Marattin, l’orifizio di Vendola e la pianta dell’omofobia

Ok, diciamocela tutta: tale Luigi Marattin ha fatto una enorme cazzata – o per usare il suo linguaggio, mutuato a sua volta da quello di Vendola, ha eretto un monumento colossale di fallica forma col suo volto stampato sopra.

Per chi ancora non lo sapesse, questo signore, assessore renziano a Ferrara e in quota Pd, dopo aver sentito il governatore pugliese che decretava la sconfitta di Renzi, ha lasciato su Facebook la seguente dichiarazione:

Dubito che ci fosse, in quelle parole, un diretto attacco omofobo contro il leader di SEL. Eppure quella dichiarazione, e le altre a venire per giustificare questa caduta di stile – tra cui emerge un elogio al Don’t task, don’t tell, monumento dell’omofobia nell’esercito americano – hanno un retroterra spiccatamente omofobo.

Perché?

Innanzi tutto, l’espressione in sé richiama alla sodomia. E la sodomia, nei secoli dei secoli, non è mai stata vista come qualcosa di cui essere particolarmente fieri. Poi, e siamo pure d’accordo, noi abbiamo desemantizzato, per cui un “vaffanculo” è divenuto un insulto generico, al pari di un “va a cagare” di sgarbiana memoria o di un più elegante “va a quel paese”. Ma se volessimo fermarci alle origini, l’omofobia c’è.

In secondo luogo: in linguistica esiste una branca che fa leva sulla percezionalità del fatto linguistico. In altri termini, se io dico una cosa e quella affermazione richiama in molti una sensazione specifica, quella sensazione esiste. È il caso di alcune parole, che i dialettologi non sanno se inserire tra quelle dell’italiano o, appunto, dei dialetti. E allora un approccio percezionale ci può venire in aiuto: se per i parlanti l’uso del termine x ha valore dialettale, allora siamo dentro il dialetto.

Mutatis mutandis, ciò vale pure per le affermazioni di Marattin. Magari non perché lui abbia voluto dare questo significato, ma depositandosi su un gay, per altro già bersagliato dal fuoco degli insulti omofobi, quella dichiarazione è divenuta, sic et simpliciter, una boutade omofoba.

E sia ben chiaro, non venitemi a dire che questa è la prova provata che non si possono più attaccare i gay. Perché poi mi dovrete spiegare:

a. perché mai dovrebbero essere attaccati, i gay
b. perché non si rilancia quest’accusa ad altre categorie o minoranze.

Infatti, e siamo al terzo punto, quando parliamo di minoranze, parliamo di minority stress, ovvero il castello di accuse, discriminazioni, insulti, ecc, che si fanno ai danni di quel gruppo specifico. In base a ciò si è molto più sensibili, oggi, a non fare battute di un certo tipo su ebrei, neri, in parte sulle donne – ma solo in parte – sui portatori di handicap, gruppi religiosi e via dicendo.

In altre parole: Marattin non avrebbe usato, molto probabilmente, frasi del tipo “tornatene al tuo paese, scimmia” contro un nero, oppure un “sei roba da forno” contro un ebreo. Invitare a “dar via il culo” – e scusate l’apertura petrarchesca, ma di questo stiamo parlando grazie al nostro nuovo eroe – se applicato a un gay, pubblico e visibile, muove molte sensibilità.

Marattin questo non lo ha previsto. O non lo ha potuto (o voluto?) prevedere. Questo lo renderebbe inadatto a ricoprire una carica pubblica – se fossimo in un paese civile, va da sé – perché ha reso più fertile, e manco senza saperlo, il terreno sul quale prospera rigogliosa l’erbaccia dell’omofobia. E questo è un fatto grave, a prescindere o meno dalla sua intenzionalità.

Concludo con un ultimo consiglio a quanti, dentro il Pd – soprattutto i bersaniani – si stanno stracciando le vesti in seguito all’accaduto: vi ricordo che il vostro presidente, al secolo Rosy Bindi, dice cose anche peggiori. Non usa parolacce e immagini simili, ma è decisamente peggio. Se volete far pulizia, ed essere un minimo credibili, cominciate anche da lì.

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5 thoughts on “Marattin, l’orifizio di Vendola e la pianta dell’omofobia

  1. scusami Elfo / Dario ma temo che stavolta tu sia inciampato in un sottinteso omofobo a tua volta.

    Mandare a fare in culo qualcuno è maschilista non omofobico.

    Chi ha mai detto che un uomo che usa il culo sia necessariamente gay?

    Ti consiglio la lettura di un libro fondamentale che libera il piacere anale invitando tutti e tutte a goderne.

    Il piacere negato. Fisiologia del rapporto anale di Jack Morin Editori Riuniti 1994 Roma

    Ora è vero che nell’immaginario collettivo i gay usano il culo ma questo è un luogo comune omofobico che va smentito. L’analità va sottratta all’omosessualità maschile dove è proditoriamente relegata e restituita all’umanità intera, agli uomini tutti, etero e gay, e alle donne.

    Anche Dante nel girone dei sodomiti mette non solo Brunetto Latini (canto XV) ma anche chi fa pratica sodomitica con le donne( canto XVI)…

    Già, ci sono anche le donne…

    Pensare al coito anale come pratica gay è un modo omofobico di incasellare le pratiche sessuali…

  2. Pingback: L’intelligenza arcuriana di Luigi Marattin: don’t ask, don’t tell. | Darling Michele

  3. Una puntualizzazione.
    “Vaffanculo” viene dal napoletano “[Vafanculo|vafammocca] a sòreta”, cioè “vai ad avere un rapporto [anale attivo|orale passivo] con tua sorella”.
    “Va a da’ via el cùl” è invece lombardo. E significa proprio quello.
    Questo tanto per precisare: “vaffanculo” non è omofobo, è invece maschilista/fallocratico. ;-)

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