A scuola con leggerezza

Oggi a scuola sono entrati venti studenti. Li abbiamo raggruppati tutti in un’unica classe. Tra prime, seconde e terze. Mi tocca star qui, anche se non ho classi con i miei allievi. Tranne una, a dire il vero. Ma tant’è…

I colleghi fanno vedere alcuni film sullo schermo gigante. Perché la mia scuola sarà pure in periferia, ma è fica. Ha le lavagne multimediali, il teatro, i pc e i prof di geografia più belli della città (io, tra questi).

Suona la quarta ora, tocca a me. E siccome io mi annoio a non fare niente, comincio a pensare. E mi illumino, come la lampadina di Archimede, quella dei fumetti Disney per intenderci.

E allora…

Vai con il video dei Black Eyed Peas, quelli di I gotta feeling, col flash mob di Chicago, in cui ballano migliaia di persone tutte insieme per far capire ai ragazzi che con la disciplina e l’impegno si possono raggiungere grandi risultati.

Vai col video di I’d rather dance with you, dei Kings of  Convenience, perché sappiano cosa dire quando qualcuno – adulto, e senza l’amore per la vita – dirà loro che i loro sogni non sono realizzabili. Anche se sono sogni tutti strambi.

Poi l’omofobia. Perché loro ogni tanto sghignazzano, anche verso di me. Ne parlo con molta ironia, senza risentimento. Perché non è colpa dei ragazzi se gli adulti di cui sopra li hanno educati al disprezzo. E allora mando le immagini dello spot del governo, anche se è brutto, e poi ancora quello delle vecchiette portoghesi, che invece è bellissimo.

E ancora, siccome devono crescere innamorandosi della cultura, gli dico: volete sapere a che serve la geografia? Bene, se il tizio de L’era glaciale non avesse studiato questa materia non avrebbe mai disegnato il film, col trailer della deriva dei continenti. Lo guardano, ridono. Sono contenti.

Perché la cultura, la musica, la gioia, il rispetto, la bellezza dei corpi che si muovono all’unisono possono farci innamorare di noi, dei nostri sogni, delle cose che riusciamo a fare nel mondo, anche se a volte il mondo è brutto.

E così suona la campana della quarta ora e vado via.

Non so se ho lasciato loro qualcosa. Ma ci ho provato. E credo che se l’anima è fertile, i germogli cresceranno rigogliosi. Carichi dei frutti della speranza e del domani. Tutto con leggerezza, improvvisazione, ma senza andare a casaccio. E scusate se è poco.

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