Ayatollah calcistici

I miei post sull’Ucraina, la strage dei cani e gli europei di calcio – per altro tardivi, ma mi sono documentato solo di recente – stanno scatenando vibranti proteste e polemiche sia da amici sia da sconosciuti. Tutti, però, concordano su una cosa: non è permesso protestare sul campionato europeo, a prescindere dalla ragione del dissenso. Il calcio è lì, nell’empireo delle nostre coscienze, col suo infinito amore che circonda ogni cosa. Chi nega questo è un eretico, empio bestemmiatore moderno.

La cosa non mi stupisce, nemmeno un po’. Vogliamo capire il rapporto tra italiani e calcio? Ricordiamoci chi ci ha governato per vent’anni e come ha chiamato il suo partito.

Un popolo che trova le ragioni della propria unità – la quale non ha presupposti culturali forti – solo di fronte all’effetto dei ricchi compensi di un Cassano, per altro omofobo, o di un Buffon, di cui si echeggiavano, in passato, simpatie nazifasciste, è un popolo che non può ammettere deroghe di fronte a questa nuova, vera, unica e sentitissima religione. Men che mai di fronte alla ragione, anche quando questa grida

Le strategie retoriche sono sempre le stesse: il benaltrismo – ci sono urgenze superiori a cui mettere mano prima di pensare ai diritti degli animali – o la pretesa di una moralità maggiore rispetto a chi agita la questione: «ma tu mangi carne, ma tu compri le uova, ma tu…»

A questa gente potrei dire di mangiare il pallone con cui si gioca nei campi di Kiev, giusto per far capire l’intrinseca idiozia di certe affermazioni. Fino a prova contraria l’uso della carne serve per vivere, le gesta di una nazionale qualsiasi non sono fondamentali per i fini ultimi della felicità.

Mi si dice, ancora: cosa cambia a non guardare o a boicottare gli europei? Ormai i cani sono morti… E io rispondo: cambia che se gli stadi fossero stati vuoti e l’auditel azzerato qualcuno avrebbe fatto un paio di considerazioni in merito. Ma al solito il problema è chi leva una voce critica. Secondo questa logica, poi, che cambia se continuiamo a bruciare l’Amazzonia e a inquinare col petrolio il mare? Tanto ormai il danno è fatto.

Per altro non si capisce perché noi “obiettori” calcistici non possiamo avere il diritto di protestare nei modi e nelle forme che riteniamo più consone. Al solito, l’arroganza del tifoso che non ammette, da perfetto integralista, che il dio calcio possa essere messo in discussione.

Concludo citando Gandhi: il grado di civiltà di un popolo si vede da come esso tratta gli animali. Li uccidiamo per sopravvivere ed è già troppo. Stiamo distruggendo intere specie in nome di un benessere che sta facendo collassare il pianeta. Mi chiedo: in questo delirio collettivo era proprio necessario gridare “forza Italia” sopra il sangue di quelle povere bestie? Evidentemente, per molti, sì. Per me, e scusate tanto se lo scrivo, è improponibile.

Oggi su Gay’s Anatomy: “I cani, i gay, la sobrietà e il calcio”

Domenica sera, dopo la partita potevi vedere orde di persone andare in macchina, guidando a velocità folli a mettere a repentaglio la vita propria e degli altri, producendo inquinamento acustico e tutto questo per gioire delle gesta di ventidue miliardari che si azzuffano per un corpo sferico.

Poi magari, gli stessi, vedono il corteo di un qualsiasi pride e agitano i concetti di sobrietà e di ostentazione…

Al discorso della sobrietà, da cui esonerare sempre e comunque la massa dei tifosi ma da esigere, sempre e comunque, di fronte anche al più piccolo eccesso di ogni persona LGBT, va aggiunto, nel contesto specifico del campionato di calcio europeo, l’aggravante della strage dei cani che sta insanguinando le strade di Kiev e Leopoli e le coscienze di chi, tra pacate urla e imprecazioni di buon gusto contro l’avversario, tifa Italia (o qualsiasi altra nazione) facendo spallucce, come se nulla fosse.

Oggi si parla di questo su Gay’s Anatomy.

Chi tifa per gli Europei legittima chi uccide i cani

Il solo fatto di tifare una qualsiasi delle squadre di questi europei vi rende insensibili (e per certi versi uguali) di fronte a chi ha fatto questo

ATTENZIONE: di seguito potrete vedere un video su cosa sta accadendo in questo momento in Ucraina. È decisamente brutale, si sconsiglia la visione a persone facilmente impressionabili.

Arrivati a questo punto, ribadisco un concetto altre volte espresso: certi tifosi e gli italiani in generale hanno proprio bisogno di abbandonarsi ai loro istinti più discutibili legati a uno sport malato e, adesso, anche sanguinario pur di sentirsi un popolo?

Quando si tiferà per il fatto che tutto il mondo ci invidia il Colosseo e fotografa la Gioconda al Louvre? Quando gioiremo in coro per il fatto che l’Inferno di Dante è uno dei libri più letti in tutto il mondo?
Quante volte, voi tifosi, vi siete sentiti fieri di questo tipo di italianità?

Mi chiedo, ancora: che razza di persona è chi ha determinato questo eccidio? Come si può parlare di rispetto della vita umana se non si è nemmeno in grado di preservare e rispettare forme di vita che noi consideriamo “inferiori”? Non si è in grado di fare grandi cose se prima non si è capaci di pensare e agire fatti minori – tenendo ben presente, per quel che mi riguarda, che reputo gli animali superiori agli uomini stessi, per certi versi.

In Ucraina hanno fatto una cosa molto simile all’olocausto: sterminio programmato in nome di una presunta razza superiore (l’uomo). Non c’è molto altro da dire. Tutto il resto è orrore.

Messaggi tra le galassie

Abbiamo dei sogni. Tutte e tutti. Da bambini sogniamo di diventare principesse o astronauti, medici o ingegneri, scrittrici o ballerini classici. Il sogno è l’e-mail che spediamo al nostro futuro, nella speranza che qualcuno, da quell’altrove, prima o poi risponda. Il messaggio in bottiglia, in balia delle correnti della volontà e del caso.

Faccio un sogno ricorrente. Sono davanti una porta. Chiusa, serrata. E a un certo punto la porta fa click. Come pronta per schiudersi. Appoggio la mano sulla maniglia. Riesco ad aprirla. Il buio che sta al di là si espande di fuori, come un liquido nero. E dietro c’è una forza oscura, terribile, pronta a travolgermi. Ad uccidermi. E ogni volta che sto per varcare la soglia, o che il buio la attraversa per ghermirmi, mi sveglio. In preda al terrore.

Fino a quando. Ieri.

Una rappresentazione tipica dell’arte italiana è quella dell’annunciazione. Tutti i più grandi pittori ne hanno dipinto. La scena è sempre la stessa. A destra la Madonna, pronta a ricevere il suo incarico divino. Il suo fato inevitabile. La sua missione al di sopra di ogni umana volontà. A sinistra, l’angelo. Il seme del destino. Tutto come da copione. Anche nel palcoscenico, che è sempre lo stesso.

Antonello da Messina, tuttavia, ebbe il merito di ribaltare le cose. La sua Vergine annunciata guarda direttamente il pubblico. L’angelo è lo spettatore. L’uomo è capace del divino. Lo incarna, tra la pelle e il suo sangue e la tela e la sua vernice.

Dico questo perché ognuno di noi recita un copione. Lo esige la società. Lo vogliono i nostri genitori. Il lavoro ce lo impone. Siamo tutti e tutte vergini ignare, pronte ad obbedire al destino che uccide i nostri sogni. Eppure continuiamo a farli. Per non morire.

Tra i miei sogni c’era quello, incontrollato, del buio. Fino a ieri. Ieri, al buio, c’ero io. C’ero già io. E dall’altra parte della porta, un ricercatore, vestito bene, col faccino pulito. Prendo il coltello. Appena aprirà, penso, gli farò prendere un bello spavento. Non gli farò del male, sarà solo uno scherzo, feroce. Per dirgli che adesso va bene così. Adesso basta. Basta dover dimostrare di essere una persona per bene. Basta dover sempre dire di sì. Basta seguire i sogni degli altri e nascondere, dietro la porta, la paura di realizzare i propri.

Un po’ come nel dipinto di Antonello, in quell’incontro tra sangue e vernice. Perché noi possiamo essere l’angelo di noi stessi, e recitare un destino diverso. È quello che facciamo ogni volta che esprimiamo un desiderio, ogni volta che diamo il senso al volo di una stella cadente. Basta ascoltare ogni cosa di noi, al di qua e al di là delle nostre porte interiori. Accogliere il lato nascosto. Abbracciare l’istinto. Dargli, addirittura, progettualità. Senza arrendersi mai, nonostante le false partenze, le cadute, le ginocchia sbucciate.

Perché anche se vuoi davvero qualcosa, a volte la vita va al contrario e non c’è colpa in questo. Per guarire dalle delusioni, poi, possiamo sempre spedire e-mail al domani e messaggi di vetro tra le galassie. Questo ci fa vivere.

I’m not panda

Comunicazione di servizio per i miei amici e le mie amiche: dopo la serata di ieri ho capito che la fine della mia “singletudine” vi sta particolarmente a cuore, ma siccome credo di provvedere sufficientemente a me stesso, gradirei che si finisse di trattarmi come un panda da far accoppiare a tutti i costi. Grazie.

In caso, invece, dovesse risultare che sono inadeguato a costruire relazioni di medio o lungo periodo, l’insistenza e il pungolo continuo a farmi conoscere questo o quel possibile candidato potrebbero causare l’effetto opposto a quello prefigurato e cioè creare ansia da prestazione che si tradurrebbe in una perdita di autostima per senso indotto di inadeguatezza.

Ad ogni modo, credo che esser sufficienti a se stessi sia una conquista anche tenendo in considerazione quegli inevitabili accidenti della vita che ti portano ad essere single, per scelta o per necessità, o in coppia. E, in entrambi i casi, essere “interi” a prescindere dall’altro, presente o meno, è indice di somma virtù. Converrete.

Turing, l’orgoglio gay e il colore delle rose

Alan Turing è il padre dell’informatica. Per chi non lo conoscesse, se adesso state leggendo queste parole è perché lui ha inventato una macchina che sta al mondo dei computer come la ruota sta allo sviluppo della civiltà umana.

E, sempre per capire di chi stiamo parlando, se adesso non siete tutti biondi, con gli occhi azzurri e se non parlate tedesco è grazie a una sua invenzione, Enigma, che permise di decriptare i codici cifrati dei nazisti e di far vincere al Regno Unito la seconda guerra mondiale.

Quindi, come ringraziamento, il regno di sua maestà decise di perseguitarlo. Perché Alan Turing era omosessuale. E fu oggetto di una vera e propria persecuzione che lo portò al suicidio, nel 1954, a soli quarantuno anni.

Scrivo tutto questo perché oggi ricorre il centenario della sua nascita. E a me piace festeggiare i compleanni.

E quindi, arriviamo ad oggi, 23 giugno 2012.

Mi chiamo Dario e ho trentotto anni. Non sono un genio. Sicuramente non sono uno stupido, ma non sono un genio come lo era Turing. Ma so di essere una brava persona. Sono onesto. Mi faccio fare lo scontrino al bar. E pago le tasse. Rispetto le persone. Insegno. E insegno anche il rispetto. Oggi, al mercato, ho ceduto il mio turno a una vecchietta, perché ci sono quaranta gradi, là fuori. E ho aspettato un quarto d’ora in più, al caldo. Perché a me le vecchiette ricordano tutte mia nonna, e io le volevo un bene dell’anima, a Bloody Nell.

Esattamente come Turing, ho subito il peso della discriminazione, del dileggio, dello sguardo divertito o severo della gente stupida, ignorante, senz’amore. Perché, come lui, sono gay.

Il mio denaro serve a pagare persone come D’Alema o Bindi, per sentirmi dire che io – cittadino per bene – non devo avere gli stessi diritti degli altri, a cominciare dal matrimonio.
O gente come Buttiglione, che dice pubblicamente che essere come me è uguale a chi evade il fisco – ma io, ripeto, mi faccio fare lo scontrino e pago le tasse.

Queste servono a pagare l’ospedale, la scuola e la pensione di chi mi ha già preso in giro, o di altri, che, magari, i gay li picchiano. E non chiedo, per questo, i miei soldi indietro. Io sono fiero di fare del mio paese un posto migliore.

Credo, ancora, di essere un buon amico, perché so ascoltare. E se qualcuno/a ha bisogno di me, cerco di esserci. Credo di essere anche un buon figlio e un buon fratello, per le stesse ragioni di cui sopra. E se lo credo è perché ci sono persone che non smettono di ricordarmelo. Mai. Persone che rappresentano la ragione per cui, adesso, io sono ancora vivo.

Ho i miei difetti: sono un po’ scorbutico, cinico… e distratto. Perdo chiavi e cellulari come fossero accendini. Non riesco a essere coerente col mio desiderio di assoluto e di bellezza, e forse questo è il mio più grande peccato. Sempre che Dio esista, va da sé. Non riesco a far innamorare nessuno di me… nessuno di unico, di speciale, intendo dire. Però, appunto, ho tanta altra gente che mi vuol bene. Conterà pur qualcosa.

Chi mi vuole bene, lo fa perché sono tutto questo. Perché sono anche gay. E il mio essere onesto, gentile con le signore di una certa età, paziente e forte quando serve, sta anche dentro il mio “essere gay”. Così come il genio di Turing c’era e stava anche nel suo modo di amare. O come il profumo delle rose si lega al loro colore.

Non siamo brave o cattive persone, o più sensibili, perché gay, lesbiche o transessuali. Ma il nostro essere qualcosa sta anche dentro questa realtà. Perché è così che siamo. E quando ci chiedono di non esserlo, più o mai, è come se chiedessero alle rose di perdere il loro colore. Quando ci chiedono questo, ci chiedono di morire. Come è successo all’inventore del mondo così come lo conosciamo oggi.

Per tutte queste ragioni, nonostante il caldo, a dispetto di chiunque dica il contrario, io oggi andrò al Pride di Roma. E poi, sabato prossimo, a quello di Catania. E a luglio, a quello di Londra.

Perché il genio di Turing venga ricordato anche per ciò che era oltre la matematica, un po’ più vicino al petto, a ciò che si muove là dentro. Perché si capisca che se siamo bravi a fare i/le buoni/e cittadini/e, significa che dobbiamo esserlo sempre. Anche al cospetto di un “sì, lo voglio”. Perché un giorno, parole come queste, non abbiano più un senso così forte.

Per fare in modo che chiunque, domani, muoia, al massimo, d’amore. E non si suicidi (o venga ucciso/a) mai più a causa del suo modo di amare.

It’s nothing I regret…

 

Maybe I’ve forgotten the name and the address,
of every one I’ve ever known
it’s nothing I regret
save it for another day,
it’s the school exam and the kids have run away.
I would like a place I could call my own
have a conversation on the telephone
wake up every day that would be a start
I would not complain about my wounded heart
I was upset you see,
almost all the time
you used to be a stranger
now you are mine
I wouldn’t even trust you,
I’ve not got much to give
we’re dealing in the limits,
and we don’t know who with
you may think that I’m out of hand,
that I’m naive, I’ll understand
on this occasion, it’s not true
look at me, I’m not you.
I would like a place I could call my own,
have a conversation on the telephone
wake up every day that would be a start
I would not complain about my wounded heart
I was a short fuse,
burning all the time
you were a complete stranger
now you are mine
I would like a place I could call my own,
have a conversation on the telephone
wake up every day that would be a start
I would not complain about my wounded heart
just wait till tomorrow
I guess that’s what they all say,
just before they fall apart.
                                                               New Order

I gay stanno tutti… alla Festa della Federazione di Sinistra!

Mercoledì 20 giugno 2012, alla Festa della Federazione di Sinistra organizzata dal Circolo Che Guevara, alle 18.30, allo stand libreria, ci sarà la presentazione del mio libro I gay stanno tutti a sinistra (Aracne Editrice, 2012).

L’incontro avverrà presso il Parco del Caravaggio di Viale delle Accademie (XI municipio, dietro la vecchia Fiera di Roma).

Intervisterà Andrea Maccarone del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

Anche in questo caso, la vostra presenza sarà più che gradita!

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«Viviamo in un tempo e in un luogo in cui le più tradizionali conquiste sociali e civili sono messe in discussione, mentre altre stentano a trovare un riconoscimento sul terreno della politica. La questione omosessuale è tra queste. La classe politica si è dimostrata poco interessata ad affrontare seriamente il dibattito sui diritti civili, sulle esigenze delle singole persone omosessuali e transessuali , dei loro legami affettivi, dell’omogenitorialità, ecc. Lo scopo di questo saggio è quello di fare chiarezza in tutti questi ambiti, con la pretesa di rispondere a una domanda fondamentale: chi sono i gay? Inoltre cosa si sa, realmente, delle persone della cosiddetta comunità GLBT?»