Terremoto in Emilia: pride sì, pride no…

A scanso di equivoci: sono tra coloro che pensano che il corteo del pride, previsto per il 9 giugno, vada annullato. E lo penso per il bene del pride, oltre che il rispetto per la zona colpita.

Mi spiego meglio: secondo me il pride in quanto tale si concilia perfettamente alla sede bolognese, anche in occasione di eventi così nefasti. Non è la presenza di gay, lesbiche e trans, assieme a tutte le altre categorie del popolo rainbow, a offendere la memoria dei morti e la paura di chi è rimasto. Pensare questo sarebbe atto omofobo, sic et simpliciter. Infatti, e lo ripeto, andrebbe annullato il corteo, ma non l’evento nella sua globalità. Ben vengano tutti gli appuntamenti collaterali, in cui si potrebbe anche organizzare una raccolta di fondi da destinare alla ricostruzione.

Sono più critico, invece, nel senso che non credo sia politicamente proficuo per le persone LGBT, imporsi una manifestazione “più sobria”, come sento dire da più voci, alcune autorevoli, dentro il movimento.

L’aspetto critico del pride – inteso come marcia rivendicativa – sta nel linguaggio adottato: carattere specifico della nostra manifestazione è l’esplosione della gioia, della libertà, dell’abbandono delle costrizioni. In base a queste caratteristiche, dentro il corteo è possibile ascoltare musica, ballare e vedere, tra i tanti e le tante, anche persone travestite in modo eccentrico.

La domanda è: si può utilizzare il linguaggio della gioia, specifico della nostra rivendicazione, in un momento e in un luogo che ospitano quel dramma?

Sento dire: ma allora perché non aboliamo tutte le manifestazioni anche per i morti nel mondo del lavoro, per le guerre, ecc? Semplicemente perché noi non dobbiamo scontare tutti i mali del mondo, ma dovremmo aver imparato l’opportunità della presenza e di un determinato linguaggio quando le condizioni esigono altro tipo di comportamento.

Stiamo andando a fare, in altre parole, una manifestazione che dovrebbe svolgersi col linguaggio della gioia laddove adesso, e per le prossime settimane, ci sarà tutta la problematicità del dolore, della ricostruzione, della gente che farà i conti con i problemi legati al dopo-terremoto. Macerie in primis.

L’alternativa proposta, cioè fare un corteo “serio” significa ammettere che fino a oggi gli altri cortei sono stati poco seri. È davvero così? “Snaturare” il pride dal suo linguaggio non è un atto che gioca a favore di chi bolla tutta la manifestazione come carnevalata?

In altre parole: si rischia, per dare legittimità al pride, durante tale tragedia, di impoverirlo della sua carica di critica sociale – espressa anche attraverso la gioia, la nudità, un certo anticonformismo – di per essere accettabile ai più. Con l’eventualità che quelle peculiarità saranno comunque presenti e verranno date in pasto ai giornali come mancanza di rispetto.

Con una duplice conseguenza: siccome ci sono i morti, dobbiamo comportarci da “froci” normali, per essere più accettabili – e così tradiamo lo spirito proprio del pride, per cui l’accettazione e il rispetto prescindono dall’aspetto fisico e dalla pretesa sociale di certo obbligatorio perbenismo – legittimando le critiche omofobe del passato.

E siccome c’è chi se ne fregherà, come sempre avviene, e anche in questo gay ed etero sono uguali, i media ci dipingeranno come discoterari ignudi e insensibili dei fatti in corso.

Per tali ragioni, io credo sia necessario annullare del tutto la manifestazione. E si badi: la mia non è un’invettiva, ma solo un consiglio, umile per altro. Poi, gli organizzatori decideranno autonomamente e faranno ciò che è giusto – bisogna anche ricordare che stanno loro, lì, sul territorio, a tastare il polso della situazione.

Poi, ognuno deciderà autonomamente se sarà opportuna la propria presenza, anche in relazione a come la vicenda si evolverà nei prossimi giorni.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Muse ispiratrici”

Solo l’estate scorsa nessuno avrebbe scommesso nemmeno sulla riapertura del tema delle unioni civili.

Adesso, invece, pare che pure i nemici tradizionali delle famiglie LGBT si stiano aprendo a forme di riconoscimento che, rispetto ai DiCo proposti nel 2007, appaiono addirittura futuristiche: Casini, ultimo in ordine di tempo, apre agli stessi diritti delle coppie sposate, purché l’unione non venga denominata come “matrimonio”.

Nel centro-sinistra, ancora, Bersani ha dichiarato che il tema delle unioni civili toccherà al prossimo governo del PD, dove pare stiano discutendo per approvare la civil partnership, mentre Di Pietro si converte direttamente al matrimonio allargato.

Sarà l’influenza di Hollande e Obama? Scoprilo su Gay’s Anatomy.

E il web vi dichiara coinquilino e…

Allora, vediamo di capirci un po’ qualcosa…

1. Rosy Bindi nel 2007 creò i DiCo, che era una scusa per non chiamare (mai) più famiglie o coppie gay le unioni formate da persone dello stesso sesso. Quella legge, infatti, riconosceva solo i singoli che vivevano in unione di fatto…

2. Giorgia Meloni, qualche hanno dopo, quando il comune di Torino decise di istituire il registro della famiglia anagrafica estendendolo alle coppie gay, disse che lo stato non disciplina l’amicizia ma la famiglia.

3. Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’affaire Formigoni e del “coinquilino”, Alberto Perego, che avrebbe ricevuto favori da Pierangelo Daccò. Twitter si scatena e a quanto pare l’hastag #coinquilini è il nuovo termine usato per indicare i (presunti) gay cattolici di centro-destra che si professano vergini.

Faccio notare che tutti e tre i politici in questione sono considerati, dalla comunità LGBT, in odore di omosessualità criptata.

Personalmente credo che Formigoni abbia tutto il diritto di vivere la sua vita privata e la sua sessualità presunta nel modo che crede migliore. Così come anche Bindi e Meloni. Il problema, tuttavia, è che queste persone sono omofobe, a livello pubblico, e tutt’e tre appartengono danno linfa, con ogni evidenza, a una cultura – clericale e/o di destra – che ha bisogno di negare l’esistenza dell’omosessualità, in un modo o nell’altro…

Quando la pubblica opinione, soprattutto se friendly, subodora ipocrisia, non perde occasione di farglielo notare.

Questa sorta di outing da tastiera e pratica forse poco gentile e di certo molto aggressiva. Ma ce la sentiamo di dare del tutto torto a chi, da oggi, si interroga sul reale valore semantico del termine in questione?

La legge dell’inscopabilità

La leggevo l’altro giorno su Twitter. Suona, grosso modo, così:

Ai gay piacciono gli etero, agli etero le ragazze, alle ragazze i gay. E poi tutti si lamentano che non scopano.

Dunque, ieri, parlandone con la mia amica Anna Nim, sono venuto a capo di un postulato sulla legge dell’inscopabilità, applicato al mondo gay maschile:

Se piace a te ed è più bello di te, gli piacerà uno più bello di lui.

Anna Nim, allora, mi ha fatto notare tutti i ragazzi, assolutamente “fuckable” che ieri, a gabbie (e dark room) aperte, passeggiavano leggiadri per le vie del Pigneto, auspicando un mio fidanzamento conseguente. Al che l’ho guardata e ho realizzato il corollario della legge dell’inscopabilità applicato alla visione saffica delle cose:

Le lesbiche non capiscono niente di mondo gay maschile e delle leggi che ne regolano dimaniche sentimentali e relativi accoppiamenti.

Ovviamente tutto ciò ha provocato le vibranti proteste delle mie amiche, oltre a qualche silenzioso assenso degli amici maschi che erano lì con me. E allora, per salvare capre e cavoli, ho pensato alla legge taciuta, poiché non detta, che va al di là del concetto di inscopabilità.

La legge suddetta è la seguente:

Per quanto le cose vadano come sono sempre andate, c’è sempre lo spazio per un miracolo e perché la vita ti sorprenda ancora.

Ma appunto, questi sono miracoli. E nell’attesa che qualcuno di questi si realizzi, non ci resta da applicare la norma del utilità dell’errore, che consiste nella seguente dicitura:

In attesa di quello giusto, mi diverto con quelli sbagliati

Converrete con me che, preservativo alla mano (e non solo), è, per adesso, l’unica norma che va davvero seguita, senza se e senza ma. E con molti e ancora.

Partecipate al convegno “Le coppie dello stesso sesso: la prima volta in cassazione”

Vi segnalo il seminario organizzato dalla facoltà di scienze politiche di Roma Tre, sulla recente sentenza della Cassazione n. 4184/2012.

Tale iniziativa è importante per diversi motivi. Prima di tutto, testimonia la crescente attenzione dei giuristi su questo tema. In secondo luogo, costituisce l’ennesimo esempio di come i luoghi in cui si fa cultura siano sempre più luoghi di riflessione sulla realtà delle famiglie formate da persone dello stesso sesso.

Credo sia importante sostenere, con la nostra presenza, eventi siffatti. Per dare forza e maggiore legittimità alle nostre lotte.

(e per chi avesse problemi di lettura)

LE COPPIE DELLO STESSO SESSO: LA PRIMA VOLTA IN CASSAZIONE  
Riflessioni sulla sentenza n. 4184/2012
con il patrocinio della Scuola superiore dell’Avvocatura

Università degli studi di Roma Tre
Facoltà di Scienze politiche – Aula Magna
Via Gabriello Chiabrera, 199 – Roma

4 giugno 2012, ore 15.00 – 18.30

Programma

Introduce
Prof. Avv. Raffaele Torino – Associato di diritto privato comparato (Università di Roma Tre)

Intervengono
Dott.ssa Maria Acierno – Magistrato (Corte Suprema di Cassazione)
Prof. Avv. Aurelio Gentili – Ordinario di diritto privato (Università di Roma Tre)
Prof.ssa Barbara Pezzini – Ordinario di diritto costituzionale (Università di Bergamo)

Pausa caffè

Dott. Mauro Di Marzio – Magistrato (Corte di Appello di Roma)
Avv. Roberto De Felice – Avvocatura generale dello Stato
Avv. Paola Moreschini – Scuola superiore dell’Avvocatura
Avv. Antonio Rotelli – Avvocatura per i diritti LGBTI

Conclude
Avv. Francesco Bilotta – Ricercatore di diritto privato (Università di Udine)

Evento formativo accreditato presso l’Ordine degli Avvocati di Roma (n. 3 crediti formativi)
Per iscriversi scrivere a: segreteriascientifica@retelenford.it 

LA PARTECIPAZIONE È GRATUITA

La memoria degli eroi. Con particolare riferimento a Giovanni Falcone

Fabrizio Quattrocchi venne ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi, le cosiddette “Brigate Verdi”, un gruppo armato vicino al regime, nell’ormai lontano 2004. Prima di essere giustiziato disse, togliendosi il cappuccio: «adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Per questa frase venne considerato un eroe. In Iraq svolgeva mansione di security. Per tale ragione la magistratura indagò per accertare l’eventualità di arruolamento mercenario presso uno stato estero, accusa che poi decadde.

La parola “eroe” si è scomodata, ancora, per tutte quelle vittime, sempre in Iraq come in Afghanistan, per i soldati uccisi dagli attacchi dei ribelli. A cominciare da quello di Nassiriya.

I ragazzi e gli uomini morti in medio-oriente sono sicuramente delle vittime, soprattutto di una guerra portata avanti per interessi internazionali, tra cui anche quelli italiani. Non credo, dunque, che si possa parlare di eroi, almeno nel senso classico del termine.

E attenzione: dico questo perché considerare tutti questi morti per quello che sono stati, persone sicuramente degnissime, a cui va concesso il rispetto più assoluto, mandate al fronte per ragioni varie e per interessi specifici – sulla legittimità di questi si può concordare o meno, naturalmente – significa rendere giusta memoria alle loro vite, senza invischiarle nella retorica di guerra, sempre odiosa, che sublima un destino ingrato confondendolo con i più alti valori.

Fossi io uno di loro, in altre parole, non gradirei che si usasse il mio cadavere per giustificare, da parte dei politici, una ragion di stato di cui non essere poi così orgogliosi.

Ho fatto questa lunga premessa perché oggi ricorre il ventennale della morte, nell’attentato di Capaci, del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, costituita da Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Queste persone hanno sacrificato le loro vite, senza un tornaconto personale, per il bene collettivo: rendere il paese più libero, più giusto, e per non farlo cadere in mano alle forze del male.

Quest’ultima definizione coincide maggiormente con il significato di eroe. E dovremmo ricordarlo più spesso. Noi siamo un popolo che si entusiasma, invece, per entrare in un sistema valoriale, per la morte di soldati mandati a morire a pagamento. Quando i valori non c’entrano, dietro il pallone di un calciatore miliardario o all’ombra del bikini di una velina.

E una nazione che ha punti di riferimento così disomogenei, mi chiedo, sta andando nella direzione del proprio futuro?

Vernice

Se questa pioggia potesse servire a sciogliere i demoni di vernice vischiosa. Della vernice che è parte di.

Te.

Perché per quanto ci ostiniamo ad apparire forti e indifferenti, c’è sempre una parte di qualcuno che a un certo punto decide di andar via. E strappa la tela, incurante di tutta la tempera usata per renderla più bella. Fuoriesce. Esce fuori.

Lascia la lacerazione del vuoto.
La tirannide dell’evidenza.
I toni e gli sfumati del non colore.
Il varco tra ciò che doveva essere. E ciò che è. Il terrore che tutto il futuro c’è già stato.
Perché non esiste il tempo dentro un dipinto interrotto da chi ne dava un senso.

E tu, per sopravvivere, reciti la parte di chi oltrepassa i brandelli, oltre la cornice, e non si volta mai indietro.

Fornero all’Avvenire: mai matrimonio gay!

Se qualcuno avesse pensato di trovare in questo governo una sponda rassicurante sui diritti delle coppie gay e lesbiche, ebbene abbandoni quell’illusione. Di ministri che camminano su strade lastricate di buone intenzioni ne abbiamo visti fin troppi. Anzi, di ministre, nella fattispecie. Da Pollastrini in poi.

Elsa Fornero non fa eccezione. In una sua lettera a l’Avvenire tiene a precisare, pur nel rischio di cadere nella pratica della “excusatio non petita”, il suo pensiero sulle coppie di fatto. E quello che emerge è sconsolante, come quando afferma:

Ho fatto riferimento al ‘”rischio” (non già alla realtà) di un superamento della famiglia tradizionale, citando l’andamento statisticamente decrescente delle unioni fondate sul matrimonio di un uomo con una donna e il sempre crescente realizzarsi di fattispecie nuove, come le unioni eterosessuali stabili di individui che non intendono contrarre matrimonio e le convivenze stabili di omosessuali.

Oppure:

il valore della famiglia tradizionale, valore che condivido fortemente, anche perché, come pure ho ricordato nella conferenza, in essa si rispecchia interamente la mia esperienza di vita (la mia famiglia d’origine, ai cui insegnamenti debbo moltissimo, e la famiglia che ho formato con mio marito sono infatti entrambe rigorosamente tradizionali).

O ancora:

sono sempre stata fermamente convinta che la famiglia rappresenti la base più solida per la crescita e lo sviluppo integrale della persona

e dulcis in fundo:

Non ho quindi auspicato che le unioni di fatto, sia etero sia omosessuali, siano equiparate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, ma semplicemente invitato ad aprire gli occhi sulle diverse realtà che stanno emergendo e a non dimenticare, e meno che mai a discriminare, i diritti dei singoli individui che vi si riconoscono e che chiedono con forza un riconoscimento.

Tradotto in poche parole: la famiglia “buona” è quella cattolica, eterosessista, fatta da uomo e donna con prole. Poi questo istituto è messo a “rischio” dagli eterosessuali che non vogliono sposarsi e dai gay che vogliono farlo a tutti i costi. Allora, per disinnescare la bomba, la soluzione è: negare i diritti alle coppie, per tornare al concetto di diritti individuali, che sono fatti apposta per non riconoscere quelle coppie che chiedono tutela!

E il giornale cattolico – in questo caso, sinonimo di omofobo – plaude.

Penso di poter affermare a questo punto – e mi scuso di scadere nella volgarità, ma i protagonisti di questa triste e squallida vicenda sono muse in tal senso – che attingendo dal linguaggio della pornografia, questa lettera potrebbe essere definita come “rimming” istituzionale.

E noi abbiamo bisogno di politici veri, di scelte coraggiose e di persone che sappiano governare andando al di là dei ricatti morali e mentali che le istituzioni religiose sono in grado di esercitare nella loro psiche. Non certo di pornografi della burocrazia.

Bombe alla scuola di Brindisi: solo rabbia e dolore

«A quanto pare gli ordigni – sarebbero tre – sono stati collocati su un muretto vicino a una scuola. I ragazzi sarebbero rimasti feriti mentre passavano di lì e stavano entrando per le lezioni.»

«Secondo la Protezione civile una studentessa è morta e altri sette ragazzi sono rimasti feriti – un altro sarebbe in pericolo di vita…»

«Centinaia di studenti sono ammassati dietro alle transenne e altri sono andati in ospedale. La notizia della morte della ragazza è stata confermata anche dal pronto soccorso, dove gli studenti sono scoppiati in lacrime. Tanti anche i genitori che sono arrivati sul posto e cercano i figli.»

«IL NOME DELLA VITTIMA È MELISSA BASSI, 16 ANNI.»

«Stavo aprendo la finestra e la deflagrazione mi è’ arrivata addosso. Ho visto i ragazzi a terra, tutti neri, i libri erano in fiamme. Una scena terrificante. Sono ragazzini, chi è che ha potuto fare una cosa simile?»

«Quello che si vede fuori dall’istituto è impressionante – prosegue il preside – ci sono quaderni zuppi di sangue, brandelli di oggetti. L’esplosione l’hanno sentita in tutta Brindisi, non era certo una azione dimostrativa.»

«È stato fatto per uccidere…»

«La scuola Morvillo Falcone aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità»

«La studentessa, gravemente ferita, Veronica Capodieci, è ancora nella sala operatoria del quinto piano dell’ospedale brindisino. Le sue condizioni sono disperate.»

Fonte: Repubblica

(non riesco a trovare parole. Le cose accadute sono più forti, purtroppo, di ogni cosa che potrebbe essere aggiunta)

Omofobia a Treviglio: spammiamoli di Vergogna!

Proprio in occasione della Giornata Mondiale contro l’omofobia, le autorità del comune di Treviglio hanno negato l’adesione alla celebrazione, secondo quanto si può leggere nei siti delle associazioni locali:

Il consigliere di maggioranza Giuseppe Sghirlanzoni (PDL, estremamente inserito nella realtà di CL), supportato con estrema rozzezza verbale dal capogruppo leghista Francesco Giussani, ha esposto motivazioni della propria opposizione al diritto delle persone omosessuali e transessuali di vivere serenamente e pienamente le proprie vite con argomentazioni degne dei più retrivi e capziosi omofobi, urlando oltretutto a gran voce il proprio dissenso quando i promotori dell’iniziativa hanno ricordato la recente circolare del Ministero della Pubblica Istruzione in merito alla necessità di educare i giovani nella lotta all’omofobia.

Cosa ne pensate di far loro comprendere il nostro disappunto inviando in massa la mail riportata qui in calce a questi indirizzi?

Come fare? È molto semplice:

1) copiare semplicemente il testo che troverete sotto, firmarlo, e non inserite insulti soprattutto, per evitare che la cosa sia usata contro di noi

2) per quanto riguarda l’oggetto della mail… sbizzarritevi: più sarà fantasioso meno facile sarà eliminarla al volo. Ad esempio io ho scritto: “decreto integrativo IMU in merito a risoluzione comunale 344/98″. Più saranno diversi, più assomiglieranno a fatti di ordinaria amministrazione, più difficile sarà per le segreterie eliminare le mail di protesta

3) fate girare! Più mail arriveranno, più sarà chiaro lo sdegno dell’Italia migliore.

N.B.: il testo da copiare e incollare è il seguente

Il consiglio comunale di Treviglio dice “NO” alla Giornata Internazionale contro l’Omofobia?

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA

E questi gli indirizzi a cui mandare le mail:

segreteria.sindaco@comune.treviglio.bg.it, affari.generali@comune.treviglio.bg.it, assessore.servizisociali@comune.treviglio.bg.it, edilizia.privata@comune.treviglio.bg.it, ufficio.demografici@comune.treviglio.bg.it, andrea.cologno@comune.treviglio.bg.it, francesco.giussani@comune.treviglio.bg.it, giancarlo.fumagalli@comune.treviglio.bg.it, giulio.ferri@comune.treviglio.bg.it, giuseppe.sghirlanzoni@comune.treviglio.bg.it, oreste.risi@comune.treviglio.bg.it, maurizio.premoli@comune.treviglio.bg.it, paolo.melli@comune.treviglio.bg.it, leganord.treviglio@libero.it, ced@comune.treviglio.bg.it, elisabetta.parmeggiani@comune.treviglio.bg.it, suap@comune.treviglio.bg.it