Dieci idee per rimettere in piedi la scuola (e pure l’economia)

Visto che tutte/i straparlano di scuola, dal governo a ex ministri della pubblica istruzione, fino a dirigenti di questo o quel partito, e visto che si prova a dare soluzioni sulla falsariga delle parole in libertà – a povertà di contenuti – provo anch’io a dire la mia.

Ecco cosa andrebbe fatto per una scuola di qualità, in dieci comodi punti:

1. abbattere i tagli previsti dalla riforma Gelmini e avviare una massiccia campagna di assunzioni
2. ridurre il numero di alunni per classe, per un massimo di venti unità (contro la media attuale di 27 allievi)
3. ridurre l’orario di presenza dell’insegnante in classe: da 18 a 15 ore. Le tre ore potranno essere messe a disposizione per le supplenze giornaliere (ciò eviterebbe i vuoti e gli spostamenti delle classi da aula in aula) o per altre attività didattiche (organizzazione dei laboratori, turnazione in mensa, doposcuola per gli studenti in difficoltà, ecc)
4. sovvenzionare la scuola pubblica e azzerare i fondi ai diplomifici privati (il 99% cattolici): la Costituzione vieta per altro di finanziare le scuole private
5. abolire l’otto per mille e orientare lo stesso alla scuola, tagliare la spesa militare e gli sprechi della politica a favore di istruzione e ricerca
6. procedere alla costruzione di nuovi plessi scolastici e al miglioramento delle strutture presenti e dell’arredamento (in caso di danni a banchi e sedie, sarà la classe a pagare collettivamente i danni e ciò responsabilizzerebbe i ragazzi e le famiglie)
7. migliorare gli stipendi dei docenti e del personale scolastico e aumentare l’organico di supporto (ATA)
8. settimana corta e ore ridotte a 50 minuti per un massimo di sei al giorno. Ciò permette di risparmiare, per altro, su luce e riscaldamento (sabato e domenica le scuole rimarrebbero chiuse)
9. rendere omogenei i diritti di insegnanti precari e insegnanti di ruolo (e stesso trattamento per il personale ATA di ruolo e precario)
10. assumere direttamente dalle graduatorie ad esaurimento e destinare una parte dei nuovi posti creati agli insegnanti non abilitati già presenti nelle scuole con contratti di almeno due anni, da integrare con un agile test di idoneità su discipline psico-pedagogiche.

Faccio notare altri due aspetti importanti di questi provvedimenti:

a) creando più occupati, si genera maggiore ricchezza e ciò avrebbe ricadute sull’economia nazionale;
b) la creazione di nuovi edifici e la ristrutturazione di quelli esistenti sarebbe un altro input alla ripresa dell’economia, con conseguente sviluppo del settore edilizio.

La differenza tra queste soluzioni e quelle proposte attraverso concorsi e operazioni di chirurgia sociale, sta nel fatto che vengono dopo un’attenta riflessione sul mondo della scuola. Nel mio caso è bastato lavorarci. Chissà da quanti anni il ministro – insieme ai vari dirigenti di partito – non entra in un edificio scolastico. Sarebbe interessante saperlo.

Il concorso per la scuola? Inutile. Ma il Pd, ovviamente, lo sostiene

Leggo le dichiarazioni di Bachelet in merito al concorso pubblico della scuola che questo governo scellerato – che anche il Pd sostiene – intende indire, con l’unico scopo di creare l’ennesima guerra tra poveri e cioè tra docenti precari.

Bachelet, che evidentemente poco dimostra di sapere di politiche scolastiche e per tale ragione guida il Forum Nazionale Politiche Istruzione del PD, sostiene quanto segue:

• va garantito un equilibrio tra immissioni dalle graduatorie e nuovo reclutamento
• bisogna assumere nuovi insegnanti, i migliori tra quelli in graduatoria e i migliori tra i neolaureati
• i neolaureati in questione devono però avere l’abilitazione (e peccato che le SSIS siano chiuse…)

In questo c’è un sostanziale controsenso: il concorso sarebbe per abilitati, ma gli abilitati sono già dentro le graduatorie per cui, se ci sono posti disponibili, non si capisce perché dover valutare ancora insegnanti che hanno già superato, secondo i termini imposti dalla legge, le prove previste.

Nessuna critica e nessuna proposta sull’abbattimento dei tagli, vera piaga del mondo della scuola (-8 miliardi negli ultimi anni, 4 dei quali sono andati a vantaggio dei diplomifici cattolici, ma da bravo bindiano Bachelet questo evita di ricordarlo).

Il nostro, per supportare la sua proposta iniqua e contraddittoria, ricorda che alle pubbliche amministrazioni si entra per concorso. E secondo l’esponente del Pd, come si accede alle graduatorie? Non certo per i nostri cognomi altisonanti. Per immetterci in quegli elenchi, con la promessa del ruolo, noi attuali precari abbiamo seguito le seguenti tappe:

1. concorso pubblico, 100 euro di retta a classe di concorso (fino a tre classi)
2. scuola di specializzazione, due anni di corso, frequenza obbligatoria
3. tirocinio diretto e indiretto, 300 ore
4. esame di stato finale

il tutto alla modica cifra di 2600-2800 euro, al netto di ogni ulteriore sacrificio. Noi precari abbiamo già tutte le carte in regola per entrare di ruolo. Altri concorsi sono fuori luogo e servono solo a sperperare denaro pubblico a carico dei cittadini che pagano le tasse.

Bachelet facendo quelle dichiarazioni dimostra che l’ultima volta che è entrato in una scuola c’è stato per ritirare il suo diploma del liceo. E l’Italia meriterebbe veri esperti di politiche scolastiche, non certo di persone che blaterano su cose che evidentemente nemmeno conoscono. Converrete.

Diario ottomano

Cose buone e giuste:

Moschea Blu, ad Istanbul, e il suo senso del divino
Santa Sofia, sempre a Istanbul, dove puoi respirare tutta la storia che c’è
la Basilica della Cisterna, che sembra di stare in un fantasy
Sultanahmet, insomma
Beyoglu e la sua vita di notte
il giro del traghetto, sul Bosforo, anche se poi a un certo punto fa freddo
il Palazzo Topkapi e la sua magnificenza di garofani e maioliche
la Cappadocia e i suoi tramonti corallini
il giro in mongolfiera sui camini delle fate
le passeggiate a cavallo, tra le rocce e le rovine di miele
il narghilè al sapore di mela
la polvere di melograno, disciolta in acqua
la bellezza degli uomini turchi
il Grand Bazaar e i suoi colori di stoffe e gioielli
la fine del giorno, nell’orizzonte roccioso di Antalya

   

Anche no:

il maschilismo degli uomini turchi (e troppe donne col velo)
il succo di melograno fresco (troppo aspro e fa bocca)
il caldo porco di Antalya
il massaggiatore dell’hamam di Goreme, che mi ha fracassato una spalla
affittare il motorino, sempre a Goreme… (è fatto apposta per fregarvi i soldi)
la colazione, tutta salata, a base di cetrioli, salame e sfoglie ripiene di feta
i dolci turchi, che grondano di miele
le infezioni intestinali
i pullman di notte (se vi dicono «o vai il pullman o non puoi dire di aver visto davvero la Turchia» sappiate che vi stanno mentendo e che, con discreta probabilità, non sono vostri veri amici)
il caos di Istanbul (tre ore per uscire dalla città… tre ore fermi nel traffico!!!)
l’hotel Hadrianus, di Antalya (brutto, sporco e il titolare è un gran cafone)
i turisti italiani medi (per la serie: Maya, attaccate adesso!)

   

Le cose non viste (e per cui tornare):

i dervisci rotanti
il Bazar delle spezie
un hamam serio
le spiagge bianche in qualche regione del sud
Smirne, Pamukkale e le coste del mar Nero

Cose turche:
le corse pazze dei tassisti di Istanbul (c’è una discreta probabilità di morte, credetemi)
le agenzie di viaggio che tra una cosa e l’altra ti vendono pure l’hashish
le strade della Cappadocia, sempre ad alto tasso di morte (ma se sopravvivi a quelle…)
la cucina, che è troppa
Istanbul, sospesa tra il futuro e la sua tradizione millenaria

   

Curiosità:

si dice Istànbul, con l’accento sulla a
Istanbul è l’unica città del mondo che sta su due continenti: una parte in Asia, l’altra in Europa
la lira turca vale grosso modo la metà di un euro e tutto sembra meno caro (ma se ragionassimo in lire italiane…)
i turchi sono animalisti convinti: puoi vedere i gatti, ad esempio, passeggiare tranquillamente tra i tavoli dei ristoranti o dormire sui tappeti, al Grand Bazaar
la Valle dell’Amore, in Cappadocia, si chiama così perché le rocce lì presenti hanno la forma di cazzi giganteschi (chiamali scemi, i turchi…)

Mai più senza:

La presenza di Anna Nim che a contrattare non la batte nessuno

  

Pegasi d’oro e mediazioni al ribasso

Avrei voluto scrivere un piccolo reportage sul mio recente tour in Turchia, ma gli ultimi avvenimenti politici sono decisamente succulenti, al punto tale che mi occuperò di alcuni di essi riportando al dopo il piacere dei ricordi di viaggio.

Tra i temi che mi solleticano molto, c’è quello del prossimo congresso di Arcigay. Premetto da subito che non ho letto le due mozioni – ero in vacanza fino a ieri, capirete… – ma mi riprometto di farlo in tempi brevissimi e di dire la mia. Non do, per altro, adesioni sulla fiducia, anche se devo ammettere che quella che si profilerebbe come la mia “fazione” non mi ha mai fatto pressioni in tal senso.

Rimandando a poi, quindi, la valutazione sui contenuti, vorrei parlare della polemica per ora in corso tra i due schieramenti contrapposti “Liberiamo l’uguaglianza” (LlU) e “Uguaglianza e Libertà” (UeL). Questi ultimi attaccano Patanè, attuale presidente e ricandidato per la prima mozione, per aver assegnato il Pegaso d’oro a Iva Zanicchi.

Il Pegaso d’oro, per intenderci, è una sorta di oscar per frociare doc. Patanè avrebbe assegnato il prestigioso cavallino alato a una politica omofoba, visto che l’aquila di Ligonchio, in quota PdL, ha firmato un documento contro il matrimonio egualitario.

Concordo con la mozione UeL. Patanè ha fatto un errore. E aggiungo: un’associazione seria non ha bisogno di pseudo-telegatti in salsa di finocchio. Un’associazione seria fa politica. Sic et simpliciter. Per cui augurandomi che la signora Zanicchi venga destituita del rango di frociara, cosa che a quanto pare è preoccupazione urgente degli amici di UeL – basta vedere lo spazio dato alla notizia su sito apposito e profilo Facebook – mi auguro che premi del genere smettano di esistere.

Accanto a questo, faccio notare ai due candidati di UeL – Flavio Romani e Michele Breveglieri – che tra le firme dei loro sostenitori spuntano ben due nomi: Alessandro Zan e Franco Grillini. Nomi storici per il movimento, è vero, nonché militanti di partiti a me simpatici, quali SEL e IdV. Eppure, questi due signori ai quali auguro comunque di entrare in parlamento e di fare gli interessi della comunità LGBT, hanno fatto un grosso passo falso: una petizione di legge popolare per le unioni civili. Non il matrimonio, ma le unioni civili. L’ennesima contrattazione al ribasso per far contenti, in vista delle future alleanze, partiti e maggiorenti. Ne parlai in un post apposito.

Bene, i candidati di UeL, così attenti alla questione del matrimonio, dovrebbero chiedere a Zan e Grillini di ritirare il loro appoggio a quella proposta di legge. Perché se è grave che Zanicchi firmi un documento contro il matrimonio, è altrettanto inaccettabile che due militanti storici gay partino da una mediazione al ribasso che ha tanto sconcertato il movimento rainbow italiano.

Mi si concederà, infatti, di affermare che se è grave che una frociara indegna si tenga una statuetta di cui nessuno ha memoria, è ancora più grave che chi dovrebbe lottare per la piena parità si accontenti di mediazioni al ribasso. Fosse anche a cominciare dal nome.

Per il resto, la gara è aperta e vinca il migliore.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia - sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.

Ombre d’agosto

L’estate non è solo il tempo della luce. Perché per quanto possa essere luminosa, una stella, genera ombre. E tanto più forte è il chiarore, tanto più spesse le tenebre, alle sue spalle.

Credo, o almeno così ho imparato, da solo, che crescere significhi cedere pezzi di te destinati a portare sofferenza, inazione, circoli viziosi. Tagliare i rami secchi. Amputare gli arti andati a male. Sostituire organi che non funzionano più.

Cesoia. Un volo che richiede più sforzo. Dolore alle ali. Bisturi. Il rimedio non è mai indolore.

Ma come sempre accade, di fronte a una malattia che ti mette alla prova, per affrontare il taglio, i punti, la sutura, la riabilitazione, pensi a quello di buono che c’è. Pensi alle cose belle della tua vita. Pensi al bene che, da solo, sei in grado di creare. Di donare agli altri. Anche se non sempre, tutti se ne accorgono. E come dico sempre, in questi casi, se il vaso non è in grado di contenerlo, non è certo colpa del fiume.

 Aspetterò, allora, che il sole si faccia meno arrogante. Per respirare meglio e profondamente. Per rendere le ombre meno dure. Per andar oltre, rispetto alla vita di chi non mi vuole. Per appropriarmi, in pieno, della mia.

Le cose che rendono bella la vita

Il suono dei violini.
Tutte le volte che Maria sale sul mio letto, per farmi le fusa.
I gatti, a prescindere.
Quella volta, quando lui mi ha detto sì.
Il colore dei campi d’estate e il suono delle cicale.
Il mare, la sera.
Le nuvole, quando odorano d’acqua.
La pioggia in estate.
Le feste a sorpresa.
Un(‘)amico/a che risponde al telefono, quando ne hai bisogno.
Cantare in macchina.
E viaggiare.
Il profumo delle fresie.
La bellezza delle rovine.
Le strade di Roma.
E i colori della Sicilia.
Cucinare per gli altri.
Il suo respiro di quel giorno, sul molo, a Trieste, al tramonto. Anche adesso.

E tutte il resto che adesso non ricordo, ma che sta lì, nel forziere delle cose preziose.

Intervallo siciliano…

spiaggia del Tellaro, Siracusa

Eloro, Siracusa: cattedrali di sabbia

mano elfica, al sole

Noto, Siracusa: chiesa di Montevergini

Noto, Siracusa: faccia al muro

Cassibile, spiaggia della Marchesa, Siracusa

…e faccia da elfo!

E siccome faccio le cose per bene, se volete la musichetta, cliccate qui.