Il Roma Pride torna a casa

Premessa necessaria: quanto scritto in questo post è frutto di considerazioni personali. Ho visto, nel corso di questi due anni e mezzo di permanenza qui a Roma, una serie di cose che mi hanno portato a pensare e a dire quanto leggerete. Le realtà citate sono, ovviamente, libere di lasciare i commenti che ritengono più opportuni nello spazio apposito. In questo spazio, d’altronde, vige la piena libertà di parola.

Andiamo per ordine, quindi.

Uno: sono state avviate diverse riunioni tra le realtà GLBT, nelle settimane precedenti, per capire se quest’anno era possibile creare un coordinamento unitario, nato dall’unione delle associazioni romane, per il pride di quest’anno.

Due: parte delle associazioni – riunite nel disciolto Coordinamento Roma Pride 2010 – ha chiesto di creare un coordinamento permanente, sull’esempio di Torino. Il CCO Mario Mieli ha rigettato questa ipotesi, motivando che non si possono creare tali percorsi dal nulla, ma possono nascere solo dopo un lavoro comune e attualmente assente sulla piazza romana.

Tre: la sensazione generale è che le associazioni romane sono molto divise tra loro e che prevale una certa reciproca sfiducia da parte di un blocco (attorno all’ex Coordinamento) verso il Mieli e realtà a esso vicine.

Quattro: le riunioni sono state molto concitate, con episodi di minacce verbali e aggressioni fisiche ai danni di singoli militanti, come è accaduto a danno di Giuseppe Pecce, maestro del Roma Rainbow Choir, da parte di un membro del Comitato che gli ha lanciato contro una bottiglietta d’acqua.

Cinque: durante l’ultima riunione – quella del lancio delle bottigliette, per intenderci – il disciolto coordinamento si è ricomposto e con un blitz finale ha rovesciato il tavolo delle trattative secondo quanto riportato da diversi testimoni.

Personalmente penso quanto segue.

Il progetto di creare un coordinamento permanente a Roma, in queste condizioni, sembra un tentativo di creare una gabbia istituzionale che abbia l’avallo della maggiore associazione della città, il Mieli appunto, per poi metterla in minoranza.

L’ex (o redivivo) Coordinamento Roma Pride 2010 ha bisogno del Mieli per dare autorevolezza politica a un pride che, altrimenti, sarebbe una manifestazione di una parte del movimento. Piaccia o meno, a Roma il pride ha un nome specifico e quel nome è Mario Mieli. Piaccia o meno, ripeto.

Tra poco ci saranno le elezioni amministrative. Un pride “poco scomodo” per l’attuale maggioranza in Campidoglio e per quella futura, composta in primis e verosimilmente da PD e UdC, sarebbe auspicabile e le realtà del Pride romano del 2010 si sono dichiarate, in diverse occasioni, promotrici del dialogo con l’attuale giunta capitolina.

Non è un segreto, per altro, che diversi esponenti del Coordinamento Roma Pride siano interni ad alcuni specifici partiti di centro-sinistra. Adesso, vero è che a pensar male si fa peccato, ma se passasse l’idea di un pride depotenziato a livello politico – niente matrimonio, niente adozioni (come piace a GayLib), niente riconoscimento pubblico delle unioni gay e lesbiche, scarsa visibilità mediatica, percorso lontano dagli occhi della gente, ecc – la politica di palazzo avrebbe un alibi eccezionale: se anche i “nostri” gay non vogliono la piena eguaglianza giuridica, perché dovremmo concedergliela? Temo che la presenza di certi esponenti rischi di divenire un cavallo di Troia dentro il movimento, più che una ricchezza.

Non vorrei, ancora, che il prossimo pride romano fosse una vetrina politicamente appetibile per poter chiedere voti e poi disattendere, con l’avallo di chi quei voti li ha garantiti, ogni rivendicazione: matrimonio per tutti/e, unioni civili per tutte le coppie, legge contro l’omofobia e la transfobia, tutela dell’omogenitorialità.

Intanto è uscito un comunicato del Mieli, in cui si resetta quanto fatto precedentemente con l’ex coordinamento del 2010 e ci si avvia a un percorso in continuità con la storia del pride di Roma con quelle realtà che si riconoscono dentro le richieste di piena eguaglianza che contraddistinguono il movimento GLBT italiano e il comune sentire della cittadinanza realmente democratica del paese.

Tali realtà – in opposizione a ogni tentativo di istituzionalizzazione di apartheid giuridici, a cominciare dai DiCo – auspicano la laicità delle istituzioni e l’abbattimento totale delle barriere per il popolo arcobaleno nonché un progresso civico per l’Italia tutta.

Il pride di Roma, per dirlo in parole davvero semplici, torna a casa sua. Laddove è nato. Laddove è cresciuto. Ogni altra strada, per quel che mi riguarda, non porta da nessuna parte.

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38 thoughts on “Il Roma Pride torna a casa

  1. Dario trovo il tuo discorso ineccepibile purtroppo inficiato nella credibilità perchè nemmeno tu sei super partes in quanto collabori con un blog del mario mieli.

    Non ho motivo né intenzione di mettere in discussione la tua onestà o la tua buona fede che ti riconosco e non metto in dubbio.

    Però devi ammettere che il tuo partecipare alle attività del mieli non ti rende del tutto autorevole perchè sei parte in causa.

    Mi sembra che in questo agone politico dell’egemonia (del cavolo) nessuno abbia davvero la statura etica per poter additare l’altro e il lavoro politico svolto dal mieli all’europride mi sembra tutt’altro che politicamente incisivo.

    Il fatto stesso che Mario Mieli e Arcigay roma aprano due linee telefoniche di aiuto in qualche modo concorrenti l’una all’altra (aprendole a orari parzialmente sovrapposti e comunque discontinui) invece di unire le forze per impiegare i soldi pubblici per offrire quello che sostanzialmente è lo stesso servizio ai cittadini la dice lunga sull’incancrenimento di tutto il movimento su posizioni di egemonia politico economica che poco e niente hanno a che fare con le vere ragioni del movimento.
    Dico questo anche se personalmente mi sento più vicino al mieli che all’arci gay roma (e dai miei interventi lo si evince) ma non mi sembra che nessuna associazione possa essere additata per trasparenza politica, etica o economica.

    Detto questo il pride è del popolo non delle associazioni, nessuna, nemmeno lo storico mieli.

  2. Concordo con la chiusura di Alessandro: una delle cose maggiormente detestabili del Pride o di qualsiasi latra iniziativa GLBT qui a Roma è che porta sempre un marchio.
    Il Pride sarà a casa sua solo quando sarà una manifestazione degli omosessuali/bi(trans etc. e degli etero che sostengono la stessa causa.
    Finché “casa sua” è il Mieli, non lo sentirò casa mia.

  3. #Alessandro: io parlo a titolo personale, da militante di tre associazioni, Stonewall a Siracusa, Arcigay a Catania e Mieli a Roma. Come ben sai, ho abbastanza autonomia di pensiero per criticare ciò che non mi piace del movimento nella sua interezza. E sai anche che ho la sufficiente autonomia di giudizio per decidere da quale parte stare senza che questo mi porti a stilare classifiche di adeguatezza morale di questa o quell’associazione. Non volevo fare il papa dei gay, dico solo ciò che penso. Tra un pride ingessato, come quello di due anni fa, in cui si cantava “vittoria” sull’altro – vittoria de che poi? – e in cui si sottolineava la sobrietà dei partecipanti, e un pride di rivendicazione politica su temi specifici, a noi cari, io tifo per questa seconda scelta. Questo pride lo fa il Mieli? Ottimo. Lo fa l’associazione nella quale mi riconosco. Cosa c’è di sbagliato in questo? Per il resto il pride è di tutti e di tutte. Nel 2010 infatti, a titolo personale, avrei partecipato anche a quello fatto dagli “altri”, ma con non poche perplessità.

    #Roccia: invece all’estero, si sa, una volta l’anno migliaia di autonomi cittadini si presentano spontaneamente in una strada e in una piazza e fanno una manifestazione di omosessuali, trans etc, e di etero che sostengono la stessa causa. Mi chiedo se quando ci sono manifestazioni sindacali o di partito, tu non partecipi perché c’è il marchio. Poi ben venga lo “spontaneismo”. Mi chiedo quante volte, in modo spontaneo, siano nate iniziative come quelle che piacciono a te. La stessa “We have a dream” aveva un’organizzazione, dietro. Non c’era il marchio associativo, ma magari non sempre quel marchio non è un male. O no? Oppure il problema è che non ti riconosci nel Mieli, e ci sta pure. Ma mi chiedo: vuoi il matrimonio? Vuoi tutele? Vuoti una legge contro reati di omo-transfobia? Pensi che i genitori gay e i figli di gay debbano essere tutelati? Perché di questo si sta parlando, non di quanto ci debba piacere il Mieli.

  4. Penso che sia sciocco pensare che o una manifestazione è spontanea o deve portare per forza un marchio di fabbrica.

    Riguardo al riconoscersi nell’associazione che organizza le manifestazioni, dico solo che a Roma Casa Pound Italia organizza diverse manifestazioni per le ingiustizie in materia di alloggi. Motivazioni che condivido. Ma non partecipo alle loro manifestazioni. Indovina perché?

  5. non hai risposto alle mie domande… e non puoi paragonare un’associazione come il Mieli a un gruppetto di fascisti. È ingeneroso e offensivo.

  6. Dai che pizza tutti questi sproloqui!
    I fatti sono chiarissimi: la contesa è fra associazioni che vogliono fare cose insieme, pari con pari, coinvolgendo le altre realtà e i singoli nei modi in cui questo è almeno vagamente ragionevole, e chi invece non vuole cedere neanche una briciola di sovranità (il Mieli) e spinge verso un assemblearismo parademocratico che serve solo a prendere decisioni altrove e farle ratificare.

    Anche se io sono assolutamente di parte, non ci vuole un genio a capirlo. Continuerà ad essere una contesa frontale, con queste dinamiche perché nonostante tutti gli sforzi di una parte (chiamare riunioni, ascoltare tutti, sciogliere il coordinamento, ecc.), dall’altra parte la risposta è sempre stata, di fatto, o si gioca con le mie regole, o non si gioca. Questo non è democratico, anzi è il contrario, è l’essenza stessa dell’egemonia autoritaria, che non chiamo fascista per riluttanza e attenzione a non scendere nella china ideologica che impedisce il confronto.

    E’ chiaro che di fronte a questo stallo o si sta alle regole dei prepotenti che occupano le assemblee manu militari, oppure si fa saltare il gioco e lo si delegittima. Può non piacere, ma le dinamiche avvitate su sé stesse prima o poi, nell’interesse di tutti, devono saltare.

    Arcigay, Arcilesbica, Azionetrans, Gaycenter, GayLib hanno dichiarato che parteciperanno al Pride, ma non alla sua organizzazione, nelle forme e nei modi che in piena libertà, come tutti, decideranno di adottare. Certamente, non faranno un contro pride e non boicotteranno il pride come fecero gli irresponsabili del 2010.

    Per chi sa leggere i giochi sono scoperti. E non hanno assolutamente nulla a che fare con le imminenze elettorali e con la natura più o meno “sobria e morbida” dei pride.

  7. @Guido Allegrezza

    Leggo e mi stropiccio gli occhi a metà tra la risata e lo stupore.
    Mi chiedo quale ABISSO divida arcigay, mieli,aricilesbica etc. etc. quando si scende in piazza per rappresentare le nostre legittime rivendicazioni, che poi si riassumono concretamente in due punti: matrimonio e leggi (meglio se la Mancino estesa) contro le aggressioni omofobe.
    Il resto è sproloquio. E’ bottiglie che volano. E’ comitati “pandmocratici” o “politburo” sciolti e ricostituiti in balletti che non si capiscono.
    Che difficoltà c’è a scendere in piazza tutti insieme? a me che ho scelto di non partecipare a queste dinamiche e che utilizzo il mio impegno in altri ambiti lgbt tutta questa storia sembra solo l’ennesima bega italiota impastata di visibilità e assolutamente lontana dai problemi concreti.
    Su questo hai ragione, è tutto visibile, sopratutto il narcisismo che impedisce di rinunciare alla propria piccola identità per pensare al bene superiore e comune.
    Per questo andrò al Pride Nazionale, perché è importante partecipare, ma non a quello romano, sempre se si organizzerà, perché ho la libertà di scegliere come impiegare la mia vita, e rigetto come una aggressione sul piano personale qualsiasi tentativo di definirmi “irresponsabile”. Queste etichettature fanno il paio con le bottigliette volanti ben identificate, perché non criticano la posizione ma attaccano la persona. Partecipare o no è una scelta POLITICA e come tale va intesa.

  8. Guido, tu puoi pensarla come credi, ma io non posso riconoscere come degno di dialogo chi, come te, in modo immotivato insulta il suo interlocutore e esprime pubblico disprezzo per chi non la pensa allo stesso modo. Mi spiace.

  9. Non mi sembravano domande che attendessero risposta.
    Tu piuttosto hai sviato il discorso dal nocciolo della mia osservazione: aut Mieli aut nihil? O spontaneismo o marchio di fabbrica?

    E quanto al Mieli: sì, si può fare il paragone in quanto sono due associazioni. I paragoni si fondano sulla parte in comune, non sulle differenze (altrimenti si chiamano “sinonimi”).

    Riguardo alle tue domande (Ma mi chiedo: vuoi il matrimonio? Vuoi tutele? Vuoti una legge contro reati di omo-transfobia? Pensi che i genitori gay e i figli di gay debbano essere tutelati?) mi sembra tanto lo stile della campagna di Berlusconi: “Volete una sinistra che metterebbe l’ICI? Volete uno stato di polizia? Volete essere spiati a casa vostra? Volete le risse in tv?” (http://youtu.be/02cvhwSXZ5s). La risposta è ovvia.
    È la premessa che è sbagliata: solo appoggiando il Mieli e facendo organizzare tutto a loro si otterranno queste cose? E chi non appoggia il Mieli è contrario ai matrimoni, alle tutele etc.?
    Ma andiamo!

  10. #Roccia: l’alternativa è tra due piattaforme, una interna alle richieste del movimento a livello nazionale, l’altra benevola nei confronti del potere politico che non vuole darci nulla. Ti contestavo la polemica sul marchio, sollevata da te. Le lotte sindacali sono fatte da specifici “marchi”. Tu non ci vai perché non ce lo vuoi, quel marchio? Poi, si sa, puoi decidere di non aderire a una lotta, ed è legittimo. Ma tu non contesti l’aderenza o meno a un progetto politico portato avanti da una realtà piuttosto che da un’altra, tu dici, correggimi se sbaglio, che tutta la lotta è sbagliata perché portata avanti dal Mieli. Mi permetti di dirti che mi sembra una prospettiva miope?

    E, ribadisco, paragonare due associazioni, una di militanti che si muovono dentro il dettato costituzionale (il Mieli) e l’altra basata su un sentire politico non previsto dall’ordinamento democratico (Casa Pound), mi sembra offensivo.

  11. Dario quel che non noti (e non lo noti perchè per te non c’è altrimenti nn ci militeresti) è che il modus operandi del Mario Mieli a livello di dirigenza non è così diverso da quello delle associazioni che tu definisci “altre”. Perchè se gay lib è pavido e non vuole le adozioni e i matrimoni ma si “accontenta” delle unioni civili per me lo stesso hanno diritto di partecipare al pride e anche di aiutarlo a organizzare convinti che pur se cercheranno di influenzare la linea politica del pride non ci riusciranno perchè in minoranza.., In quanto a legittimare le attuali forze di governo non mis sembra che il mieli non prenda soldi dalle stese istituzioni di arci gay roma. Allora cosa è che le differenzia L’attestato di democrazia presunta al mieli e quella mancata ad arcigay roma? dai questa è partigianeria bell’e buona.

    Sulle motivazioni e gli scopi del pride siamo d’accordo ma che il pride torni a casa tornando al mario mieli per favore non offendere l’intelligenza mia e degli altri lettori del tuo blog. E la piattaforma di rivendicazione dell’europride è molto indietro rispetto a quella “morbida” del pride 2010, pride con gli organizzatori del quale non per d’accordo ma che non mi sarei mai sognato di boicottare come ha fatto il mieli e tutti quelli che illudendosi di essere a sinistra (ma che a sinistra poi tanto non sono) si sono erti a moralizzatori del movimento!

  12. #Alessandro: ripeto e capisco, piaccia o meno c’è una tradizione. Un po’ come i sindacati con il 1° maggio. Se un domani i partiti volessero “addomesticare” quella manifestazione, il suo valore simbolico, e se accadesse che la CGIL si riprendesse l’organizzazione dell’evento, non sentiresti di dire che il Concertone è tornato laddove è stato concepito, creato e fatto crescere? Il pride, ha Roma, ha un nome, e non credo di dirlo io, credo sia un’evidenza.

    Riguardo al resto: come sai ho scritto un post in cui contestavo la scelta di “Noi non ci saremo” e personalmente credo che Gaylib abbia tutto il diritto di voler intervenire, di portare migliorie o cambiamenti, di dissentire. Ma le richieste del movimento, a livello nazionale e mondiale, sono quelle. Forse è Gaylib che è un attimo indietro, rispetto al resto del mondo, anche rispetto a quella destra europea nella quale vorrebbe riconoscersi ma che in Italia, di fatto, non esiste? E perché tutto il movimento dovrebbe fare un passo indietro per compiacere una sua componente?

    Ancora, confondi istituzioni e partiti. Io credo che lo Stato abbia il dovere di sovvenzionare i cittadini e le cittadine riunuti/e in associazioni per finalità benefiche e culturali. Questo non lo discuto nemmeno agli “altri”. Il problema è quando la politica pretende di ingabbiare le richieste del movimento.

    Il Mieli, almeno fino ad ora, non cede su queste richieste e va avanti nelle rivendicazioni che, negli altri paesi, sono realtà.

    Vogliamo confrontarci su questo? Poi, se come dici tu, sono tutti uguali, allora poi ognuno si sceglie i punti di riferimento che crede più vicini al proprio sentire. E nemmeno questo contesto. Io guardo al progetto e il percorso degli altri non mi convince. Sarò libero di essere “partigiano”?

    Concludo ricordandoti, in nome del fatto che sono tutti uguali, nel bene e nel male, che fino a ora non avevo visto nessuno dichiarare pubblicamente il proprio disprezzo (a me e ad altri, per intenderci), solo perché si hanno idee diverse. Né ho visto aggressioni fisiche e minacce verbali da parte della mia “fazione” contro la parte avversaria. Tra gli “altri” queste cose accadono. Forse, prima di lamentarti degli insulti che io farei alla tua intelligenza (e credimi, io non insulto nessuno), dovresti criticare gli insulti veri che sono stati documentati nei giorni precedenti a danno di persone del movimento.

    Scusa se ho fatto la mia scelta, ma al momento, con tutto quello che si può contestare (anche) al Mieli, mi sembra quella più idonea al mio sentire.

  13. Solo una cosa mi è chiara: che al di fuori di un piccolo gruppo di attivisti, questa diatriba non interessa (giustamente) nessuno. E che, però, questa diatriba rischia di avere effetti negativi su tutti. Mi ricorda tanto la cara politica all’italiana, manca solo Bruno Vespa…
    p.s.: smettiamola almeno di prendere in giro il PD, quando il nostro movimento si comporta in maniera ben peggiore…. (link: Pride VS Pride, il movimento è diviso)

  14. l’alternativa è tra due piattaforme, una interna alle richieste del movimento a livello nazionale, l’altra benevola nei confronti del potere politico che non vuole darci nulla.
    E che secondo te coincidono con: Mieli = chiede le cose giuste – Arcigay = colluso con il potere. Ripeto: siamo sicuri che queste premesse siano vere? E ribadisco: solo appoggiando il Mieli e facendo organizzare tutto a loro si otterranno queste cose? E chi non appoggia il Mieli è contrario ai matrimoni, alle tutele etc.? Ma andiamo!

    Su questo punto, Dario, nonostante la stima e la simpatia che ho per te, penso non riusciremo mai a capirci. Tu dividi il mondo in chi la pensa come te (ed è nel giusto) e chi non la pensa come te (ed è nel torto). Io invece penso che diversità non faccia rima con “errore” o con “peggiore”. E siccome sono anche convinto che “Le discussioni non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno” (http://inwonderchat.blogspot.com/p/la-legge-del-roccia.html) e che le idee cambiano grazie ad altri fattori, temo ci sia poco da aggiungere.

    Ps. Qui sopra a caratteri cubitali c’è scritto “Replica al commento SI elfobruno”.

  15. #ilGrandeColibrì: in realtà questo post è uno dei più letti negli ultimi giorni, qui sul blog, e tra i più commentati… per il resto, mi chiedo se tu leggi le piattaforme degli eventi politici ai quali partecipi. Perché sai, marciare tra chi vuole tenersi buono Alemanno e marciare in nome della piena uguaglianza c’è una differenza notevole, eh!

    #Roccia: veramente la tua è una semplificazione di un discorso un attimo più complesso, ma va bene, se non ci incontriamo non ha senso discuterne. Io mi limito a partecipare e a portare avanti un progetto. Sono sicuro che tu farai altrettanto.

    P.S.: poi mi dirai perché tu puoi pensare l’opposto di quanto penso io mentre il mio ragionamento è, a priori, già sbagliato.

  16. @Roccia
    Cosa impedisce a arcigay, arcilesbica, gay lib e mieli di organizzare insieme un pride? tranne gaylib sono tutti d’accordo (spero) su matrimoni, antiomofobia, adozioni. Quindi? E’ un problema di quante interviste, quanti logo, quanti carri, quanti che?
    Basta con i sofismi: siamo o non siamo tutti froci, lesbiche, bsx e trans con gli stessi problemi? E allora che tutti abbassino le penne e spieghino le questioni di sostanza, non di forma.
    Il resto è menare il can per l’aia, o meglio, per usare un francesismo vagamente eterosessista, un prenderci reciprocamente per il culo. E senza divertimento ;)

  17. Nel documento dell’Europride di Roma:
    * le parole MATRIMONIO e ADOZIONE non appaiono neanche una volta.
    * si parla esclusivamente di TRANSESSUALISMO e mai di transgenderismo, concentrando ossessivamente il tema sulla
    * si parla di INTERSESSUALISMO e di QUEER solo a margine, operando una rimozione gravissima

    Tutti questi temi, invece erano ampiamente citati e ribaditi più volte nel documento del Roma Pride 2010, in assoluto il più completo ed avanzato documento di piattaforma politica e rivendicazioni che il movimento abbia MAI PRODOTTO. Si trattava di aspetti e richieste irrinunciabili e prioritari, cui si è pervenuto con un lavoro di confronto e di ascolto delle realtà e delle persone che vi hanno contribuito in un percorso lungo ed approfondito, NEGATO da chi ha ORGOGLIOSAMENTE BOICOTTATO il Roma Pride 2010 e che oggi si appresta ad APPROPRIARSI del Roma Pride 2012.

    Ciò detto, per cortesia, qualcuno mi dia una spiegazione ESAURIENTE, CONVINCENTE e FATTUALE del motivo per cui il Roma Pride del 2010 era “morbido” rispetto alla brodaglia risciacquata dell’Europride.

  18. @Guido Allegrezza
    Al contrario, qualcuno spieghi perché ORA non si rinuncia ai distinguo e si conclude qualcosa. E’ una questioni di cappelli o di sostanza?
    Io vedo solo una questione di cappelli – se nel manifesto c’è scritto matrimonio, adozioni, antiomofobia non me ne importa un fico secco CHI lo organizza.
    Il punto è solo questo: perché insieme no?
    Il Comitato Roma Pride vuole la stessa cosa del Mieli e delle altre associazioni? Se la risposta è sì, si organizza INSIEME.
    Altrimenti è la solita minestrina narcisista a cui sono fiero di non partecipare e che ha contribuito a bloccare il movimento al punto in cui siamo.

  19. http://www.europrideroma.com/Documento+politico.html?sezione=54&lang=it

    Guido, bruttissima storia allora… avete partecipato a un Europride senza leggere il richiamo alla Carta dei diritti, aderendovi in tutto e per tutto.

    Ti rimando, infine, alle dichiarazioni di alcuni tuoi compagni di percorso che hanno invitato Alemanno a parlare pubblicamente dai palchi di ben note strutture a dire che il matrimonio e i diritti in generale ce li possiamo scordare.

    Poi tu mi spiegherai che credibilità può esserci in un coordinamento in cui alcuni suoi componenti insultano, minacciano e aggrediscono fisicamente l’interlocutore.

  20. @Stefano Ventura

    non mi far fare la fatica di scrivere di nuovo, leggi quello che ho scritto nei precedenti commenti e troverai la risposta.

    Non ci sono sostanziali distinguo sui contenuti, ma le pratiche sono escludenti. Non chiedere a me la soluzione, perché non ce l’ho. Quest’anno (come avvenuto già in passato), alcune associazioni non parteciperanno alle attività di preparazione del Pride, non si sa se firmeranno il documento politico e saranno presenti in piazza, con gli stessi diritti e nelle forme che vorranno. In fin dei conti non è nulla di grave, perché nessuna di loro si sognerà di boicottarlo.

  21. #elfobruno: Li leggo eccome e con gli amichetti di Alemanno non faccio molta simpatia. Mi chiedo solo a chi davvero interessano certe discussioni, che sono lontane anni luce dall’esperienza quotidiana di quelle persone che le associazioni vorrebbero rappresentare…

  22. #ilGrandeColibrì: io faccio parte di tre associazioni. Tutte e tre non pretendono di rappresentare nessuno, sono fatte da persone che portano avanti un progetto che è quello di creare una società più giusta e egualitaria per tutti e tutte. Tu stai dentro un’associazione, per caso?

  23. Dario, quanta inutile retorica nelle tue parole. Io ti pongo questioni fondamentali e tu svicoli. Rispondi a quello che ti chiedo. Non sottoporre altri temi. Sei sullo stile di Rossana. Se si tocca un punto nodale, si rilancia su un altro tema.
    Il richiamo alla Carta dei diritti è GENERICO. In un documento politico le PAROLE SONO SLOGAN. Ricordo un Pride in cui spendemmo ore a discutere se e quante volte usare la parola testardamente nel documento politico. E mi vuoi dire che non si può porre in discussione la mancanza delle PAROLE CHIAVE del movimento? Io illazioni sulla paiggeria verso le istituzioni non ne faccio. Ma tu sii onesto e rispondi alle questioni centrali che di pongo. Oppure no, tanto fa lo stesso. Siamo rane che giocano a chi gracida più forte.

  24. Non solo… ma come la mettiamo con la COMPLETA RIMOZIONE del tema delle malattie sessualmente trasmesse e della loro prevenzione nel documento dell’EUROPRIDE? Non c’è nessun riferimento a questi temi… e questo sarebbe il documento politico della manifestazione europea del movimento LGBTQI?

    Ma per cortesia….

  25. @Guido Allegrezza
    Scusa ma insisto: pratiche escludenti non vuole dire nulla. Si tratta concretamente di organizzare una parata e le attività collaterali: non è una questione sui massimi sistemi – riesco a immaginare anche io che non ho competenza in merito almeno un paio di soluzioni. Comunque Non chiedo a te la soluzione, ma so che hai partecipato come molti alla vicenda. E a tutti pongo un problema che è il problema di tutti: sto (stiamo) senza diritti. Tutti allo stesso modo. Le differenze di pratiche si superano SENZA spaccature perché condividiamo tutti la stessa condizione e chiediamo le stesse cose.

  26. Sbagli Stefano. La questione, l’ho già detto (uffa) è di cessione di sovranità. rileggi il primo commento che ho fatto in questa discussione e avrai la risposta. però fallo.

  27. #elfobruno: Nei comunicati stampa tanto del Mieli tanto di Arcigay&Co. si fa riferimento a un vaghissimo “tutti” (o “tutte e tutti”): non significa forse voler rappresentare qualcuno? (Anzi, più ambiziosamente “tutti”).
    Sì, faccio parte (spesso criticamente) di associazioni e pure di una rete informale di attivisti per i paesi arabo-islamici, ma il punto non mi sembra fare confronti tra “chi ce l’ha più lungo”, no? Mi sembra che si ricada sempre nei meccanismi tipici del confronto sterile.
    Il punto che proponevo è: siamo sicuri che, da una parte o dall’altra dello scontro, si stia facendo qualcosa di utile per qualcuno? Di interessante per qualcuno (e non solo per i soliti quattro gatti che bazzicano – meritoriamente, sia chiaro – nelle associazioni)? Cosa si potrebbe fare di più utile/interessante?

  28. #ilGrandeColibrì: non sto sminuendo il tuo operato, volevo solo capire se eri l’ennesimo esterno che critica le associazioni senza far nulla per migliorarle. Tutto qui.

    #Guido: ti ho risposto – contrariamente a te – ed è davanti agli occhi di chiunque, soprattutto quando ti dico come si può scrivere un documento sul matrimonio con chi avalla il pensiero di Alemanno contro il matrimonio, invitandolo nei propri spazi!
    Sai per altro che non ti considero un interlocutore. Non mi piace chi offende i propri interlocutori.

    Per il resto, e spero sia chiaro a tutti, io darò il mio contributo, sicuramente modesto e limitato, ma reale, per l’organizzazione di un Pride in cui credo.
    Gli altri facciano ciò che reputano più opportuno: non partecipare, schifare, scrivere sul web, indigarsi e non muovere un dito. Sicuramente queste pratiche avranno delle conseguenze.

    Per me le chiacchiere finiscono qui.

  29. @guido allegrezza
    il commento l’ho letto. Ed è qui il punto: SOVRANITA’? Ma di cosa stiamo parlando? Di scrivere un documento? Di decidere chi sfila prima alla parata? Di cosa?
    La sovranità è di chi opera concretamente per arrivare a quei tre punti fondamentali (matrimonio, legge antiomofobia, adozioni). Una parata è una parata. Un documento è solo un documento e la collaborazione è l’unica nostra forza. Tutto il resto IMHO è l’esatto contrario del nostro interesse.

  30. La questione è che quando si cerca di organizzare un Pride con modalità diverse dai precedenti, perché se ne sente la necessità viva dio, il dibattito politico e democratico è essenziale.
    Si è discusso due intere giornate sulle modalità e quando sono uscite diverse proposte (nessuna dal mieli) invece che discutere su di quelle si “ribalta” il tavolo con la scusa che la democrazia è una pratica troppo lunga e noiosa.
    Stocco l’ha detto con parole molto chiare che si possono vedere in questo video


    .
    “le associazioni che condividono un principio di responsabilità appartengono al coordinamento, non ci sono alte proposte sul tavolo” minuto 10,30

    La democrazia sarà anche lunga ma è l’unico metodo che conosco,

  31. Damiano, se mi spieghi come si esce da uno stallo come quello che si era prodotto, con la convocazione di una quarta riunione che tornava essenzialmente alle pratiche assemblearistiche mantenute fino al 2009, io accetto la critica.

    Spiego cosa intendo con le pratiche assemblearistiche.

    Un consesso è democratico se è formato da tutti i singoli che hanno il diritto/dovere di presenziare all’assemblea perché riguarda questioni che impattano su di loro (democrazia diretta), oppure se è formato dai soggetti che RAPPRESENTANO la comunità di riferimento, eletti secondo le regole che la stessa comunità si è data (democrazia rappresentativa).

    In ogni altro caso, se non partecipano tutti gli aventi diritto/dovere o se l’assise non è rappresentativa, l’assemblea non costituisce un soggetto deliberante a nome di tutti, ma solo un luogo di dibattito e di confronto. In questo caso si parla di ASSEMBLEARISMO, ovvero della capacità di una componente di catalizzare un numero sufficiente di soggetti da convogliare nell’incontro, in modo da determinare il consenso a favore delle proprie proposte. Ovviamente, si tratta di una pratica che ha serissimi impatti sulla legittimità delle decisioni prese, che la volta successiva possono essere ribaltate da un’altra parte, che adotti una pratica analoga.

    Dunque, è del tutto evidente che l’ipotesi della democrazia diretta è praticabile solo in ambiti ristretti, collegati fra loro e capaci di raggiungere il luogo delle decisioni in tempi ragionevolmente brevi.
    La seconda ipotesi, democrazia rappresentativa, è quella che dà le maggiori garanzie rispetto alla stabilità delle decisioni (non alla conservazione dello status quo) e non ha caso è quella che caratterizza, assieme ad altri strumenti di rango costituzionale, le democrazie moderne.

    Ora, appare del tutto evidente che le assemblee per il Roma Pride 2012, per come erano strutturate non erano mai rappresentative di nessuna volontà della comunità, ma tantomeno delle associazioni convenute. Erano e sono sempre state improntate al confronto e alla discussione, nella speranza che il dibattito potesse portare ad una sostanziale condivisione su elementi comuni ai presenti, nell’interesse della comunità. L’intento non poteva che essere di realizzare un comitato di soggetti interessati a CONDIVIDERE LE RESPONSABILITA’ organizzative (nelle forme della democrazia rappresentativa), lasciando aperta a tutti la possibilità di partecipare, in altra sede plenaria (ispirata alla democrazia diretta), alla individuazioni delle linee di indirizzo politico e alle scelte di impatto politico.

    Si trattava dunque di un tentativo di MEDIAZIONE fra le esigenze differenziate, contrastato da una maggioranza temporanea che tendeva a riportare, con la nuova ed ulteriore convocazione, alle modalità assemblearistiche, attraverso le quali avrebbe potuto garantirsi (come accade sistematicamente) un consenso predefinito tale da far apparire democratiche decisioni e processi che non lo sono.

    Dunque, delegittimare il ritorno alla pratica a-democratica del’assemblearismo a maggioranze predefinite e non sostenute dalla consultazione “popolare” era l’unica strada perseguibile da chi non accetta la logica della prevaricazione assembleare ed invece crede nella forza del consenso che non può che essere mediazione fra posizioni diverse, nell’interesse o in nome di chi legittimamente non ha tempo e voglia di partecipare a questi difficilissimi ed estenuanti processi di natura democratica.

    Nella pratica assemblearistica, il vizio di origine è proprio nella totale assenza di rappresentatività. Spesso si usa lo slogan “una testa un voto” per dare dignità a questa pratica, dimenticando che “una testa, un voto” fa riferimento al fondamentale diritto di cittadinanza di partecipare alle decisioni attraverso legittime forme elettive, attraverso le quali si formano le assemblee che hanno veramente il carattere della rappresentatività.

  32. @Guido Allegrezza

    grazie della lezione, forse qua e là era volutamente tecnica, ma ognuno ha il suo stile di argomentazione.
    Però credo che il tuo intervento non sia affatto pertinente, semplicemente perché il Pride è una iniziativa di chi si prende la responsabilità di farlo, richiamando la maggioranza che non è organica ad alcun gruppo e che spesso è anche “velata”. Insomma parliamo di una comunità in atto e di una comunità potenziale. Gruppi e associazioni e singoli agiscono semplicemente per iniziativa privata di fronte ad un vuoto e chiamati da un IMPEGNO ETICO che sentono verso se stessi e verso chi condivide la loro stessa condizione.
    Questo basta per appianare qualsiasi divergenza, che è e rimane solo formale.

    Allora, per essere ingegnere, ti direi che per uscire dall’empasse:
    1) si decide un documento politico, che può essere la fotocopia della fotocopia della fotocopia di ogni documento politico di un qualsiasi Pride in Italia perché chiediamo da anni le stesse 3 cose. Ovvero si converge sul MINIMO COMUN DENOMINATORE per cui tutti andiamo in piazza compatti;
    2) Ogni associazione(gruppo/comitato/coro/compagnia teatrale/caravanserraglio etc. etc.) aggiunge al documento generale il proprio dove precisa gli ulteriori significati del suo impegno;
    3) i partecipanti propongono le iniziative collaterali che sanno di poter portare a termine;
    4) feste e cotillon: liberi tutti – il più simpatico e organizzatore e discotecaro avrà più consensi;
    5) sul palco tutti, tempi contingentati

    E cmq, a parte la botta ingegneristica, l’unico messaggio essenziale IMHO è che l’unanimità va raggiunta sul minimo comun denominatore politico.
    Se non c’è questa unanimità, mi spiace ma qualcuno non condivide la nostra condizione di gay lesbica trans bsx – ovvero non è davvero preoccupato di non potersi sposare, di non essere tutelato dalla violenza, di non poter adottare figli. Quindi non dovrebbe avere voce in capitolo, ma dedicarsi ad altre battaglie.

  33. yeah stefano, praticamente avverrà esattamente quello che dici te.
    Solo che dal palco parleranno solo quelli che deciderà il sedicente comitato. Fidati è quello che è successo sempre.

  34. Pingback: It’s happening in Rome « asdrubale-rolling

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