Da sposare

Oggi mi è arrivata una notizia non buona. Niente di grave. Ma quanto basta per farmi cominciare la giornata dello stesso colore del cielo. Latte. Scremato. Comprenderete da soli, la tristezza intrinseca.

E allora.

Prendo la farina. E l’acqua, il lievito e tutto il resto.
Metto la musica. Impasto, taglio gli ingredienti e via, nel forno più bello e più caldo dell’universo. E fanculo le nuvole stronze, lassù.

Il profumo delle “scacciate” invade la cucina, il corridoio, esce fuori dal balconcino interno e si riversa, come una cascata odorosa, per le scale del palazzo, fino all’androne e poi fuori. In mezzo al mondo. Dentro questa parte di mondo, intanto, c’era gente felice che mi diceva “buonissime!”.

Morale della favola? Ho imparato a cucinare una vecchia ricetta di mamma e di nonna, ho fatto felice la mia coinquilina, il mio umore è tornato a sorridere e ho pure ricevuto un regalo prezioso da un amico altrettanto importante.

Cucinare mi fa bene. Chissà, forse lo sceglierò come mestiere…

E adesso andate pure per le dodici tribù di Israele, per tutti i popoli della Terra di Mezzo e anche in tutte le disco gay di Roma e annunciate che sono da sposare.

Il gioco dei “devo esteriori”

Il fatto è che lo so.

Non è questo il mio destino. Mi adagio, per adesso, su questa manciata di giorni per trarne il massimo beneficio possibile. Anche se questo non mi rende felice. Perché – lo so – sto vivendo una vita decisa da altri.

Io non sono un “prof”.
Io non sono il bravo ragazzo con lo sguardo spaventato.
Non sono colui che abbassa gli occhi per dire sì, anche quando non è vero.
Non sono il risultato della menzogna a cui ho creduto da sempre (tu-non-meriti-amore).

Tutto questo mi è stato costruito addosso, in quel gioco crudele e sanguinoso dei “devo esteriori”.

Devo essere bravo.
Devo essere più maschile.
Devo essere più magro.
Devo essere ciò che non sono.

No.

Adesso aspetto, perché è difficile camminare con le tue gambe quando ti han sempre fatto credere che non sei bravo nemmeno a zoppicare. Figurarsi correre, via. In mezzo a ogni cosa, verso la propria direzione.

E allora aspetto quella folata di vento, folle, sano, benefico. Quell’oltre che romperà il castello di paglia che è la mia casa. E disperderà, come i coriandoli di un carnevale triste, questi giorni non miei.

E sarà di nuovo il caos. Ma sarò, in quel momento, io, davvero. Solo io. Per davvero. E se a qualcuno non piace, beh…