Talebani de noantri

Ultimamente mi sono scontrato con due categorie di persone.

Da una parte, coloro che vedono nella chiesa un interlocutore imprescindibile per poter ottenere provvedimenti di natura legislativa che dovrebbero essere prodotti dallo Stato (a cominciare dalle unioni civili). Per questa gente le istituzioni vengono poste, in scala gerarchica, immediatamente dopo l’avallo ecclesiastico. Alcuni di questi individui si ritrovano a “militare” – o meglio, a scrivere sulle pagine di Facebook – in associazioni come ArciEtero et similia.

Dall’altra, invece, ho discusso con i kompagni con la kappa, i duri e puri. Di quest’ultima categoria dirò solo che mi sono sempre interrogato su come abbia fatto Rifondazione Comunista a scendere all’1% dei consensi. Poi penso a certi suoi militanti e tutto mi è chiaro.

Tutto ciò mi porta a ritenere migliore, per quello che mi riguarda, una cultura politica progressista, liberale e laica. La quale prevede alle diversità di coesistere, senza bisogno del benestare del santone di turno, senza l’esigenza di vivere nel senso di colpa, senza la necessità di crearsi un nemico politico da odiare a tutti i costi.

Per questa ragione vengo ritenuto un utopista dai primi, e chiamato, testualmente, fascista dai secondi. Ma, per l’appunto, stiamo parlando di persone che hanno la stessa tempra culturale di un talebano. Cambiano i simboli e il linguaggio, per carità. Resta l’indiscutibilità del dogma. E così sia. Io mi limito a ragionare con la mia testa e, se necessario, a cambiare idea.