L’apostrofo

Mi piace la pioggia di primavera. Esattamente come i temporali ad agosto. Perché il grigiore del cielo non sa di sonno. Non sa dell’esilio di Persefone. È il colore di una pausa. È un apostrofo tra il cielo e il pomeriggio allungato, tra gli alberi in fiore sulla via e le madri con le carrozzine, a coppie, a parlare di cose invisibili.

Non è come la sinfonia del silenzio bianco, nei mesi cupi di città, sotto la burrasca sul cemento o la neve indiscreta sulle rovine agitate.

Ieri ho raccontato di te. Di quando ho cucinato per te. Di quando quello che è stato amore, e che in un certo qual modo lo è ancora, a distanza e senza nessun rancore, era disposto su una teglia da forno, come un mosaico di cose a venire. E poi, ho rivelato, il futuro ha sparigliato le tessere.

Ho raccontato di te e di tutto questo. E chi mi ascoltava ha assaporato la stessa commozione, lo stesso impeto di un tempo, che prima produceva programmi, abbracci incrociati e nomignoli inventati, mentre oggi è come la pioggia al di là di tutte le finestre di adesso. Cade, e accade. Inaspettata.

E poi un tuono, là fuori. E di nuovo tu.

Perché i ricordi sono come i tuoni e le piogge di primavera. Un apostrofo tra i pomeriggi celesti e il “per sempre” pronto a fuggire e che credevamo di avere in tasca, a portata di mano. Per sempre.

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