L’ombra della morale cristiana sulle coppie di fatto

La notizia è di qualche giorno fa. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, “apre” alle coppie gay. Con tutta una serie di distinguo che in un paese normale verrebbero bollati come omofobe e offensive, mentre in Italia vengono scambiate per fervente illuminismo.

Innanzi tutto, la convivenza viene considerata «un elemento di poca sicurezza», se paragonata al matrimonio soprattutto, unico legame che garantirebbe – ma i fatti smentiscono il vescovo – una maggiore solidità affettiva e relazionale.

Prosegue poi dichiarando:

Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo.

Si noti l’elemento discriminatorio: lo Stato, per gentile concessione del porporato, può riconoscere dei diritti alle coppie di gay e di lesbiche, purché siano diritti azzoppati, inerenti a un istituto giuridico che deve essere diverso dal matrimonio.

Ancora:

Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri […] la Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore.

In buona sostanza, alla chiesa cattolica viene affidata l’autorità di giudicare l’azione dello Stato, la moralità dei suoi cittadini, la facoltà di decidere che un gay, per quanto tenutario di diritti ridotti, rimane comunque un peccatore.

Il vescovo di Ragusa in realtà – riproponendo la filosofia giuridica che ispirò i DiCo – delinea ancora una volta la superiorità della chiesa sullo Stato. La morale della favola è elementare. Le istituzioni facciano quello che vogliono, alla fine, a decidere tra bene e male saranno sempre loro: i preti.

Temo, per altro, che queste dichiarazioni siano il trailer di un film già visto – la legislazione cattolica del pd in merito alle coppie di fatto, ovvero leggi discriminatorie e inefficaci sul piano della tutela giuridica – nel quadro di un cambiamento di rotta politica, qualora dovesse mutare la geografia politica del paese.

Lo scopo? Gettare anche sulle coppie gay e lesbiche l’ombra dell’etica cristiana, in vista di un loro riconoscimento. Controllare, in altri termini, le scelte di vita di un intero tessuto sociale che al momento, seguendo scelte di vita precise, si pone di fatto al di fuori del magistero ecclesiastico.

Un progetto culturale che ha radici lontane e che risalgono proprio al disegno di legge presentato, nel 2007, dall’ala pseudo-solidale e concretamente omofoba, rappresentata da Rosy Bindi, di quello che sarebbe stato il partito democratico.

A questo progetto – inaccettabile e offensivo, oggi come allora – occorre ribellarsi con ogni energia.