Cancellieri contro noi lavoratori migranti: e la casta applaude

Vorrei fare notare alcuni aspetti sull’infelicissima frase di Anna Maria Cancellieri, il ministro dell’Interno, che sulla riforma del lavoro ha così sentenziato:

«Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà.»

Bene, se la signora Cancellieri ha detto realmente queste parole, dovrebbe dimettersi all’istante, perché dimostrerebbe di ignorare la realtà italiana, caratterizzata da una grande immigrazione di giovani da sud verso il nord, o dal contesto nazionale verso l’estero.

Per altro, Cancellieri dovrebbe ricordare al suo governo, di matrice cattolica e ultra-conservatrice, che non siamo noi “mammoni” a proporre il valore della famiglia come unico possibile. Se in questo paese ci fosse una reale politica basata sull’indipendenza economica dei singoli – come succede altrove, con assegni per gli studenti fuori sede, tanto per dirne una – migliaia di giovani sarebbero più inclini a lasciare il nido familiare, unico vero paracadute sociale, per tentare una carriera autonoma e indipendente.

Ignora, infine, questo governo assieme ai suoi rappresentanti, la matrice affettiva e, di rimando, anche economica del voler vivere, quando è possibile, vicino alla famiglia di origine. Siamo in un paese che non concede nulla alla vecchiaia, che taglia le pensioni, che non assiste i soggetti a fine vita. La presenza di un figlio, a volte e in certi casi, si traduce in una drammatica necessità.

Se i figli vivono lontani, ci si ritrova di fronte al dilemma di abbandonare i genitori – che magari li hanno aiutato in situazioni di precariato lavorativo – alle cure, sempre amorevoli e sicuramente mai dispendiose, di qualche istituto per anziani oppure di lasciare il lavoro per assistere i propri cari.

Il ministro, da sempre abituato a vivere negli agi di una professione che le ha consentito una vita più che dignitosa, non si rende conto della realtà italiana, fatta di precariato, di sacrifici, di quotidiana lotta per la dignità della persona.

Quest’affermazione, che oltre ad essere offensiva è allo stesso tempo volgare, ha avuto il plauso di personaggi il cui curriculum fa il paio col concetto di sacrificio: come Claudio Cicchitto, noto per aver lavorato nelle miniere del Belgio, Emma Bonino – che tra un salvataggio e l’altro della peggior compagine berlusconiana si è spaccata la schiena, si sa, nelle fabbriche della OMSA – e del finiano Raisi, compensato del suo duro e usurante lavoro con le magrissime risorse imposte dallo stipendio da parlamentare.

Sarebbe interessante, infine, vedere a quanti chilometri e con quale emolumento lavorano i figli di tutti questi personaggi citati. Giusto per dare il buon esempio.

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P.S.: chi scrive ha cominciato con la carriera universitaria, durata sette anni. Dopo la riforma Gelmini, tagliate le risorse all’accademia, ha preferito trasferirsi a cinquecento chilometri di distanza pur di lavorare, facendo, per altro, un lavoro poco qualificante a livello umano e professionale. La sorella di chi scrive, per le stesse identiche ragioni, è andata a lavorare al nord. Una nostra amica, sempre per questioni legate al lavoro, vive in un’altra nazione. E come questa, altre persone di mia conoscenza.

Alla luce di questo, il ministro Cancellieri dovrebbe semplicemente chiedere scusa, possibilmente con un minimo di senso della vergogna. Non penso di chiedere troppo.

Oggi su Gay’s Anatomy: l’isola dei ricchioni

All’Isola dei Famosi, Cristiano Malgioglio viene pubblicamente etichettato da Mariano Apicella come “ricchione”.

Dovremmo chiederci, tutte e tutti: se l’autore napoletano avesse detto “tu sì ebbreo, io no”, cosa si sarebbe scatenato attorno a questa affermazione, parimenti odiosa?

E la RAI, dal canto suo, come spiegherà la sua politica televisiva più incline a cancellare dai palinsesti i baci gay di film quali I segreti di Brokeback Mountain, per dare spazio a chi, invece, offende noi e il concetto di civiltà, per di più facendoci pagare il canone?

Scopritelo nel mio post odierno su Gay’s Anatomy, il blog della comunità LGBTQI italiana!

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Virtuale. La scarpetta di vetro del mondo contemporaneo. La scarpetta mai indossata da nessuno, a nessuna festa. Eppure smarrita, spedita, ricomposta a pacchetti. Come l’illusione di sapere davvero i sentimenti e le vite degli altri. A volte, comprendi, non c’è niente di più bugiardo di un pixel. Questo, comprendi. Quando ormai è troppo tardi.

Promiscuità. Il nome che diamo a ciò che scambiamo per amore. Perché l’amore manca, o un pezzetto di noi. E allora, per compensare, ci attacchiamo a un altro corpo. Lo cerchiamo nel resto del mondo, ce lo attacchiamo addosso, perché si ricomponga la metà mancante. Senza sapere che siamo noi a non essere interi. Prima di ogni altra cosa. E non puoi unirti a qualcuno quando da solo manchi a te stesso. Sei del tutto insufficiente. E, sia ben chiaro, non è una colpa. Anche se fa male.

Piumone. Di Ikea, per l’esattezza. Con le piume dentro. In prestito. L’abbraccio mai negato di questo gelido inverno. L’unico amante del momento. Caldo e fedele. Incapace di dire cazzate, per lo meno. E non è poco.

Fisico. Fa rima con baratro. Forse perché la vita, a volte, non mi ha educato all’amore verso me stesso. E risalire l’abisso è un processo, prima di ogni altra cosa, mentale.

Neve. Bianca. Che copre ogni cosa. E dopo la neve ci sarà la primavera, il cielo azzurro, una prospettiva nuova, una pagina bianca per adesso solo tra le mani. Da non sciupare o stropicciare. Da non bruciacchiare con le sigarette, troppe ultimamente, fumate per ingannare il tempo che non arriva. Mai, a volte.