Pride: in the name of?

Ieri non sono andato deliberatamente alla riunione di movimento per l’assegnazione del Pride nazionale, che si è tenuta a Roma alla sede del Circolo Mario Mieli, l’associazione in cui milito.

Un po’ perché avevo gli operai in casa, un po’ perché non me la sentivo di star chiuso dentro una stanza a sorbirmi, com’è successo negli anni passati, discussioni infinite di tipo conciliare su argomenti affini al sesso degli angeli. Male tutto italiano, ad essere onesti – ricordiamo le discussioni infinite dentro il centro-sinistra se usare o meno il trattino nell’omonima dicitura? Ecco… – ma che mi appassiona ben poco.

Dai commenti che ho letto su Twitter, dai messaggi pervenuti e parlando con alcune persone che lì erano andate, è emerso che si è discusso per quattro ore di seguito su “cos’è un pride” e se sia il caso di togliere alla manifestazione l’aggettivo “nazionale”.

Eppure non mi sembra così difficile… in quattordici anni di militanza ho imparato che un pride è una manifestazione a cui partecipano gay, lesbiche, bisex e transessuali, insieme a una vasta compagine eterosessuale – insomma, la società tutta – in nome della visibilità e mirante a ottenere specifici riconoscimenti giuridici.

Ed è nazionale una manifestazione che raccoglie adesioni e, soprattutto, presenze da tutto il territorio. In tal senso potremmo dire che tutti i pride italiani sono, in realtà, manifestazioni di carattere per lo più regionale – e non è detto che questo sia necessariamente un male – alle quali partecipano delegazioni di più associazioni sparse sul territorio italiano (come è successo a Bologna, ultimamente, ma non solo).

Credo, a sentire chi c’è stato a quella riunione, che il problema fosse se assegnare o meno la dicitura di “pride nazionale” alla sede di Palermo, che da due anni porta avanti la manifestazione LGBT più grande e partecipata dell’isola. E nel contesto nostrano di pride itineranti, non capisco perché ciò che fino a ieri è andato bene per Torino, Genova, Bologna e Roma, adesso debba essere messo in discussione per il capoluogo siciliano. Davvero mi sfugge.

Al di là di queste facezie, faccio notare che ieri, mentre a Roma si discuteva per quattro ore sull’opportunità di togliere un aggettivo accanto al nome “pride”, in Sicilia un mio amico ha fatto coming out con la sua famiglia e, da quello che so, la cosa non è andata benissimo… non ho più notizie di questa persona – un ragazzo di grande intelligenza e di profonda umanità – dalle 16:40 di ieri.

Credo che il senso del nostro agire dovrebbe avere, come obiettivo, situazioni come quella appena descritta. risolvere il disagio, operare a livello culturale e politico, affinché non si verifichino più. E invece…

Fatti come quelli appena descritti, al cospetto di un’emergenza umanitaria purtroppo ancora invisibile (e irrisolta) ma non per questo meno reale, dentro migliaia di famiglie italiane, mi pongono di fronte all’interrogativo di quale senso abbia, arrivati a questo punto, militare dentro l’attuale movimento gay.

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7 thoughts on “Pride: in the name of?

  1. L’ho appena sentito… un po’ scosso, ma sta bene. Situazione in divenire. Non ci rimane che fare il tifo per lui, visto che a livello giuridico e assistenziale non esiste niente per aiutarlo a risolvere la questione…

  2. Speriamo bene per il tuo amico! :)
    Odiatemi pure, ma io sono uno di quelli che non sopporta il PRIDE nazionale: per tutti questi anni in cui ho cominciato a conoscere questo mondo mi chiedo perchè gli omosessuali non possano chiedere i loro diritti in maniera più sobria come fanno i metalmeccanici e altre categorie.
    Attenzione (prima che inveite contro di me senza alcuna pietà), io non sono contro il pride – perchè è giusto che ognuno si batta e manifesti per qualcosa che gli sta a cuore – ma odio il modo carnevalesco con cui lo si fa.
    Non possiamo chiedere alla gente, dalla più ignorante a quella più friendly di prenderci in considerazione essendo travestiti da coniglietti con le mutande rosa.
    Quando ci sarà un pride serio senza sculettate con musica di Britney Spears, allora parteciperò. Per adesso me ne sto a casa.

  3. Il pride è una situazione delicata. E’ un simbolo, e come tale deve avere delle regole. Se in quelle quattro ore, lasciato lo spazio per l’amico di elfobruno a cui dare una mano, avessero almeno aiutato uno dei pride in giro per il mondo ad avere il giusto indirizzo, magari le varie sedi di associazione sarebbero più frequentate e non utilizzate solo per rimorchiare

  4. #acutequeernerdworld: la tua discussione è abbastanza superata nel mondo civile, Italia esclusa. Per almeno tre ragioni… 1. il pride ha un significato politico in cui anche la nudità e il travestitismo investono un ruolo simbolico specifico; 2. per 364 giorni l’anno l’associazionismo si “manifesta” in quel modo sobrio che tanto ti piace, ma il pride ricorda anche le trans e i travestiti che furono i primi, in USA, a ribellarsi a chi li voleva sobri, a suon di manganellate per cui oggi il lato “carnevalesco” del pride richiama anche quella forza dirompente contro certi ben pensanti che ci vorrebbero talmente “sobri” fino a rasentare l’invisibilità e dal vietare o schifare certe “esibizioni” a chiedere di non manifestare niente di noi stessi il passo è breve; 3. negli altri paesi dove i diritti sono riconosciuti i pride sono più “estremi” di quelli italiani… forse che invece di cambiare le giornate dell’orgoglio dovremmo semplicemente cominciare ad accettare il mondo per com’è? Meno moralismo e più pragmatismo sul da farsi forse aiuterebbe tutti a vivere meglio. Io credo…

    #matteo baudone: scusa, hai dati che dimostrano che le sedi delle associazioni siano luoghi adibiti al libero rimorchio? No, perché altrimenti io ho sempre sbagliato associazione da frequentare… (poi ci spiegherai il concetto di “giusto indirizzo”).

  5. La bellezza del pride è che ognuno può andarci vestito come gli pare, e molta gente c’è vestita normalmente come quando va al lavoro, chiaramente viene notata meno. Rappresenta la libertà di poter essere tutti uguali e tutti diversi allo stesso tempo. Certo ci sono anche gli eccessi ma è un modo per dire “non mi nascosto..io esisto e tu non puoi far finta di non vedermi!” Mi fanno ridere gli omosessuali che dicono che non ci vanno perchè pretendono una manifestazione più sobria per essere più “credibili”. Vorrei chiedere loro se pensano che in questo modo otteremo i diritti che ci spettano, e se questo è il loro modo di manifestare perchè non hanno mai organizzato una manifestazione alternativa e sobria come piace a loro.

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