Una lettera vera e totale. Il mio omaggio ad Antonio Tabucchi

Ieri se ne è andata via una delle voci più importanti e rappresentative della letteratura italiana contemporanea.

Antonio Tabucchi è morto, all’età di sessantotto anni, per un male che lo ha strappato a quella vita di cui ha saputo raccontare, con voce pacata, poetica e vigorosa allo stesso tempo, le angosce dei tempi presenti e passati, l’orrore della  e per la dittatura, l’amore sussurrato e travolgente.

Sostiene Pereira è stato un libro che ho amato moltissimo e che ricordo con infinito affetto. Qui, invece, riporto un capitolo  di Si sta facendo sempre più tardi.

Perché è giusto ricordare un letterato con le stesse parole che lo hanno già reso immortale. Grazie professor Tabucchi, lo dico al di fuori di ogni retorica. Grazie davvero. Con sentita commozione e con tutta l’umanità di cui sono capace.

***

Lettera da scrivere

Mia Donna cara, vorrei proprio scriverti una lettera, un giorno, una lettera totale, una lettera vera e totale, ci penso, e penso come essa sarebbe se te la scrivessi: sarebbe scritta con parole semplici e ricorrenti, diventate usate da quante persone le hanno dette e quasi ingenue, seppure frementi della passione di un tempo.

E attraversando gli oscuri strati di lava e di argilla che la vita ha sedimentato su tutto, essa ti direbbe che io sono ancora io, e che mantengo sogni, solo che mi sveglio all’ alba e che a volte la mano trema a reggere la penna e il pennello. E che anche la casa è la stessa: il vecchio legno ha lo stesso odore e lascia che lo roda il tarlo, dalla finestra della veranda entra d’ estate un fascio di luce che le foglie della vite rampicante sull’inferriata disegnano sulla parete di fronte come ombre cinesi, e allora è bello stendersi sulla poltrona di vimini, mentre fuori, nella campagna dintorno, è la calma meridiana e le cicale non tacciono un istante, e sono senza dubbio le stesse cicale, cioè differenti e uguali a quelle di sempre. E che a fine febbraio la magnolia giapponese fiorisce ancora prima di mettere le foglie e pare uno strano vaso di fiori candito nell’ aria, come eterno. E con lei, più lontano nel giardino, si accompagna la mimosa che amavi tanto.

E anche i bambini crescono, esattamente come allora. Caterina segue ancora la dieta, anche se con una certa riluttanza, ma era davvero troppo rotondetta, però alla sua età ha già il senso della propria dignità, come allora è già civettuola, e da grande sarà una donna affascinante. Nino, al contrario, è magro magro e a scuola va maluccio, ma è perché non si applica, perché la sua intelligenza fa già prevedere quello che è diventato. E poi ti direi che le serate sono lunghe, lunghissime, quasi infinite, e languide, ma che il mio cuore reagisce come una volta, e a volte a una musica, a un suono, a una voce che passa per strada comincia a battere all’impazzata, sembra un cavallo al galoppo.

Però, se la notte mi sveglia, come sempre, per far calmare quei battiti mi alzo e vado in sala da pranzo, accendo una candela gialla, perché il giallo è bello nella penombra, e leggo Dolce e chiara è la notte e senza vento, e quelle parole mi tranquillizzano, anche se il vento là fuori agita i rami degli alberi e allora mi dico: lungi dal proprio ramo povera foglia frale, dove vai tu?

Me lo chiedo e cerco di riaddormentarmi e se non ci riesco riattizzo le braci del caminetto affinché luccichino ancora un poco, e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda. E ti direi che amo, che amo ancora, anche se i sensi sembrano stanchi, perché lo sono, e quel tempo che era così rapido e impaziente, ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, soprattutto sul fare dell’ inverno, quando se ne va l’ equinozio e la sera cala a tradimento e le luci che non aspettavi si accendono nel villaggio.

E ti direi anche che ho preparato le parole per la mia lapide, sono poche, perché fra la data di nascita e quella che sarà della mia morte tutti i giorni sono miei, e ho avuto l’ accortezza di lasciarle all’ omino che si occupa di questi caritatevoli servizi, per mestiere o per vocazione. E poi ti direi di quella volta che ti vidi, mentre tu mi mostravi il paesaggio, e che la tua figurina stagliata contro l’ orizzonte mi parve la cosa più bella che il mondo avesse concepito, e io ebbi voglia di interrompere la tua sapiente descrizione abbracciandoti con il calore dei sensi che allora erano infiammati. E poi ti direi di certe notti in cui parlavamo, di quella casa sul mare, di certi momenti a Roma, dell’ Aniene, e di altri fiumi che abbiamo guardato insieme pensando che essi scorressero soli, senza accorgerci che noi scorrevamo con loro. E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare, perché per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu, e questo è impossibile.

Ma ti direi: guarda, quello che c’ è stato in tutto questo frattempo, che sembra così impossibile da perforare come quando la trivella incontra uno strato di granito, ebbene tutto questo è niente, non sarà affatto un ostacolo impossibile da superare quando leggerai la lettera che un giorno ti scriverò, vedrai, una lettera a cui ho sempre pensato, che mi ha accompagnato per tutto questo tempo, una lettera che ti devo e che scriverò davvero, puoi starne certa, te lo prometto.

Antonio Tabucchi

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