I tre errori del M5S

Partiamo da un’evidenza: il Movimento Cinque Stelle ha tutto il diritto di stare in Parlamento e di farlo scegliendo la politica che sente più in linea. Per cui, sarebbero opportune scelte quali l’opposizione, continua e costante, a qual si voglia governo, oppure la sua indisponibilità a crearne di nuovi con le forze attualmente presenti alla Camera e al Senato. Così come sarebbe lecito un mutamento di scelte politiche in direzione di un accordo con altri soggetti, sia dentro un governo, sia in appoggio esterno.

Si chiama democrazia.

Le regole della democrazia, ancora, impongono anche il dovere di confrontarsi sul piano della realtà. Il M5S ha ottenuto un voto su quattro. Ciò significa che deve fare i conti con quegli/lle altri/e tre italiani/e che hanno reputato opportuno scegliere altri progetti, altre soluzioni, altri partiti. Questo porrebbe – e deve porre – chiunque di fronte a responsabilità oggettive in merito alle scelte da compiere.

Il piano della realtà, nella situazione politica italiana attuale, è il seguente: abbiamo tre forze politiche che, grosso modo, si equivalgono per potenza elettorale: Pd (e alleati), la fazione berlusconiana e, appunto, il movimento grillino. Il Pd, che ha la maggioranza relativa dei voti, dovrebbe essere incaricato di formare il nuovo esecutivo o di provarci almeno. Questo succede in ogni democrazia che si rispetti.

Purtroppo molto spesso i grillini confondono questo passo elementare per chiamarlo col nome di “inciucio” o di accordo sotto banco. La nostra Costituzione, che gli amici e le amiche del M5S citano spesso nei loro discorsi, prevede che proprio nelle due camere si cerchi l’accordo per la formazione di una maggioranza, soprattutto se questa non è stata chiaramente espressa dalle urne. E questo è il primo punto in cui, fino ad ora, il partito di Grillo dimostra immaturità istituzionale: ovvero, rifiutarsi di accettare le regole imposte dalla legge fondamentale italiana.

Accettare le regole, ovviamente, non significa dover fare a tutti i costi l’alleanza con Bersani o con altro candidato espresso dal partito di maggioranza relativa. Significa, tuttavia, esser chiari. Dentro o fuori. Opposizione, appoggio o governo. Perché nel primo caso sarà possibile, per le altre forze parlamentari, potersi organizzare per affrontare le emergenze prossime venture. Nel bene e nel male. Se invece il M5S decidesse di appoggiare il Pd, potrebbe addirittura incidere direttamente nella politica nazionale.

Credo, infatti, che un partito vada in parlamento per poter fare del bene ed è vero, e in questo il M5S ha ragione, che i nostri partiti hanno fatto molto spesso gli interessi di bottega e in non pochi casi a danno dell’interesse collettivo.

La democrazia, così come concepita nei paesi occidentali che tanto ci piacciono e a cui ci ispiriamo quando idealizziamo modelli ottimali, impone a tutti gli attori politici di confrontarsi su programmi da fare insieme o meno. E quindi, solo dopo tale confronto si può avere la piena consapevolezza per dire sì o no a quel progetto. Affermare, da subito e per preconcetto ideologico, che non si faranno mai accordi con il Pd è il secondo atto di immaturità istituzionale del Movimento Cinque stelle. Anche perché, di fatto, questo atteggiamento blocca la vita democratica del paese e rischia di riconsegnarla a quelle forze tanto avversate proprio dal M5S.

In terzo luogo: non vorrei che Grillo stesse operando così per calcolo politico. Ovvero, spingere in direzione di un accordo tra Pd e PdL per poi poter affermare che quei partiti sono tutti uguali e per raccogliere ulteriori consensi a discapito dei suoi avversari. In tal senso, se così fosse, Grillo agirebbe non per il bene collettivo – potendo magari imporre la sua politica migliorativa nelle istituzioni in cui il suo partito è legittimamente rappresentato – ma per calcoli personali. E in questo sarebbe anch’egli uguale, almeno nel metodo, ai leader da lui tanto osteggiati.

Concludendo: non sono mai stato un amante del Pd e anzi l’ho sempre visto come il principale ostacolo del rinnovamento di questo paese, proprio perché raccoglieva voti tra quegli elettori di sinistra – e forse anche un po’ illusi – per poi fare l’esatto opposto di una politica progressista. Eppure c’è il piano della realtà. I numeri sono quelli, le persone anche. Le rivoluzioni si fanno con la gente che c’è, non con quella che vorremmo che ci fosse. E men che mai, favorendo il ritorno al potere di quelle forze oggettivamente responsabili in prima linea del dissesto attuale. Grillo dovrebbe capire esattamente questo. Vivere di vendette politiche o di calcoli personalistici sarebbe il terzo atto di immaturità di un soggetto politico nuovo che, secondo me, avrebbe tanto da insegnare alle forze tradizionali che siedono nei palazzi di potere.

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