Nozze gay: anche la regina Elisabetta dice sì

«Il governo sta promuovendo una società giusta in cui le persone si rispettino. Credo che se una coppia sia ama e vuole impegnarsi per una vita in comune, dovrebbe avere la possibilità di celebrare un matrimonio civile, a prescindere che si tratti di una coppia di omosessuali o di eterosessuali. Non vogliamo cambiare il matrimonio religioso, o chiedere ai gruppi religiosi di andare contro le proprie tradizioni».

Queste le dichiarazioni al quotidiano The Independent del ministro britannico per le Pari Opportunità, Lynne Featherstone. Una posizione di buon senso, che guarda ai legami affettivi delle coppie. Se due persone si amano e lo vogliono, devono potersi sposare. Se la coppia è formata da eterosessuali o meno, il significato di quell’affetto non cambia e non cambia nemmeno di fronte alla legge.

Un principio laico e liberale, che in Europa non solo è appannaggio della sinistra – almeno quella non invischiata in unioni contro natura con forze ultramoderate e omofobe – ma anche delle destre democratiche, come il Partito Conservatore del primo ministro inglese Cameron.

Pare, inoltre, che persino la regina Elisabetta parlerà di questo provvedimento nel suo discorso di primavera, dando pubblicamente il suo benestare nonostante le riserve delle frange più conservatrici – e cattoliche, manco a dirlo – del Regno Unito.

Va notato, ancora, un aspetto fondamentale: in Gran Bretagna sono già state approvate le civil partnership, le unioni civili che equiparano quasi del tutto coppie gay a coppie etero regolarmente sposate. La battaglia che si sta avviando oltre Manica non vuole introdurre qualcosa di nuovo, insomma, bensì vuole equiparare al 100% i sudditi di sua maestà di fronte alla legge. E l’equiparazione avviene anche dando il giusto nome alle cose: matrimonio, per tutti.

Faccio notare che mentre a Londra, quindi, laburisti (all’opposizione), conservatori e liberali (al governo) si apprestano a votare l’estensione del matrimonio alle coppie gay – e mentre anche i settori religiosi si dichiarano a favore delle unioni civili, purché non siano chiamate matrimoni – a Roma i radicali, insieme a IdV e a SEL, oltre alle associazioni laiche e GLBT, stanno raccogliendo le firme per l’istituzione del registro delle unioni civili al comune.

In merito a tale questione, il maggior partito della “sinistra” italiana, il cosiddetto Partito Democratico – ostaggio delle componenti cattolico-integraliste capeggiate da personaggi tristemente noti – non ha, ancora e tuttavia, una linea ufficiale in merito su un provvedimento per lo più simbolico.

Ci si chiede: se non si è in grado di realizzare piccole cose, dentro quel partito, come faranno a dar corpo a una politica più grande, come quella del conservatore Cameron in Inghilterra o del socialista Zapatero in Spagna? La strada è lunga. Non vorremmo fosse quella di un’ulteriore diaspora verso Londra, dopo quelle già percorse da migliaia di gay e lesbiche verso Spagna, Francia e Germania per potersi sposare, unirsi civilmente o per poter avere dei figli.

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