Il mare arrabbiato di Lidia

mareggiata04Quel giorno Lidia mi chiese se poteva sedersi vicino a me. Non era la mia ora di lezione, stavo solo facendo una supplenza. Avevo detto ai ragazzi di fare i compiti per il giorno dopo, mentre io interrogavo qualcun altro sull’analisi del periodo. Tra qualche mese hanno gli esami, in fondo.

Lidia era abbastanza pensierosa.
«C’è qualcosa che non va?»
«Nulla…»
Ma i suoi occhi erano rivolti verso il vuoto, non mi cercavano, non trasmettevano il suo solito sguardo di spensieratezza e leggera irriverenza.

Crescono in fretta i ragazzi di periferia, pensavo. Se portassi Lidia, o tutti gli altri, in una seconda o in una terza di liceo, si confonderebbero con ogni facilità. Sono più grandi, anche fisicamente. E più svegli. Hanno cercato il mio nome su Google ed è venuto fuori il mio vissuto da militante gay. Soprattutto i video su Youtube. La cosa li ha destabilizzati, credo sia la prima volta che si trovano di fronte un omosessuale dichiarato. Qualcuno mi ha fatto pure un brutto scherzo. E la voce è girata, per la scuola. Qualche allievo mi chiama pure Elfo Bruno, per i corridoi…

A tutto questo, pensavo, allo scompiglio portato, senza volerlo. Al fatto che nelle cosiddette scuole “difficili” diventi forte a tua volta, anche se controvoglia. E poi, in mezzo a questa selva di pensieri, Lidia si gira e il suo sguardo è un’onda di mare arrabbiato.

«Le devo dire una cosa importante.»
«Dimmi pure.»
«Mi imbarazza…»
«Non lo dirò a nessuno.»
«Riguarda lei.»
Riesco a convincerla, solo sorridendo e con poche parole. E quindi Lidia mi dice che sì, lei mi stima. Perché ha visto i filmati. E lei, al posto mio, non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. Di venir fuori. E non perché pensa che essere gay sia qualcosa di sbagliato. Ma perché avrebbe paura. Tutto questo mi dice, con voce un po’ spezzata, ma subito dopo forte, a sua volta.
«E anche Miriam lo pensa.» Mi confessa alla fine.

E dal fondo dell’aula, Miriam, anche lei, col suo sorriso che è un’alba dopo la pioggia, mi dice che è vero. E di seguito, anche Stefano.
«Ma prof, io la stimavo anche prima di saperlo, eh!»

E sorridono. E sono bellissimi. E io, per non commuovermi, divento un po’ burbero e la butto sul ridere.

Ho parlato dei miei allievi, ma non ho usato i loro nomi reali, in questa storia che è assolutamente vera. Ad ogni modo grazie, ragazze e ragazzi miei. Davvero. Un giorno ve lo dirò a voce: a volte si sente il bisogno di un abbraccio. Soprattutto se insperato, improvviso, pronto a esplodere come una risata, limpida e pulita, di quando hai tredici anni. Grazie davvero. Mi avete insegnato molto. Un giorno ve lo dirò.