Chi tifa per gli Europei legittima chi uccide i cani

Il solo fatto di tifare una qualsiasi delle squadre di questi europei vi rende insensibili (e per certi versi uguali) di fronte a chi ha fatto questo

ATTENZIONE: di seguito potrete vedere un video su cosa sta accadendo in questo momento in Ucraina. È decisamente brutale, si sconsiglia la visione a persone facilmente impressionabili.

Arrivati a questo punto, ribadisco un concetto altre volte espresso: certi tifosi e gli italiani in generale hanno proprio bisogno di abbandonarsi ai loro istinti più discutibili legati a uno sport malato e, adesso, anche sanguinario pur di sentirsi un popolo?

Quando si tiferà per il fatto che tutto il mondo ci invidia il Colosseo e fotografa la Gioconda al Louvre? Quando gioiremo in coro per il fatto che l’Inferno di Dante è uno dei libri più letti in tutto il mondo?
Quante volte, voi tifosi, vi siete sentiti fieri di questo tipo di italianità?

Mi chiedo, ancora: che razza di persona è chi ha determinato questo eccidio? Come si può parlare di rispetto della vita umana se non si è nemmeno in grado di preservare e rispettare forme di vita che noi consideriamo “inferiori”? Non si è in grado di fare grandi cose se prima non si è capaci di pensare e agire fatti minori – tenendo ben presente, per quel che mi riguarda, che reputo gli animali superiori agli uomini stessi, per certi versi.

In Ucraina hanno fatto una cosa molto simile all’olocausto: sterminio programmato in nome di una presunta razza superiore (l’uomo). Non c’è molto altro da dire. Tutto il resto è orrore.

Messaggi tra le galassie

Abbiamo dei sogni. Tutte e tutti. Da bambini sogniamo di diventare principesse o astronauti, medici o ingegneri, scrittrici o ballerini classici. Il sogno è l’e-mail che spediamo al nostro futuro, nella speranza che qualcuno, da quell’altrove, prima o poi risponda. Il messaggio in bottiglia, in balia delle correnti della volontà e del caso.

Faccio un sogno ricorrente. Sono davanti una porta. Chiusa, serrata. E a un certo punto la porta fa click. Come pronta per schiudersi. Appoggio la mano sulla maniglia. Riesco ad aprirla. Il buio che sta al di là si espande di fuori, come un liquido nero. E dietro c’è una forza oscura, terribile, pronta a travolgermi. Ad uccidermi. E ogni volta che sto per varcare la soglia, o che il buio la attraversa per ghermirmi, mi sveglio. In preda al terrore.

Fino a quando. Ieri.

Una rappresentazione tipica dell’arte italiana è quella dell’annunciazione. Tutti i più grandi pittori ne hanno dipinto. La scena è sempre la stessa. A destra la Madonna, pronta a ricevere il suo incarico divino. Il suo fato inevitabile. La sua missione al di sopra di ogni umana volontà. A sinistra, l’angelo. Il seme del destino. Tutto come da copione. Anche nel palcoscenico, che è sempre lo stesso.

Antonello da Messina, tuttavia, ebbe il merito di ribaltare le cose. La sua Vergine annunciata guarda direttamente il pubblico. L’angelo è lo spettatore. L’uomo è capace del divino. Lo incarna, tra la pelle e il suo sangue e la tela e la sua vernice.

Dico questo perché ognuno di noi recita un copione. Lo esige la società. Lo vogliono i nostri genitori. Il lavoro ce lo impone. Siamo tutti e tutte vergini ignare, pronte ad obbedire al destino che uccide i nostri sogni. Eppure continuiamo a farli. Per non morire.

Tra i miei sogni c’era quello, incontrollato, del buio. Fino a ieri. Ieri, al buio, c’ero io. C’ero già io. E dall’altra parte della porta, un ricercatore, vestito bene, col faccino pulito. Prendo il coltello. Appena aprirà, penso, gli farò prendere un bello spavento. Non gli farò del male, sarà solo uno scherzo, feroce. Per dirgli che adesso va bene così. Adesso basta. Basta dover dimostrare di essere una persona per bene. Basta dover sempre dire di sì. Basta seguire i sogni degli altri e nascondere, dietro la porta, la paura di realizzare i propri.

Un po’ come nel dipinto di Antonello, in quell’incontro tra sangue e vernice. Perché noi possiamo essere l’angelo di noi stessi, e recitare un destino diverso. È quello che facciamo ogni volta che esprimiamo un desiderio, ogni volta che diamo il senso al volo di una stella cadente. Basta ascoltare ogni cosa di noi, al di qua e al di là delle nostre porte interiori. Accogliere il lato nascosto. Abbracciare l’istinto. Dargli, addirittura, progettualità. Senza arrendersi mai, nonostante le false partenze, le cadute, le ginocchia sbucciate.

Perché anche se vuoi davvero qualcosa, a volte la vita va al contrario e non c’è colpa in questo. Per guarire dalle delusioni, poi, possiamo sempre spedire e-mail al domani e messaggi di vetro tra le galassie. Questo ci fa vivere.