Matrimonio gay e Stato di diritto: lettera aperta ai movimenti radicali antagonisti

Ragazzi e ragazze, non ci siamo. Siamo in Italia – membro dell’Unione Europea – nel 2012 e molti/e di voi vivono come se fossimo nella società di inizio ‘900, ancora a dividere il mondo in padroni e proletari. In bianchi e neri. In buoni e cattivi. Proprio non ci siamo.

Faccio parte della gay community da quattordici anni. Ho attraversato una maturazione da un pensiero più radicale a uno più pragmatico. Che non vuol dire aver rinunciato a certe idee, bensì significa cercare di capire come metterle in pratica in quell’Italia di questo presente.

Quando vi sento parlare di matrimonio e di Stato di diritto – soprattutto da parte dei soggetti che si definiscono antagonisti, di sinistra radicale e da parte di alcune compagne (vetero)femministe – mi vengono i capelli bianchi e visto che alla mia età non ne ho ancora, capirete quanto possa essere fastidioso tutto ciò. Sento dire troppo spesso che non bisogna rivendicare i diritti, perché provengono da una struttura patriarcale e noi rifiutiamo tutto di quella cultura. Vedo con quanta superficialità viene bocciata l’idea di accedere al matrimonio perché modello che ripropone la divisione dei ruoli e dei sessi. E lo ribadisco: superficialità.

E, se posso permettermi, metteteci pure una certa povertà di allargamento del vostro orizzonte politico. E non solo: aggiungeteci, anche se non vi piacerà, anche una buona dose di ipocrisia, a volte non so quanto inconsapevole. E vi spiego perché.

In primis: il nostro sistema di produzione è orripilante, non serve una raffinata analisi – magari marxista – per rendercene conto. Dovremmo semmai capire che ridurre tutto a un rapporto di produzione è disumanizzante come quel sistema che dite di voler combattere. Io preferirei parlare di sistema di rapporti sociali di cui l’economia è un aspetto, non è né il motore unico né il forgiatore supremo.

Non è vero, per altro, che di questo sistema rigettate ogni cosa: i diritti acquisiti, maturati dentro tale meccanismo perverso, piacciono a chiunque. E ci piacciono talmente tanto che facciamo di tutto per difenderli, dall’articolo 18 all’interruzione di gravidanza. Mi pare, in altre parole, che si sia disposti a mettere in dubbio solo i diritti che gay, lesbiche, bisex e trans avanzano per trovare un loro posto in questa società. A queste rivendicazioni rispondete con: «la società fa schifo per cui non c’è bisogno di lottare per entrarci». Ma detto da chi ci sta dentro, magari pure a pieno titolo, ecco, questo vi rende ben poco credibili.

Secondo poi: la struttura del matrimonio, così come è, è sicuramente maschilista. Accedervi da parte di coppie di soli uomini e di sole donne, tuttavia, scardina il cuore di quella struttura. Tant’è che la chiesa cattolica ne ha il terrore. Se dovessi usare il vostro metro di valutazione – e ovviamente sto usando una provocazione – dovrei dire che state dalla stessa parte dell’istituzione più maschilista del mondo.

State per altro regalando il significato della parola “famiglia” a coloro che dite di voler combattere. La famiglia è un concetto che cambia nel tempo e nello spazio. Per voi è un’entità immutabile, generata dal capitale. La famiglia dovrebbe essere il luogo dove gli affetti si verificano. E si sta lottando, udite udite, per fare in modo che diverse specificità vengano riconosciute dentro quel “luogo” – attraverso le unioni civili, il matrimonio esteso, i diversi vincoli affettivi – che deve essere prima di ogni altra cosa giuridico. Altrimenti non vale.

Potete dire che questo mondo così com’è fa schifo e che rifiutate tutto di esso, ok. Allora rinunciate al diritto allo studio, alle rivendicazioni sindacali, all’interruzione di gravidanza, al divorzio, alle pensioni di reversibilità, ecc. Tutte queste tutele nascono proprio dal sistema che dite di odiare. E, a ben vedere, a odiare queste conquiste ci stanno persone del rango di Ratzinger, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Binetti e via discorrendo. Da quale parte volete stare?

Anche a me le cose, come stanno, non piacciono poi così tanto. Ma il senso della politica dovrebbe essere quello di rendere il mondo un posto più bello e vivibile, non ragionare per contrapposizioni, cercare lotta e conflitto anche quando si sceglie la bustina dello zucchero per il caffè al bar – tanto arricchireste sempre un detentore di capitale, ci avete mai pensato? – e dire a chi no ha diritti di non avanzarli nemmeno. Mentre magari, voi, quei diritti, li avete già.

Perché questo forse vi metterà in pace con le vostre coscienze. Ma di certo vi rende invisi e invise a milioni di persone che vorrebbero poter vivere la loro vita nella pienezza delle loro scelte. E voi, di fatto, col vostro integralismo politico state impedendo tutto questo.

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