Il falso stupro di Torino: tra integralismo, sessuofobia e razzismo

La storia delle ragazza torinese che si è inventata di esser stata stuprata descrive egregiamente due aspetti di questa nostra italietta, ormai sempre più dentro il baratro di una crisi non solo economica, ma soprattutto sociale, culturale e antropologica.

In primo luogo, la sessuofobia: è assurdo che una giovane donna, anche se minorenne (o forse a maggior ragione?) venga sottoposta con una certa frequenza a visite ginecologiche per verificarne la verginità. La nonna le ha fatto promettere di arrivare pura all’altare, si giustificano a casa. La famiglia della ragazza dovrebbe porsi ben più di una domanda su questa forma di integralismo.

Che differenza c’è, nella sua genesi culturale, tra questo tipo di violenza (psicologica) e quella (fisica) di un padre musulmano che sgozza la figlia perché considerata una cattiva credente? Non si arriva in entrambi i casi all’annichilimento del corpo, alla castrazione dei sogni, alla brutalizzazione di una vita umana?

L’omicidio rende più efferata la seconda prospettiva, è vero. Ma l’umanità, in entrambi i casi, viene schiacciata dall’intransigenza. È forse questa civiltà?

In secondo luogo, il razzismo di un intero corpo sociale. Ancora una volta l’etnia di chi compie – presumibilmente – un crimine è elemento più grave del reato in sé. È stato fatto notare sui social network che nessuna casa di stupratori italiani è stata data alle fiamme di fronte a questo tipo di abusi. Si vuole forse lanciare il messaggio che un abuso – reale o percepito come tale – sia meno “punibile” (e quindi, di conseguenza, e in modo assurdo, più legittimo) se operato da chi ha un cognome e una nazionalità totalmente italiani?

Perché se così fosse – e così mai dovrà essere – si fa del male a tutte quelle vittime che vengono derubate, uccise, stuprate, umiliate dalla violenza. Ed essa, a prescindere dalla provenienza di chi la compie e a differenza di essa, parla un unico linguaggio: quello del sopruso.

Così come è un sopruso – criminale – bruciare un campo nomadi per vendicare una bugia scaturita dall’ignoranza e dal considerare un’idea, un valore etico, un precetto religioso più importanti dell’amore, della vita di una persona, del suo diritto ad autodeterminarsi.

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Piove di notte

Ho già dormito le mie ormai consuete sei ore notturne.

Ascolto il rumore della notte piovosa. Cade ovunque. Sul cemento delle case, sulle foglie aggredite dall’autunno, sulle macchine in letargo e sulle schegge taglienti di ciò che sono.