Oggi su Gay’s Anatomy: “Italia pena comune”

Sulle elezioni di ieri:

I dati parlano chiaro. Le elezioni che dovevano far nascere un’Italia nuova ci hanno restituito la fotografia di una nazione vecchia, nel suo elettorato, nelle sue scelte, nella sua incapacità di crearsi una leadership credibile, autorevole e stabile. Un’Italia arroccata dietro il mito dell’uomo forte, non importa quanto impresentabile. E con una sinistra incapace di parlare al popolo tutto.

Molti errori sono stati fatti negli ultimi mesi e, a dar ragione a Travaglio, a partire da quel tragico novembre del 2011 quando il Partito Democratico non decise di andare subito alle elezioni. Lì avrebbe fatto man bassa di voti con Berlusconi praticamente distrutto nella sua immagine sia umana, sia politica.

E invece: Berlusconi è risorto, Grillo è il vincitore morale e i “grandi” del centro-sinistra si sono autoesiliati in un silenzio che appare colpevole…

Si badi, la mia non è una critica contro il Partito Democratico (la cui coalizione ho votato, dando la mia preferenza per SEL), ma una considerazione su alcune scelte specifiche. Cercherò di parlarne per punti, analizzando sia aspetti contingenti, sia alcune storture di sistema.

Il resto, leggilo su Gay’s Anatomy di oggi.

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Con la rabbia nel cuore (e la laicità nell’anima)

Tra poche ore andrò a votare. Dopo pranzo. Ogni tanto, la domenica con la mia famiglia andiamo a mangiare in una trattoria tipica di Siracusa, sull’isola di Ortigia. Si mangia pesce, il prezzo è buono, la cucina ottima. Da lì poi ci sposteremo, in branco, al seggio elettorale. Sazi nel corpo e nello spirito e con la speranza che il buon sapore del cibo ci aiuti ad affrontare l’impresa, ormai leggendaria, di esprimere una preferenza senza doversi dannare troppo l’anma.

Ero orientato per il non voto, ma poi ho cambiato idea e ho già esposto altrove le ragioni di questa scelta.

Non ho scritto in quell’articolo che molto spesso i militanti di questo o quel partito (ma soprattutto a sinistra) assumono l’arroganza dei loro leader quando ti dicono: “se non voti poi non puoi lamentarti”. Ecco, io credo che il non voto sia un messaggio politico molto forte. Non è il rifiuto della democrazia. Semmai, è il rifiuto di un certo tipo di politica. E se sono costretto a scegliere tra escrementi e cibo avariato e decido di non mangiar nulla, poi a maggior ragione ho il diritto di lamentarmi per avere cibo migliore.

Non sono l’unico che andrà a votare con la rabbia nel cuore. Riporto solo due commenti di alcuni miei amici su Facebook:

Voterò con tanta rabbia e vergognandomi ancora una volta di chi ha trasformato l’esercizio del diritto/dovere più importante in questa squallida agonia. (Vincenzo Branà, presidente di Arcigay Bologna)

Quando ero giovane ero contenta di andare a votare. Oggi invece è una lunga notte dell’Innominato. (Floriana Grasso, Catania)
Il tenore di molti altri è simile: si va a votare come se si partisse per la guerra.
Il prossimo parlamento ha il dovere morale di portarci, possibilmente tra cinque anni, alle prossime elezioni con la voglia di farlo. Non con quella di fuggire da questo paese, al momento orribile.
Infine: gira su Facebook una fotografia scattata in una scuola di Palermo. Una bandiera italiana, fatta da alcuni allievi, con l’immagine di padre Pio sulla parte bianca.
padrepio
Ecco, il prossimo passo sarà anche quello di ricondurre la sfera religiosa nei templi adibiti a luoghi di culto. La scuola dovrebbe essere, invece, il tempio del sapere, non quello della fede cieca e superstiziosa con il suo apparato iconografico da stregoneria di fine millennio.
Il prossimo parlamento, se vuole essere credibile e europeo, lavori anche su questo fronte. Quello di una democrazia matura, inclusiva, contemporanea. In una parola sola: laica.

L’ultima volta (o sulle intenzioni di voto)

Il Partito Democratico non lo voto, perché il suo numero due è una persona orrendamente arrogante e omofoba.
Il Movimento 5 Stelle non mi convince ancora.
Rivoluzione Civile ha al suo interno partiti che stanno al progresso come Monti sta a Beyonce.
Scelta Civica non la voto perché si allea con due tra i maggiori responsabili del berlusconismo in Italia. No grazie, quindi.
Il Popolo della Libertà neanche: perché non sono un puttaniere, perché non evado le tasse, perché non credo che con la mafia occorra conviverci e perché mi fanno orrore tutti i suoi alleati. Indistintamente.I Radicali li voterei, per protesta, ma ne riparliamo al prossimo cambio generazionale.

Sceglierò Sinistra Ecologia e Libertà, e la sua coalizione Italia Bene Comune, per i motivi che seguono:
1. è molto probabile che il prossimo governo vedrà Bersani come premier. Dare troppo peso al Pd e lasciare scoperta l’ala sinistra significherebbe dar forza alle sue componenti ultramoderate. E purtroppo il partito dell’ex Ulivo non ha mai brillato per coraggio;
2. garantirò a forze istituzionali la possibilità di fare dei cambiamenti positivi, dando forza a un partito di sinistra;
3. eviterò col mio piccolo e modesto contributo che la Sicilia, regione in bilico, dia una mano – soprattutto al Senato – al ritorno di Berlusconi, cosa che non possiamo davvero più permetterci. Fosse anche per il solo senso della decenza;
4. conosco molti/e militanti e simpatizzanti di SEL e Pd. Ho deciso di dare fiducia alla loro purezza, alla loro freschezza, alla speranza che leggo nei loro occhi, anche se non riesco a condividerla pienamente. Lo faccio (ne cito solo alcuni) per Riccardo, Cristiana, Saverio, Fabio e tutte quelle persone che ho conosciuto e apprezzato in questi anni, qui a Roma e per altri amici/he, sparsi/e un po’ ovunque in Italia.

C’è, tuttavia, un ma.

Si dovrebbe scegliere un partito perché davvero convinti della sua carica innovativa nella scena politica. Io sto invece scegliendo nell’ottica del meno peggio, in nome del “bene comune”. Mi rendo conto che una coalizione siffatta porterà in parlamento anche personaggi che preferirei vedere lavorare onestamente in qualche ufficio o in qualche parrocchia. So che non faranno nulla per i diritti civili. A stento ci daranno una legge contro l’omofobia – e bisogna vedere quanto umiliante – mentre sono quasi certo che nulla verrà fatto per la piena equiparazione tra coppie sposate e coppie di fatto.

Ma quando hai un cancro, e l’Italia ne ha uno bello grosso almeno da vent’anni a questa parte, vai di chemio. Che è veleno. Ecco, sto votando con la stessa logica di chi ha ben poche speranze.

Va da sé, seguendo questo ragionamento forse un po’ macabro, che se pure l’estrema soluzione dovesse fallire, mi riserverò di cambiare radicalmente visione dei fatti e conseguenti scelte elettorali. Non mi si dica più “vota me o sarà peggio”. Sono contrario a ogni forma di accanimento terapeutico.

È l’ultima volta, insomma. Sarò un cittadino “coscienzioso” per l’ultima volta. Nella speranza, ma con molta disillusione, che i rappresentati scelti siano a loro volta dei bravi politici.

Tabacci, giù le mani dai nostri figli

Bruno Tabacci, leader dell’ennesimo partito centrista dello 0,0%, torna sul dibattito dei diritti civili, del matrimonio e delle adozioni con l’unico argomento di cui sono capaci i cattolici di fronte alla complessità umana: il no.

Secondo le agenzie, riportate da Libero, il “leader” centrista avrebbe sentenziato:

Il matrimonio è quello fissato dalla Carta Costituzionale e comunque, soprattutto, non si toccano i bambini. Un conto è che si discuta del figlio naturale di un membro di una coppia gay: in questo caso non c’è dubbio che possa essere dato in affido. Sto parlando dell’adozione di bambini che vengono da altre realtà, da altre comunità o da altre condizioni.

Proviamo a tradurre: un conto è che chi ha già la disgrazia di nascere e/o crescere in una famiglia di pervertiti ci rimanga, un altro discorso va fatto per chi può essere salvato da questa tragedia.

Adesso Tabacci smentisce, sostiene di non aver mai detto “giù le mani dai bambini”, ma sta di fatto che il contenuto delle sue parole è e rimane quello: i gay e le lesbiche non possono crescere (e adottare) i figli (degli altri). Per il compagno del genitore biologico prevede, al massimo, un affido.

Io credo, invece, che veicolare questo tipo di messaggi sia una violenza indicibile verso quei centomila bambini italiani che sono figli di un genitore omosessuale. Tabacci sta lasciando intendere a queste persone che i loro papà o le loro mamme sono dei poco di buono. Forse l’ex senatore dell’UdC, poi ApI, adesso Centro Democratico sarebbe più credibile se rivolgesse, questa volta a chiare lettere, la stessa identica frase a quella chiesa cattolica che è stata e che è il suo attuale sponsor politico. Per le ragioni che conosciamo tutti, purtroppo…

Fino a quel momento, Tabacci tenga lontano le sue mani, attraverso i suoi discorsi omofobi, dai nostri figli. Lo impongono il senso del rispetto, l’umanità e una coscienza che altre culture definirebbero come “cristiana”.

Fratelli d’Italia. Quella omofoba

Il video di Fratelli d’Italia, che parodizza i due sposi gay apparsi a San Remo, parla da solo.

Io tenderei a riassumere così: due persone orrende che aspirano di entrare in Parlamento, un gruppo dirigente nel migliore dei casi imbarazzante, un partito-farsa succube del peggior berlusconismo e la solita omofobia gestita all’italiana e esercitata a insaputa di chi la mette in pratica.

Ai nostri amici veneti del partito di Giorgia Meloni diciamo, perciò: accogliamo molto volentieri l’invito a non votare “con il culo”. Soprattutto quando esso produce idee e politici di tale risma.

Come Itaca

Il corpo dovrebbe essere l’ultimo approdo. Come Itaca. Tutto il resto, dal primo sguardo al sondare le intenzioni, fino a quando cogli quella luce negli occhi pronta a trasmigrare in uno sfiorarsi gentile, tutto questo, dicevo, è il viaggio. Con le sirene dell’illusione. Con le coste dei Lestrigoni e il dubbio altrettanto vorace. Con il suo Polifemo e ogni astuzia per sconfiggerlo.

E proprio questa somiglianza col mito di Ulisse molto spesso ce lo fa apparire senza fine, né scopo o direzione.

Invece a volte è proprio il corpo il primo passo. Lo scrigno che diventa mappa del tesoro. Segui il sentiero della mia pelle, gli alberi delle mie gambe, il fiume tempestoso del desiderio liquido e bianco. Segui tutto questo, ma attorno. Oltre quel diaframma di pelle c’è il respiro. Il battito. Tutto questo lo trovi proprio in mezzo al sangue. L’involucro è meno pericoloso, più allettante. Perché se concedi ogni cosa di te, tranne l’anima, ti salvi. Per paradosso. O almeno così si crede.

E disimpari il linguaggio dei gesti e il profumo delle notti fredde, prima della primavera. Non sei nemmeno disposto ad usare due o tre semplici parole. Un . Un mi piace. Perché poi, se le cose dovessero andare come sempre vanno, ecco, poi è difficile tornare indietro e mostrare indifferenza. Col corpo è più facile: è come girarsi dall’altra parte del letto, dopo l’orgasmo, mentre arriva il sonno da condividere in due senza metterci in mezzo nient’altro. Tanto si sa, il mattino ha l’oro in bocca e meno ipocrisia.

Forse è per questo che la gentilezza disorienta. E si riesce a tradurre, a stento, la stele delle piccole cose. Perché si è persa la lingua dell’attesa, delle pause e delle cose. Tutte. Perché è come partire proprio dalla tua isola, per ricercarla altrove. Non puoi far altro che perderti. Non tornare più. Apolide, in patria d’altri. E con l’anima, ben stretta, nel forziere.

Bersani e i diritti civili? Forse, tra un anno

Quando ero bambino mio padre mi chiedeva spesso di fare questo o quel lavoretto. Dall’andare a comprare il pane fino a prendere un attrezzo nel ripostiglio. Molto spesso rispondevo “poi lo faccio” e in cuor mio ero sincero. Lo avrei fatto. Ma poi… Allora mio padre, forte della sua autorità, mi diceva: «le cose o si fanno subito o non si fanno. Per cui vai!».

Questo piccolo spaccato di vita familiare mi serve per commentare l’apertura, l’ennesima, di Bersani alla Convention organizzata ieri a Roma da Agedo, Arcigay, Arcilesbica, Equality Italia e Famiglie Arcobaleno sui diritti civili. Gli esponenti del movimento LGBT chiedevano al centro-sinistra di pronunciarsi in modo chiaro su fatti non più rinviabili all’interno della questione omosessuale italiana, tra cui la legge contro l’omofobia, la regolarizzazione delle unioni gay – purtroppo alcune delle associazioni di cui sopra si accontenteranno di una mediazione al ribasso, ma tant’è – e il diritto del minore di veder riconosciuta la sua famiglia omogenitoriale.

Bersani ha così risposto: entro un anno la legge tedesca sulle unioni omosessuali sarà tradotta in «legislazione italiana»; entro sei mesi si avrà una legge contro l’omofobia; e si affronterà «il nodo del riconoscimento del diritto del bambino che cresce all’interno di un nucleo famigliare omogenitoriale a vedere riconosciuto dalla legge il legame affettivo con il genitore non biologico, soprattutto nei casi di malattia o morte del genitore biologico».

Va molto bene, per quel che mi riguarda, il riferimento al diritto del bambino di vivere con il genitore non biologico in caso di disgrazia. Sarebbe comunque carino, da parte del futuro premier (ammesso sia lui, naturalmente), ricordare il diritto del genitore non biologico di poter continuare a crescere il figlio su cui, magari, ha tanto investito in termini di amore e umanità. Ma stiamo parlando di Bersani: quello che fa rima con grigiore. Già queste parole, per quanto a metà, sono una vera e propria rivoluzione nel suo caso.

Ciò che mi inquieta di più è il riferimento sulla legge tedesca da “tradurre” in legge all’italiana. La legge tedesca equipara le coppie formate da due gay o da due lesbiche alle coppie sposate. Questa traduzione in italiano vorrà forse significare – secondo la carta di intenti del Pd che rimanda al documento sui diritti dettato da Rosy Bindi al partito e basato sul riconoscimento dei diritti individuali, cioè al non riconoscimento della coppia per legge – che si rifaranno i DiCo?

Per le motivazioni appena espresse, tutto lo lascia pensare: c’è il rischio reale che si farà una legge per le coppie di fatto che sancirà che lo Stato non le riconosce in quanto coppie ma solo come individui, occasionalmente in gruppi di due, con tutele minori rispetto alle coppie unite in matrimonio. I DiCo, ricordiamolo, sancivano questa discriminazione e la rendevano legale. Il Pd vuole continuare su quella strada?

C’è poi la questione del carnet dei diritti: quali di essi verranno introdotti nel futuro disegno di legge? Saranno uguali a quelli del matrimonio o saranno dimezzati? Per intenderci, il vecchio disegno bindiano non prevedeva l’assistenza carceraria e sottometteva il diritto del partner di recarsi in ospedale per assistere il compagno alle disposizioni del primario, senza però garantire la piena eguaglianza…

Terzo aspetto problematico: perché dodici mesi? Si vuole forse aspettare il peggioramento del quadro politico, per poi avere una scusa per non farli? Conoscendo i personaggi che si candidano ad andare al governo e avendo piena fiducia nella loro assoluta incapacità di gestione politica, non mi stupirei che si verificassero occasioni siffatte. Hollande, si badi, ha fatto i matrimoni ben prima di un anno dalla sua elezione, dando una data certa – entro primavera del 2013 – e Zapatero entro i primi cento giorni dal suo insediamento al governo.

Bersani e il suo partito cattocomunista ci chiedono invece di essere cittadini nel pieno dei nostri doveri subito – e di votare ovviamente centro-sinistra firmando l’ennesima cambiale in bianco – per poi “concedere” diritti (e forse a metà) poi. Un bel concetto di democrazia, a ben vedere.

Secondo me Bersani non riuscirà a far nulla di quello che ha promesso e lo penso semplicemente perché quelli che oggi promettono la derivata prima del “tutto” sono gli stessi che niente hanno fatto dal 2006 al 2008. Non hanno mantenuto le loro promesse allora su un disegno di legge nel migliore dei casi umiliante. Perché adesso dovrebbero volerlo fare e riuscirci su un provvedimento che, a sentir loro, è il migliore possibile?

Non se ne farà nulla, come disse Veltroni a Bertone quando era sindaco di Roma, sul registro delle unioni civili nella capitale. Ed era il 2008 appunto. Quanto scommettiamo, mentre si attende una traduzione dal tedesco all’italiano (forse d’oltretevere) da spalmare in un anno, che la storia si ripeterà?

Pars destruens

Buoni propositi per le prossime quarantotto ore.
Imparare a non avere più vergogna delle mie fragilità.
E a chiedere più affetto, se necessario.

Poi, ovviamente, c’è anche la pars destruens.
Lavoro, salute, amore…
Mai più scuola.
Pompe col preservativo.
Parole a un unico grado di interpretazione. Perché se dici che mi ami, vorrà dire che mi ami. Da lì in giù, insomma…

Non penso di chiedere troppo. Penso solo di chiedere tutto. A trentanove anni è un mio diritto.

E se è per questo, sono uno di quelli che delle Quattro stagioni di Vivaldi ama l’inverno. Ma poi, nella vita, là fuori, preferisce i mesi da marzo a giugno. L’estate acceca. E il gelo mi paralizza.

Perché sono bilancia, ho due piatti nell’anima, sono doppio. A volte pure spezzato, in due. Scisso. E mi ricucio, da solo. Ogni volta. Perché ho imparato che nessuno ti salva. E ti salvi, sempre e solo, da solo. Questa è la lezione assoluta, per questo ciclo di vite.

Insomma, oggi è una di quelle giornate in cui sento il bisogno di resettare tutto. Cestina, svuota e ricomincia tutto da capo. E quel che è bello, è che non c’è nemmeno un perché.