In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.

Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.