Rettifica su Rivoluzione Civile Sulcis e il manifesto omofobo

Mi è arrivata la richiesta da parte di uno dei responsabili sardi di Rivoluzione Civile, Lorenzo Erbi, a rettificare un mio precedente post in cui mi lamentavo del fatto che un loro presunto militante avesse pubblicato un’immagine dal sapore offensivo verso la gay community.

Avevo in verità già modificato il precedente articolo, ma siccome mi viene richiesto nuovamente, non ho problemi a farlo anche qui, dando la parola al diretto interessato:

Rivoluzione Civile è contro l’Omofobia e ci battiamo affinché questa piaga venga debellata,
Rivoluzione Civile è per i “DIRITTI CIVILI” estesi a tutti!

[…] Non è Ingroia e nemmeno Rivoluzione Civile a pubblicare tali immagini (pure mal interpretate), ma un semplice cittadino che probabilmente sosterrà e voterà Rivoluzione Civile alle prossime elezioni, ma non è un suo portavoce ufficiale, lo richiedo dopo averlo già  fatto nei commenti al suo trafiletto https://elfobruno.wordpress.com/2013/01/11/gli-omofobi-si-ad-ingroia/

È confortante sapere che il movimento che si rifà ad Ingroia disconosce il linguaggio dell’omofobia e del disprezzo del diverso. Questo mi consola, a titolo personale e come militante gay.

Aggiungo però, per dovere di precisione, quanto segue:

1. se io vedo su Facebook un profilo che usa il logo di un partito, sono autorizzato a pensare che sia un militante dello stesso e non un semplice cittadino che si appropria di simboli non suoi, ai quali si sente comunque legato ideologicamente

2. le immagini di quella foto, ribadisco, alludono a un immaginario omoerotico, tant’è che tutti e tutte hanno pensato, da subito, che l’inciucio fosse veicolato dal linguaggio del corpo e non dal riflesso dello stesso. Adesso, fossi stato l’unico ad aver protestato per la valenza offensiva di quella immagine mi porrei un paio di domande. Eppure a cadere nella trappola siamo stati in molti/e

3. gestire la comunicazione in modo corretto, senza allusioni, doppi sensi e ambiguità e segno di maturità politica, soprattutto per forze “nuove” ed emergenti

4. non ho mai detto che è stato Ingroia a costruire quel tipo di comunicazione, affibbiando la responsabilità solo al creatore dell’immagine e consigliando semmai al magistrato, per cui nutro pure stima, di stare attento alle persone che lo circondano.

Certo che il movimento di Ingroia avrà il risultato meritato, auguro agli amici e alle amiche di Rivoluzione Civile di proseguire una buona campagna elettorale nella giusta serenità che linguaggio e agone politici richiedono.

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Le famiglie, i gay, la chiesa e le parole corrotte

La recente sentenza della Corte di Cassazione non va proprio giù ai cattolici. L’Osservatore Romano, infatti, commenta:

Linguisti e psicologi stanno mettendo in guardia la società dallo svuotare del significato proprio i termini: il concetto di famiglia non si può allargare a dismisura, senza distruggere l’identità di una delle istituzioni più importanti di una società, e altrettanto avviene per la definizione di madre e di padre. Perché non ascoltare la parola di chi segnala questi errori? Essere cattolici è molto di più che abbracciare una posizione culturale alla moda, e i responsabili di “Témoignage chrétien” – nonostante questo endorsement verso il matrimonio omosessuale – lo sanno bene.

Sentendomi chiamato in causa, in quanto studioso di Linguistica e anche perché proprio a questo argomento ho dedicato diverse analisi e una pubblicazione, cercherò di fare chiarezza sul perché queste parole sono di per se stesse false e fuorvianti.

È vero che c’è un tentativo di svuotare le parole del proprio significato, ma questo tentativo è sempre diretto dall’alto, cioè dai cosiddetti poteri “forti”, siano essi politici, religiosi, ecc. Basti pensare alla parola “libertà”, ormai ridotta, nel linguaggio partitico, a mero ingrediente lessicale per questa o quella formazione. O basti pensare all’informazione mediata dai regimi totalitari.

Quest’accusa, quindi, va rimandata al mittente. Non sono i creatori di nuove realtà giuridiche e sociali a sconvolgere il reale con l’uso distorto del linguaggio. È proprio la chiesa, in questo caso, che utilizza le parole per ritorcerle contro l’autodeterminazione dell’individuo. Pensiamo al termine “vita”, sempre più appiattito su quello di “fisiologia” o di “biologia”. Pensiamo al termine “dignità”, che per molti cattolici è un tutt’uno col concetto di accanimento terapeutico. Il caso Englaro insegna, a tal proposito…

Guardiamo adesso al termine “famiglia”, che deriva da una parola latina, familia, a sua volta mutuata da una parola dei dialetti italici coesistenti all’idioma della Roma arcaica: famel. Questo termine significava “casa”, per cui inviterei i puristi dell’etimo a considerare l’evidenza che è “famiglia” quel progetto comune che si sviluppa dentro la stessa dimora. Oppure, più agevolmente, si potrebbe considerare un’altra evidenza e cioè che la famiglia è mutata nel corso dei secoli, per cui la famiglia romana non è come la famiglia siciliana dell’età araba che a sua volta non era come la famiglia dei popoli germanici nell’impero Carolingio e via discorrendo.

La famiglia è, nel corso dei secoli, un prodotto culturale che utilizza semmai il dato biologico per la riproduzione, assieme ad altri di natura economica e di controllo sociale. Ma la vera differenza tra ieri e oggi, sta nel fatto che la cosiddetta cellula fondante della società – e anche qui ci sarebbe da ridire, visto che si tratterebbe di molecole, semmai, riservando il ruolo di atomo sociale all’individuo – nel presente si forma come atto di volontà mosso, il più delle volte, dall’affettività.

Le parole quindi cambiano, è vero. Lo stesso cristianesimo è responsabile di grandi mutamenti dentro il linguaggio. Se l’umanità avesse seguito, nel corso della sua evoluzione, i timori e i pruriti dell’Osservatore Romano saremmo ancora al cuneiforme. Le parole cambiano con i cambiamenti sociali. A volte li registrano, altre ancora contribuiscono a determinarli. Ma non si può fermare ciò che nasce spontaneamente. E ciò che nasce è l’evidenza di un rinnovato valore della genitorialità, non più legato a un solo tipo di costruzione sociale, ma allargato a quelle coppie che vogliono, invece, contribuire a rendere più forte e saldo quel tessuto antropologico in cui sono pienamente inserite, in cui lavorano, per cui pagano le tasse e contribuiscono anche alla crescita demografica.

Ancora, sul significato di termine “padre” e “madre”, credo che sarebbe riduttivo e profondamente ingiusto legare queste parole al mero dato biologico-genetico: abbiamo prova di molti genitori, tutti eterosessuali al momento, incapaci di crescere bene la prole. E di altri, non biologici, che grazie all’adozione hanno salvato vite intere. A meno che non si voglia affermare che la famiglia costruita sull’eterosessualità sia migliore, ma questo andrebbe dimostrato e, sempre fino ad adesso e nonostante gli strepiti di qualche pasionaria del cilicio, gli studi condotti negli USA e in Canada dicono l’esatto opposto.

Credo, e concludo, che dietro questi attacchi vi sia, invece, la più semplice paura di perdere un potere, da parte delle gerarchie religiose e della loro servitù intellettuale, basato sulla differenziazione (anche giuridica) tra uomo e donna, per cui si mantiene uno squilibrio tra i due sessi. Quello squilibrio genera una crepa nel tessuto sociale e, in quella crepa, può entrarci davvero di tutto. Maschilismo, sessismo, eterosessismo, violenze, ecc.

Le nuove famiglie nascono invece da un atto di volontà e dimostrano a tutta la società che si può essere liberi di amare chi si vuole e di procreare come si vuole, nel pieno concetto di autodeterminazione e nel rispetto degli articoli della nostra Carta fondamentale. È normale che tutto questo faccia paura a un’organizzazione che ha basato il suo potere, nei secoli, su fenomeni quali la schiavitù, l’eccidio del diverso, la caccia alle streghe, l’antisemitismo, l’umiliazione sistematica della donna, l’appoggio alle peggiori dittature e via discorrendo.