Obiettori di coscienza? Fuori da ospedali e farmacie

Quando io ero ragazzo c’era il servizio di leva obbligatoria, altrimenti detto “il militare”. Venivi prelevato per un anno da casa e facevi il soldato. Potevi, tuttavia, evitare di andare in caserma dichiarandoti obiettore di coscienza. Di contro, se diventavi obiettore, non avresti mai più potuto svolgere una professione dentro le forze armate e di polizia, di nessun tipo, neppure un semplice lavoro di dattilografo.

La ragione? Se aborrivi l’uso delle armi, non potevi far poi parte di un corpo che le usa per lo svolgimento del proprio servizio. Elementare, limpido e cristallino. E largamente condivisibile.

In Italia esiste un piccolo esercito di farmacisti e di medici “obiettori di coscienza” che, di fatto, impediscono alle donne di poter accedere a pratiche quali l’interruzione di gravidanza. Oppure non prescrivono o non vendono medicinali specifici, come la pillola del giorno dopo, come è successo di recente, a una ragazza, a Roma.

Domanda: se questi signori – tutti cattolici – avessero un figlio a cui un medico, magari testimone di Geova, non praticasse una trasfusione perché pratica contraria alla propria religione e quindi obiettore, cosa penserebbero? Direbbero, giustamente, che la religione dovrebbe essere un fatto privato.

Non si può permettere al fanatismo di certi individui di essere un pericolo per la salute e la dignità delle persone. È un concetto fin troppo elementare che, però, i medici di estrazione cattolica dimenticano un po’ troppo spesso.

Per quel che mi riguarda andrebbe applicata una legge semplicissima: vuoi fare l’obiettore di coscienza? Benissimo, libero di esserlo. Ma non fai il farmacista e neppure il medico. Punto. Come chi non vuol fare il militare poi non può diventare poliziotto o carabiniere.