Veltroni di destra? Più che un dubbio, un’evidenza

Vendola, su Veltroni:

C’è anche un’altra idea nel Pd, quella di Walter Veltroni, secondo cui la contesa politica deve essere sostanzialmente tra due destre: una cialtrona, sguaiata, plebiscitaria e razzista, di Bossi e Berlusconi; una (la sua), colta, col loden, non insensibile sul tema dei diritti civili, più europea, costituzionale.

E Veltroni risponde:

Il vecchio vizio di attribuire l’etichetta di traditore o nemico a chi non la pensa come te è pericoloso e inaccettabile. Non è possibile accettare l’idea che chi non la pensa come Vendola è di destra. Le scuse di Nichi sarebbero gradite

A sua volta interviene Mussi, che dice:

Sì, caro Walter, brutta cosa appiccicare etichette. Come quelle che nel 2008 portarono all’esclusione della sinistra ‘per definizione’ solo e sempre ‘radicale’, e a una drammatica sconfitta elettorale del centrosinistra. O come quella che ogni giorno mette d’autorità fuori dal campo ‘riformismo’ chiunque non canti nel coro della sterminata maggioranza economica, politica e mediatica che sostiene il governo in carica

E dagli torto…

Veltroni è il rappresentante di un progetto politico che lascia intatto un certo tipo di storture: quello che abolisce i diritti ai lavoratori, soprattutto se dipendenti, che prende le difese dei potenti, a cominciare da Marchionne, che toglie finanziamenti alle scuole pubbliche (quasi azzerati negli ultimi quattro anni) per poi regalare quattro miliardi di euro alle scuole cattoliche (e poi magari non gli facciamo pagare nemmeno l’IMU), che cura gli interessi delle gerarchie vaticane e dei potentati economici.

Sempre Veltroni ha, inoltre, determinato la fine della sinistra in Italia, ha riconsegnato il paese a Berlusconi e ha regalato Roma ad Alemanno, ha tradito il proprio elettorato GLBT bocciando il registro delle unioni civili quando era sindaco.

Il sospetto che sia di destra dovrebbe essere solo formale. L’evidenza della sua storia politica abolisce il dubbio. Potrebbe smettere coi suoi piagnistei e cercare di non avere vergogna di ciò che è diventato. O si fa male da solo. No?

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Marines gay, baci e parole (un po’) fuori luogo

Affermare che l’immagine dei due marines gay sia ormai diventata un piccolo cult iconografico della cultura e della lotta politica GLBT è quasi lapalissiano. L’evidenza è tale nella stessa misura in cui è vigoroso l’abbraccio e lo stesso movimento scenico dei due corpi che si cercano, per fondersi in un bacio, in un atto di affetto veicolato dalla fisicità, dopo la lontananza, la guerra, la nostalgia.

L’amore tra i due soldati diventa, in pratica, metonimia dell’amore universale, piaccia o meno ai nostri cultori della famiglia “tradizionale”, da Ratzinger in giù. Credo, infatti, che chiunque (a prescindere dal proprio orientamento, purché libero da pregiudizi) possa riconoscersi in quel sentimento verbalizzato nella dicitura “bacio gay”, ma concreto nell’incontro di due labbra mosse dalla volontà di esprimere un’emozione, affettività, sostegno reciproco.

Per il resto, potremmo poi chiederci: ha davvero poi importanza chi compie quell’atto? Ha senso la connotazione che deriva dal bacio tra due maschi? Un bacio non è sempre e solo un bacio? Le implicazioni sono varie, articolate e complesse e si deve rispondere che sì, ha importanza quel bacio e deve definirsi “gay” perché oggi fa ancora differenza essere o meno eterosessuali nella nostra società. Ma non è di questo che voglio parlare.

Un plauso, quindi, al sergente Morgan e al suo compagno Dalan Wells, che hanno semplicemente deciso non solo di dare un nome alle cose, ma di concedergli corpo. Perché è questo che accade in natura. I fenomeni sono tali quando si concretizzano. E ciò che si è concretizzato non è un atto sessuale, ma un fatto d’amore. Occorre tener ben presente questa distinzione.

E poi, magari, farla notare al Corriere che, in modo garbato e politicamente corretto, rispolvera ancora i concetti di “ostentazione” e di “tendenze sessuali”. Diremmo mai che il bacio di Doisneau è l’esibizione dell’eterosessualità? Una manifestazione affettiva deve per forza essere ricondotta alla sua dimensione sessuale, che a ben vedere è conseguenziale al sentimento stesso?

La prima forma di discrimine – e si badi, uso questo termine e non discriminazione – sta sempre nel linguaggio che usiamo. Credo, inoltre, che l’articolo in questione non abbia nessun intento denigratorio. C’è però qualcosa di più profondo, di sotterraneo. Lo stesso processo per cui si usa il maschile per indicare tutta la popolazione, o per cui ci si rivolge allo straniero – specie se non bianco – col “tu”. Un minimo di attenzione lessicale non guasterebbe.

Proprio per dare un senso definitivo al bello e al giusto che c’è – ed è evidente – anche nelle parole di chi ha scritto quell’articolo.