’incacapità del Pd di capire quando era il momento buono di cedere a Grillo su Rodotà per poi avere un governo col suo partito.

Adesso non si pianga sul latte versato. Letta al governo nasce dal sì di Pd e PdL. E dal no di Grillo. Per cui ciò che accadrà nei prossimi mesi è sua diretta responsabilità. Nel bene e, soprattutto, nel male.

Il mio governo ideale

Su Twitter impazza l’hashtag #totoministri, col quale gli/le utenti del social network ipotizzano la rosa dei nomi che comporranno il futuro governo.

Ci ho provato anch’io, scegliendo, tuttavia, personalità un po’ diverse da quelle comunemente citate dai giornali e sul web. Eccovi, perciò, il mio governo ideale:

Presidente del Consiglio dei Ministri – Aragorn, perché, dopo aver fatto fuori Sauron, è l’unico che potrebbe davvero sconfiggere Berlusconi

Vicepremier – Miranda Bailey, di Grey’s Anatomy, perché ci vuole una donna di polso

Ministro dell’Interno – Robocop, perché in questo dicastero servono uomini col pugno di ferro
Ministro degli Esteri – Samantha Jones, di Sex and the City, perché lei ci sa fare e ciò è indiscutibile
Ministro dell’Economia e Finanze – Paperon de Paperoni, così diciamo addio agli sprechi (e vai col rigore)
Ministro della Giustizia – Sailor Moon, perché dopo le varie promesse da marinaio, una combattente che veste alla marinara ci sta tutta
Ministro della Difesa – Severus Piton, perché è l’uomo ideale alla difesa (soprattutto contro le arti oscure)
Ministro dello Sviluppo Economico e Attività Produttive – Marge Simpson, il cui pragmatismo potrebbe tornarci utile
Ministro dell’Ambiente, Agricoltura e Risorse Alimentari – Barbalbero, perché sai il casino che fanno gli Ent se sradichi anche solo un giunco, vero?
Ministro dei Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti – Django, perché ha la pistola facile contro i farabutti (e lo mandiamo a sistemare, ad esempio, la questione della Salerno-Reggio Calabria)
Ministro del Welfare e delle Politiche Sociali – il Grande Puffo, perché sa cos’è il socialismo reale e libertario e ne converrete
Ministro dell’Istruzione e dell’Università – Minerva McGrannit, perché dopo Maria Stella Gelmini, per par condicio, ora tocca a una strega buona
Ministro della Sanità – Leo di Streghe, perché ci ha il tocco magico
Ministro delle Pari Opportunità – Legolas l’elfo, così Stefania Prestigiacomo rosica, visto che ha i capelli più belli dei suoi…
Ministro dei Rapporti col Parlamento – Miranda Pristley, e immaginate quanta merda su gente tipo Bindi, Brunetta e Santanché.

25 aprile: facciamo la revisione all’antifascismo e alla democrazia

Oggi, 25 aprile. Credo fermamente che occorra fare una bella revisione al concetto di antifascismo e a quello di democrazia. E del valore che assume questa data di fronte alla società nella sua interezza e tra suoi settori particolari.

Mi spiego meglio.

Temo che una certa cultura, sicuramente di sinistra, forse un po’ troppo “vintage”, di certo marginale, ne abbia fatto un vessillo esclusivo. Il mondo è diviso in due: antifastisti e fascisti. E, va da sé, l’antifascismo è uno solo: il loro. Il quale si tinge di vetero, neo o post-comunismo, a seconda della frangia di questa galassia da centro sociale. Il quale sposa, sic et simpliciter, le ragioni di un anarchismo velleitario. Che si manifesta con il disprezzo delle istituzioni democratiche – personalmente mi è stato detto, da un luminare di questo pensiero, che poiché io insegno in una scuola sono complice di un sistema che, poiché capitalista, è fascista – e che riduce la “militanza” antifascista a mera contrapposizione coi gruppuscoli di destra, estrema e delinquente, con cui fare a botte.

Dall’altra parte, c’è l’anti-antifascismo. Quello alla Gasparri e alla La Russa. E basta solo questo per comprenderne il grigiore intellettuale, la farraginosità ideologica, della sua idiozia concettuale.

In mezzo, poi, tolte le dovute eccezioni, il mare magnum di una mediocrità acritica e passiva.

Entrambe quelle visioni hanno un limite nostalgico: sono ferme al 1945. Mentre siamo nel 2013. Piaccia o meno, non ci sono più le truppe tedesche pronte a invaderci, non ci sono i campi di sterminio, non ci sono le montagne su cui rifugiarsi per sparare ai fasci brutti e cattivi. Quella è la storia e quella va studiata, ricordata, va ricondotta quella memoria nel giusto senso dell’orrore e nell’auspicio, politico e sociale, della sua irripetibilità.

Oggi abbiamo una Costituzione e delle istituzioni democratiche costantemente tradite da chi si fa tutore della morale istituzionale. E magari il prurito della tutela delle garanzie costituzionali viene fuori solo quando occorre impedire alle coppie gay e lesbiche di poter accedere al matrimonio. “La Costituzione lo vieta”, recitano i vari Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, ecc.

La lotta partigiana e la Resistenza sono simboli importanti e irrinunciabili. Occorre ricordare che se esiste la democrazia, lo dobbiamo ai partigiani e alle partigiane di orientamento comunista, socialista, conservatole, cattolico. E questo è inconfutabile. In questa verità si dovrebbe trovare l’unità nazionale attorno il 25 aprile.

Quelle lotte ci hanno regalato un futuro con un nome ben specifico: Costituzione della Repubblica. La difesa di questa è il vero, unico, solo antifascismo che possiamo portare avanti adesso. Il 25 aprile ha senso se nei restanti giorni dell’anno difendiamo le istituzioni – polizia inclusa, cari amici compagni con la K – pretendendo che esse siano davvero democratiche. E saranno davvero così se tutti e tutte noi partecipiamo alla loro costruzione. Superando l’avvitamento nella memoria fine a se stesso e la mitizzazione del fatto storico come dogma fideistico. Perché il futuro immaginato dalla Resistenza prima, e dai/lle padri/madri costituenti poi, sia il nostro presente.

Mondo civile e matrimonio egualitario

matrimonioegualitario

Farò il punto della situazione dei diritti delle coppie gay e lesbiche nel mondo e del matrimonio egualitario nei paesi di vecchia e nuova democrazia. E vi parlerò di una cosa che non mi piace nella dicitura “matrimonio gay”.

Ma andiamo per ordine.


1. Il mondo dei diritti

L’elenco presente è ripreso e ottimizzato dal sito di Repubblica – anche se mancano alcune realtà come il Regno Unito e l’Ungheria – che oggi dedica un articolo alla legalizzazione del matrimonio per tutti e tutte in Francia.

Francia – è il 14° Paese a rendere legali le nozze gay. L’ultimo prima della Francia è stato lo scorso 17 aprile la Nuova Zelanda. Ecco come funziona nel resto del mondo.
Nuova Zelanda – Il 17 aprile scorso il Parlamento ha approvato la legge sui matrimoni gay, diventando il primo paese dell’Asia-Pacifico a legalizzarli. La legge apre la strada all’adozione. Nel Paese l’omosessualità era stata depenalizzata solo nel 1986.
Uruguay – L’11 aprile 2013 è diventato il secondo Paese latinoamericano a permettere le nozze tra omosessuali. La nuova legge prevede l’eliminazione di ogni riferimento al sesso delle persone negli articoli del Codice Civile sul matrimonio.
Olanda – È stato il primo Paese, nell’aprile del 2001, ad aprire al matrimonio civile per le coppie gay con stessi diritti e doveri delle coppie etero, tra cui l’adozione.
Belgio – Il matrimonio omosessuale è in vigore dal 2003, mentre il via libera alle adozioni è arrivato nel 2006.
Spagna – Le nozze gay sono previste da luglio 2005. E le coppie gay, sposate o no, possono adottare bambini.
Canada – La legge sul matrimonio gay è del luglio 2005.
Sudafrica – Nel novembre 2006 il Sudafrica è diventato il primo Paese africano a legalizzare le unioni gay attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare.
Norvegia – Da gennaio 2009 omosessuali ed eterosessuali sono equiparati davanti alla legge in materia di matrimonio, di adozione e di fecondazione assistita.
Svezia – Le coppie gay possono sposarsi con matrimonio civile o religioso da maggio 2009. L’adozione era già legale dal 2003.
Portogallo – Una legge del 2010 ha abolito il riferimento a “sesso diverso” nella definizione di matrimonio. Ma è esclusa la possibilità di adottare.
Islanda – Le nozze gay sono legalizzate dal 2010. Le adozioni sono legali dal 2006.
Argentina – Il 15 luglio 2010 l’Argentina è diventato il primo Paese sudamericano ad autorizzare il matrimonio gay e le adozioni da parte di omosessuali.
Danimarca – Primo Paese al mondo ad aver autorizzato le unioni civili tra omosessuali nel 1989, ha autorizzato nel giugno 2012 le coppie gay a sposarsi davanti alla Chiesa luterana di Stato.
Messico – Le nozze sono possibili sono nella capitale, Città del Messico.
Stati Uniti – I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali solo in 9 Stati e a Washington Dc.

Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Svizzera, Colombia e Irlanda riconoscono le unioni civili.

Direi che il mondo del diritto diventa ogni giorno molto più grande. E bello.


2. Questioni terminologiche

Per favore, non chiamatelo “matrimonio gay”. Non stiamo parlando di un’oasi del diritto. Chiamarlo matrimonio egualitario è una scelta lessicale importante, perché non stiamo creando un istituto che è apposito per i gay e le lesbiche. Dire “matrimonio gay” ha lo stesso grado di assurdità di dire “diritto di voto gay” o “diritto allo studio gay”. Un diritto è tale se è fruibile da tutti i cittadini e da tutte le cittadine in un contesto di totale parita giuridica e culturale. Altrimenti ci troviamo di fronte a un privilegio.

Il matrimonio, nei paesi sopra citati, era fino a qualche tempo fa una prerogativa escludente rispetto alle aspettative democratiche di una fetta di popolazione. Minoritaria, siamo d’accordo. Ma una democrazia si misura proprio negli spazi di azione comune che riconosce proprio ai soggetti potenzialmente svantaggiati.

Dobbiamo far capire, in Italia, che non siamo sottraendo con la dicitura “matrimonio gay” un diritto naturalmente attinente alle persone eterosessuali. Stiamo operando una strada diversa, opposta: si allarga un diritto che rischia, appunto, di trasformarsi in privilegio.

Se non comprendiamo questo assunto fondamentale, saremo i primi a non meritare il concetto di eguaglianza. E dà eguaglianza ciò che è egualitario. Per cui, da oggi in poi, chiamiamolo così, il matrimonio che ci spetta. Perché siamo cittadini e cittadine con tutti i doveri richiesti ad altre categorie. Ma, proprio perché gay o lesbiche o in transizione, non abbiamo lo stesso accesso al raggiungimento della felicità affettiva garantita non solo dal ricorso a un istituto giuridico, ma anche dal poter usare un simbolo. Forte e imprescindibile.

Dobbiamo lottare perché tale simbolo sia “per tutti e per tutte”. E perché il diritto ci renda, appunto, uguali quanto il resto della società. Non di meno, né orwellianamente “più uguali degli altri”.

Poi, per il resto, W gli sposi e le spose, laddove chiunque può amare come vuole nel pieno accesso a ogni garanzia istituzionale. Adesso lavoriamo davvero per rendere anche il nostro paese più simile, anzi, del tutto uguale, al mondo che è migliore del nostro. E chissà che da quel “piccolo” passo l’Italia non diventi più bella anche sotto molti altri aspetti.