Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.

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I sette colli.
Il Tevere, da cui prende il nome.
La città di Romolo e Remo.
La lupa capitolina.
Il ratto delle Sabine.
La repubblica. E poi l’impero.
SPQR.
Le invasioni barbariche, di ieri e di oggi.
La donazione di Costantino.
L’arco di Costantino…
Il Colosseo.
Il fontanone. E Fontana di Trevi. Dove basta una monetina e la magia è sempre quella.
Trinità dei Monti e piazza di Spagna.
Trastevere.
I gatti di Torre Argentina.
E il Pigneto, che è un po’ casa.
La città in cui ho capito cos’è l’amore.
Che mi ha abbracciato, che mi protegge.
Anche se a volte…

La città eterna, appunto.

Matrimonio gay e Stato di diritto: lettera aperta ai movimenti radicali antagonisti

Ragazzi e ragazze, non ci siamo. Siamo in Italia – membro dell’Unione Europea – nel 2012 e molti/e di voi vivono come se fossimo nella società di inizio ‘900, ancora a dividere il mondo in padroni e proletari. In bianchi e neri. In buoni e cattivi. Proprio non ci siamo.

Faccio parte della gay community da quattordici anni. Ho attraversato una maturazione da un pensiero più radicale a uno più pragmatico. Che non vuol dire aver rinunciato a certe idee, bensì significa cercare di capire come metterle in pratica in quell’Italia di questo presente.

Quando vi sento parlare di matrimonio e di Stato di diritto – soprattutto da parte dei soggetti che si definiscono antagonisti, di sinistra radicale e da parte di alcune compagne (vetero)femministe – mi vengono i capelli bianchi e visto che alla mia età non ne ho ancora, capirete quanto possa essere fastidioso tutto ciò. Sento dire troppo spesso che non bisogna rivendicare i diritti, perché provengono da una struttura patriarcale e noi rifiutiamo tutto di quella cultura. Vedo con quanta superficialità viene bocciata l’idea di accedere al matrimonio perché modello che ripropone la divisione dei ruoli e dei sessi. E lo ribadisco: superficialità.

E, se posso permettermi, metteteci pure una certa povertà di allargamento del vostro orizzonte politico. E non solo: aggiungeteci, anche se non vi piacerà, anche una buona dose di ipocrisia, a volte non so quanto inconsapevole. E vi spiego perché.

In primis: il nostro sistema di produzione è orripilante, non serve una raffinata analisi – magari marxista – per rendercene conto. Dovremmo semmai capire che ridurre tutto a un rapporto di produzione è disumanizzante come quel sistema che dite di voler combattere. Io preferirei parlare di sistema di rapporti sociali di cui l’economia è un aspetto, non è né il motore unico né il forgiatore supremo.

Non è vero, per altro, che di questo sistema rigettate ogni cosa: i diritti acquisiti, maturati dentro tale meccanismo perverso, piacciono a chiunque. E ci piacciono talmente tanto che facciamo di tutto per difenderli, dall’articolo 18 all’interruzione di gravidanza. Mi pare, in altre parole, che si sia disposti a mettere in dubbio solo i diritti che gay, lesbiche, bisex e trans avanzano per trovare un loro posto in questa società. A queste rivendicazioni rispondete con: «la società fa schifo per cui non c’è bisogno di lottare per entrarci». Ma detto da chi ci sta dentro, magari pure a pieno titolo, ecco, questo vi rende ben poco credibili.

Secondo poi: la struttura del matrimonio, così come è, è sicuramente maschilista. Accedervi da parte di coppie di soli uomini e di sole donne, tuttavia, scardina il cuore di quella struttura. Tant’è che la chiesa cattolica ne ha il terrore. Se dovessi usare il vostro metro di valutazione – e ovviamente sto usando una provocazione – dovrei dire che state dalla stessa parte dell’istituzione più maschilista del mondo.

State per altro regalando il significato della parola “famiglia” a coloro che dite di voler combattere. La famiglia è un concetto che cambia nel tempo e nello spazio. Per voi è un’entità immutabile, generata dal capitale. La famiglia dovrebbe essere il luogo dove gli affetti si verificano. E si sta lottando, udite udite, per fare in modo che diverse specificità vengano riconosciute dentro quel “luogo” – attraverso le unioni civili, il matrimonio esteso, i diversi vincoli affettivi – che deve essere prima di ogni altra cosa giuridico. Altrimenti non vale.

Potete dire che questo mondo così com’è fa schifo e che rifiutate tutto di esso, ok. Allora rinunciate al diritto allo studio, alle rivendicazioni sindacali, all’interruzione di gravidanza, al divorzio, alle pensioni di reversibilità, ecc. Tutte queste tutele nascono proprio dal sistema che dite di odiare. E, a ben vedere, a odiare queste conquiste ci stanno persone del rango di Ratzinger, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Binetti e via discorrendo. Da quale parte volete stare?

Anche a me le cose, come stanno, non piacciono poi così tanto. Ma il senso della politica dovrebbe essere quello di rendere il mondo un posto più bello e vivibile, non ragionare per contrapposizioni, cercare lotta e conflitto anche quando si sceglie la bustina dello zucchero per il caffè al bar – tanto arricchireste sempre un detentore di capitale, ci avete mai pensato? – e dire a chi no ha diritti di non avanzarli nemmeno. Mentre magari, voi, quei diritti, li avete già.

Perché questo forse vi metterà in pace con le vostre coscienze. Ma di certo vi rende invisi e invise a milioni di persone che vorrebbero poter vivere la loro vita nella pienezza delle loro scelte. E voi, di fatto, col vostro integralismo politico state impedendo tutto questo.

Abbattere il debito pubblico? Schiavizziamo i leghisti! E non solo…

Borghezio ha trovato la soluzione per risolvere il debito pubblico italiano: vendere la Sardegna. Intervistato da KlausCondicio, l’esponente della Lega Nord ha dichiarato la necessità di vendere agli USA o a qualche miliardario russo le regioni-zavorra – ipse dixit – della nostra Repubblica, perché troppo impantanate nei fanghi del malaffare e della criminalità.

Adesso, poiché la nostra Costituzione vieta lo smembramento dello Stato, va da sé che tale pratica è improponibile. Ma visto che va di moda riesumare soluzioni d’ancien régime, credo di poter rilanciare e di controbattere a Borghezio soluzioni che potrebbero risalire all’uso romano, o mediterraneo nella sua specificità. D’altronde io non sono di stirpe celtica, bensì ellenica.

E allora.

Si potrebbe cominciare con la reintroduzione della schiavitù. Il criterio di selezione dei nuovi schiavi andrebbe rintracciato nel loro grado di produttività purché inversamente proporzionale alla capacità di produrre cultura e pensiero. D’altronde abbiamo bisogno di forza lavoro, non di raffinati cervelli. Immaginate quanto la Lega, e il suo elettorato, sarebbero utili in tal senso. Fornirebbero braccia e gambe, temprate dai rigori padani e cervelli freschi, mai scalfiti dal dubbio, dal pensiero critico e dalla capacità di mettersi in discussione. Vere e proprie bestie da soma. Il costo del lavoro si abbatterebbe e le aziende avrebbero una bella boccata d’ossigeno.

La reintroduzione della schiavitù comporterebbe un esproprio delle proprietà dei nuovi schiavi. Anche in questo caso l’elettorato leghista servirebbe il paese in modo più che egregio! Dai vertici all’ultimo degli elettori, le casse dello Stato sarebbero rifocillate dall’introito di denaro – al nord sono più ricchi, si sa – lingotti d’oro, diamanti, ecc.

Poiché non sono razzista e poiché credo che tutta Italia debba servire alla causa dell’abbattimento del debito pubblico, propongo inoltre che lo stesso trattamento venga rivolto a tutte quelle categorie che fino ad adesso hanno parassitato il nostro sistema e il nostro paese, a danno delle persone oneste che ci hanno sempre rimesso. Per cui andrebbero compresi in questo programma di reinserimento sociale altri gruppi quali mafiosi, evasori, politici corrotti, gerarchie ecclesiastiche (quelle che coprono i colleghi pedofili, ad esempio), abusivi di ogni sorta.

Avremmo risolto il problema del debito pubblico, si ridurrebbero le tasse in modo sensibile, circolerebbe una grande quantità di denaro per un numero ridotto di contribuenti e tutti noi avremmo colf, badanti, baby sitter e manovalanza di basso rango gratis in qualsiasi momento del giorno e della notte.

Certo, capiremmo poco del barbaro idioma del picciotto di turno o del militante padano. O saremmo infastiditi dalle idiosincrasie di ex deputati, senatori, assessori e sindaci indagati per corruzione, malaffare, rapporti con le cosche e via discorrendo.

Ma, come si diceva in apertura, basterebbe ridurli al silenzio, applicando un tradizionale sistema dei discendenti delle glorie di Roma, dell’eleganza greca e dei fasti di Firenze: il taglione della lingua. Eviteremmo così di sentire ancora le ricette di Borghezio, i paragoni di Daniela Santanché e scongiureremmo l’eventuale futura barzelletta in caso di ritorno di Silvio Berlusconi. Secondo me il guadagno ci sta tutto.

Antropologia dell’homosex tecnologicus. O dell’involuzione della specie

L’immagine qui riportata – di cui colpevolmente non conosco l’autore – ritrae l’evoluzione dell’uomo, dalla condizione di scimmia fino ad arrivare all’età contemporanea, in cui siamo ridotti a esseri ingobbiti su un anonimo computer.

Adesso, più conosco il movimento GLBT, più mi rendo conto che essa ricalca fedelmente ciò che sono diventati molti di noi, ovvero maniaci del mouse e “virtuosi” della tastiera. Se, Dio non voglia, domani dovesse finire l’era del pc, questa gente si troverebbe senza uno scopo, senza una meta e, in parole meno nobili ma più pragmatiche, senza un bene amato cazzo da fare.

Chi mi conosce sa che è quasi un mio pallino classificare, secondo appositi bestiari, queste varie umanità usando categorie specifiche. Eppure questa nuova sottospecie di homo(sex) tecnologicus sfugge a qualsivoglia tentativo di pacifiche classificazioni. Per limitarmi, dunque, a un approccio meramente descrittivo, semplificherò dicendo che stiamo parlando, a ben vedere, di frocioni – a volte anche attempati – che passano il tempo davanti a un monitor a guardare le vite degli altri, a rosicarci sopra e, in buona sostanza, a parlarne pure male.

A cominciare dalla categoria del “commentatore rancoroso”. La cifra psicoanalitica di questa tribus telematica è elementare come un programma di Lorella Cuccarini, a cui per altro si ispirano e non occasionalmente. Questa gente passa il suo tempo a leggere quanto scritto da terzi, avvelenarsi il fegato, reputare che quanto scritto da altri sia sic et simpliciter sbagliato, inutile, ridicolo e non all’altezza e, di conseguenza, sputare sentenze e smerdare l’individuo seguito con l’accuratezza di uno stalker all’ultimo stadio.

L’aspetto divertente sta nel fatto che se provate a esporre una teoria e, subito dopo, l’esatto contrario di essa, questi soggetti vi attaccheranno su entrambe entrando in contraddizione con loro stessi, senza rendersene nemmeno conto. Consiglio, se doveste mai provare l’esperimento, di mettere come sottofondo musicale la famosa hit di Ornella Vanoni, quella che fa «tristezza, per favore va via…».

Segue la schiera del “blogger anonimo”, categoria che conta, per fortuna, non troppi esempi mentre quelli registrati sembrano essere tutti uguali al punto tale che si vocifera di un’unica entità evidentemente disturbata che, per dare un senso a una vita passata a leggere comunicati stampa del Mieli o dell’attuale presidenza di Arcigay, si inventa, di volta in volta, un sito diverso in cui scrivere, tuttavia, sempre le stesse cose.

La fenomenologia è talmente evidente da rasentare la noia: si cerca una non notizia, la si pompa come fosse uno scandalo, la si dà in pasto a una piazza mediatica ridotta a pochi “eletti”, per poi finire nel nulla fino all’attesa della creazione dell’ennesimo blog dal nome altisonante, dal contenuto nullo e dal valore intellettuale di un qualsiasi articolo di Libero.it.

Letture spassose, d’altronde, come qualsiasi fantasy contaminato – e in questo gli autori dei siti in questione sono dei pionieri – dal genere del cinepanettone. Per tacere, invece, sull’uso della lingua adoperata, molto spesso più vicina a quella di un verbale di un carabiniere raccomandato da un politico della Lega Nord.

L’elenco potrebbe concludersi con la categoria del “disincantato che possiede ancora tutta la Verità”. Colui, cioè, che magari ha passato il suo tempo a girare ogni associazione possibile e immaginabile, parlando male delle altre in cui è stato in precedenza per poi abbandonarle con gesti plateali e riversare, guarda caso, sul web il proprio disprezzo verso chiunque abbia deciso di essere più utile, alla società, nel suo complesso, di un attacco di emorroidi.

In quest’ultimo caso preoccupa il fatto che tali soggetti siano circondati da un pubblico di adoranti che ne seguono idee – nome con cui ribattezzano gli insulti di cui i loro beniamini sono capaci – e gesta al punto da emularle. Studi ancora sperimentali, per cui non del tutto verificati e verificabili, dimostrerebbero che tra queste schiere si troverebbe il fertile humus che porterebbe, un domani, soggetti particolarmente svantaggiati a vestire i panni delle altre categorie sopra menzionate.

Credo, a conclusione della mia analisi, che il movimento GLBT italiano abbia interesse a lottare, al suo interno, per ottenere convenzioni speciali con istituti psichiatrici e centri di igiene mentale dove poter assistere i soggetti a rischio onde evitare, un domani, di doverci ritrovare a sorridere di certi disgraziati che magari, mentre scrivono il loro ennesimo articolo tutto “odio & rancore”, ci credono pure.

A ben vedere non sarebbe degno di chi sostiene di combattere per migliorare la vita dei/lle nostri/e compagni/e di lotta. Almeno su questo, spero, saremo tutti e tutte d’accordo.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Iqbal, uno di noi”

Oggi su Gay’s Anatomy ho deciso di parlare di Iqbal Masih, un ragazzo pakistano che venne venduto dai genitori per pochi dollari a una fabbrica di tappeti. Lì lo incatenarono a un telaio e venne costretto a lavorare per quattordici ore al giorno, in condizioni disumane. Fino a quando riuscì a liberarsi, a scappare. A denunciare il lavoro minorile, la schiavitù alla quale era stato costretto.

Credo di non sbagliare quando dico che la sua testimonianza è la nostra. Per diverse ragioni. Perché il nostro percorso verso la libertà è quello di chi rompe le catene del telaio al quale si è legati per tessere una vita che non ci apparteneva. E perché se vogliamo che sia riconosciuta la giustezza della nostra causa, non possiamo dimenticare altre battaglie. Fatte di umanità, prima di ogni altra cosa.

The Italian school massacre

 

Nella scuola pubblica succedono cose strane: scompaiono classi, attrezzature e insegnanti. Nel frattempo il potere dei prof di religione aumenta a dismisura e ovunque si vada, per i meandri dei nostri istituti, aleggia lo spirito maligno di una presenza oscura.

No, non è una vicenda soprannaturale, è la riforma scolastica, raccontata egregiamente in Non aprite quella scuola, il nuovo horror basato su fatti realmente avvenuti. Un film che apre, per altro, un inquietante interrogativo: con Monti, le cose, miglioreranno? Un’agghiacciante risata ci darà la risposta.

Disposto a tutto

Allora, andando per ordine.
Lo zenzero, sia marinato, sia radice fresca, perché è un ottimo antipiretico naturale.
Il peperoncino, perché in fondo in fondo fa pure da antibiotico.
Il miele, ché avevo la gola in fiamme.
E le pasticche alla propoli, per la stessa ragione.
Quindi lo Zerinol, dato che non ho mai aspirato ad assomigliare a una fontana.
E siccome la febbre è arrivata, nonostante tutto, ho bombardato con un missile di tachipirina.
Mettici pure una banana, d’altronde il potassio serve sempre…
E per non sbagliare, adesso vado giù di arance, ricche di vitamina C.

Perché sono disposto a tutto, pur di non perdermi la festa di Mac, questa sera. Si sappia!

Gay pestato. In ospedale gli dicono: trovati una donna, così eviti queste cose

Ci risiamo. L’ennesima aggressione omofoba si è consumata nei pressi di Reggio Calabria, a danno di Claudio, un ragazzo che denuncia le violenze subite direttamente sul suo profilo Facebook:

E DOPO L’AGGRESSIONE OMOFOBA DI QUESTA SERA CHE MI HA PROCURATO LA FRATTURA PLURIFRAMMENTARIA DELLE OSSA NASALI CON DEVIAZIONE DEL SETTO NASALE A DESTRA CHE COSA MI RESTA DA DIRE? SONO ANCORA PIù INCAZZATO CONTRO CHI PROVA ODIO VERSO DI ME E I MIEI AMICI! IO SONO L’ENNESIMO ESEMPIO DI UN PAESE INCIVILE COME L’ITALIA!

Lo dice “gridandolo” sul web, a lettere maiuscole, parlando delle ferite subite – a quanto pare non una robetta da poco – e additando all’inciviltà del nostro paese, incapace anche di varare una legge simbolica di tutela contro le violenze omofobe, il mandante di tutte le aggressioni consumate a danno di uomini, donne, ragazzi e ragazze GLBT negli ultimi tempi.

La notizia è pervenuta solo adesso, proprio sul social network, per cui i dettagli sono ancora incerti. Un aspetto, se confermato, preoccuperebbe ulteriormente per la sua volgarità: tutto il fatto, di per se stesso odioso, diventa irricevibile in ospedale. Il personale di turno – nello specifico, un infermiere – che ha curato Claudio, infatti, gli avrebbe consigliato di cercarsi una bella ragazza, «per evitare queste cose».

Se fosse vero – va infatti capito in che contesto è stata pronunciata la frase – sarebbe come se si consigliasse a un ebreo di cambiar religione per non subire attentati o a un nero di cambiar colore della pelle per non essere discriminato…

Claudio, la notte scorsa forse è stato picchiato due volte. La prima dai suoi aggressori, la seconda – e ribadisco: aspettandone piena conferma – dalle parole di chi avrebbe dovuto accoglierlo non in qualità di “frocio” da ricondurre sulla retta via, ma di paziente a cui affidare tutte le cure possibili perché così ci si comporta con le persone.

Questa è l’Italia incivile contro la quale si scaglia, sul web, il suo grido arrabbiato.

Anche per me prima o poi arriverà qualcuno…

Ok, fermi tutti.
Passi che al compleanno del Koi arrivi la Gianfy con tanto di biondone al seguito ed esordisca con un «questo lo abbiamo portato per te».
Passi pure che Sapiens mi voglia fidanzato perché «sennò poi ci rimani sul groppone».
Apprezzo pure che mi si inviti a un matrimonio perché la futura sposa – donna bellissima e auspicabile, per altro – vuole propormi il suo amico di Milano, che viene appositamente per l’occasione.
Ma lo sconosciuto, conosciuto tre minuti prima, che con tanto di pacca sulla spalla mi consola dicendomi «coraggio, anche per te prima o poi arriverà qualcuno», ecco, questo lo trovo intollerabile.

Giusto per saperlo: ho la faccia di quello che cerca marito ad ogni costo e disperatamente?
No, perché è vero che ultimamente mi commuovo se vedo certi video, ma questo non significa niente. Insomma!